Chi curerà i siciliani? Medici sempre più anziani e giovani difficili da trattenere
Il vero problema non è soltanto quanti medici mancano oggi, ma quanti ne resteranno domani. E per la Sicilia la domanda è tutt’altro che teorica.
Il nuovo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità mette in guardia sulla carenza globale di personale sanitario, destinata a pesare ancora di più nei prossimi anni. Entro il 2030, secondo le proiezioni dell’Oms, il deficit mondiale potrebbe raggiungere 11,1 milioni di operatori sanitari. A questo si aggiunge l’invecchiamento della forza lavoro: a livello globale, un medico su quattro si avvicina all’età pensionabile.
Un allarme internazionale che, letto dalla Sicilia, assume un significato ancora più concreto. Perché nell’Isola il problema non appartiene soltanto al futuro: è già presente nelle corsie degli ospedali, nei reparti che faticano a garantire i turni e nei territori dove trovare un medico è diventato sempre più complicato.
Il rapporto National health workforce accounts: health workforce levels and trends 2026 fotografa una contraddizione: negli ultimi vent’anni la densità globale di medici, infermieri, ostetriche, dentisti e farmacisti è cresciuta del 52%, passando da 44,8 professionisti ogni 10mila abitanti nel 2006 a 67,9 nel 2025. Eppure persistono profonde disuguaglianze nella disponibilità di personale e nell’accesso ai servizi sanitari.
Il dato forse più significativo per i prossimi anni riguarda proprio l’età dei professionisti. Nella Regione europea dell’Oms circa il 30% dei medici ha più di 55 anni. In 13 Paesi oltre il 40% della forza medica raggiungerà l’età pensionabile nel prossimo decennio.
Un fenomeno che impone una domanda anche alla politica sanitaria siciliana: chi sostituirà i professionisti che nei prossimi anni lasceranno ospedali e ambulatori?
Sicilia, la carenza è quotidianità
In Sicilia la difficoltà di reperire personale sanitario è ormai un problema strutturale. Non riguarda esclusivamente le aree interne o gli ospedali più piccoli, ma interessa diverse discipline e coinvolge tanto l’assistenza ospedaliera quanto quella territoriale.
Le aziende sanitarie continuano a ricorrere a concorsi, avvisi pubblici e procedure di reclutamento che non sempre riescono ad assicurare il numero di professionisti necessario.
Il problema, dunque, non si esaurisce nella disponibilità di posti in organico. Occorre che quei posti risultino attrattivi, che i medici partecipino alle selezioni e che, una volta assunti, scelgano di rimanere.
È soprattutto nei servizi di emergenza-urgenza che questa fragilità diventa evidente. Turni particolarmente impegnativi, responsabilità elevate, aggressioni al personale e condizioni lavorative difficili contribuiscono a rendere meno appetibili incarichi che, invece, dovrebbero rappresentare uno dei pilastri del servizio sanitario pubblico.
La conseguenza è un sistema che continua a cercare soluzioni temporanee per rispondere a necessità permanenti.
Medici sempre più anziani, giovani difficili da trattenere
Il rapporto dell’Oms introduce un elemento che dovrebbe entrare nella programmazione delle aziende sanitarie siciliane: l’età del personale.
Non è sufficiente conoscere il numero dei medici attualmente in servizio. Bisognerebbe disporre di una fotografia dettagliata della loro distribuzione anagrafica, delle specializzazioni maggiormente esposte ai pensionamenti e delle strutture che rischiano di perdere, nel giro di pochi anni, una parte significativa dei professionisti.
Il dato internazionale non può essere automaticamente trasferito alla Sicilia, ma rappresenta un segnale che non può essere ignorato.
A rendere più complesso il quadro interviene la capacità di attrarre e trattenere i giovani medici. La formazione di nuovi specialisti, da sola, non garantisce che questi scelgano di lavorare negli ospedali siciliani.
Condizioni contrattuali, organizzazione dei servizi, prospettive professionali e qualità della vita lavorativa diventano fattori determinanti.
La sanità pubblica deve quindi affrontare una doppia sfida: sostituire chi si avvicina alla pensione e rendere nuovamente attrattive le professioni ospedaliere, soprattutto nei settori dove la carenza è più evidente.
Popolazione che invecchia e domanda di cure destinata a crescere
C’è poi un altro aspetto che rende particolarmente delicata la situazione siciliana: l’invecchiamento della popolazione.
Con l’aumento dell’età media crescono le patologie croniche, la necessità di controlli specialistici, i ricoveri e il bisogno di assistenza continuativa. Il sistema sanitario sarà dunque chiamato a garantire un numero crescente di prestazioni proprio mentre una parte dei professionisti raggiungerà l’età pensionabile.
È la stessa Oms a mettere in relazione i due fenomeni: l’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda di servizi mentre quello del personale sanitario può aggravare le carenze.
La pressione non riguarderà soltanto gli ospedali. Anche la medicina territoriale, l’assistenza domiciliare, i servizi per le persone non autosufficienti e la gestione delle cronicità dovranno confrontarsi con una domanda più elevata.
Per una regione come la Sicilia, caratterizzata da territori geograficamente complessi, collegamenti non sempre agevoli e differenze nell’accessibilità ai servizi, il rischio è che le difficoltà di reclutamento accentuino ulteriormente le disuguaglianze tra cittadini.
Il messaggio che arriva dall’Oms è soprattutto organizzativo: il personale sanitario non può essere gestito inseguendo le emergenze. Il rapporto sottolinea la necessità di investimenti e di una programmazione fondata su dati affidabili sulla forza lavoro sanitaria.
Per la Sicilia questo significa passare da una gestione prevalentemente reattiva delle carenze a una strategia capace di anticiparle.
Ma soprattutto occorre interrogarsi sulle ragioni per cui determinate discipline non riescono ad attrarre candidati in numero sufficiente. Continuare a bandire procedure senza intervenire sulle condizioni che rendono poco desiderabili alcuni incarichi rischia di produrre risultati limitati.
La Sicilia ha bisogno di una ricognizione trasparente delle carenze, di una programmazione pluriennale delle assunzioni e di misure capaci di rendere attrattivo il lavoro nella sanità pubblica.
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