Gentile redazione di TP24,
sabato 17 ottobre, a Milano, qualche centinaio di ragazzi si è staccato da un corteo contro il carovita ed è andato a prendersi il centro. Pietre, petardi e bottiglie contro la polizia, cassonetti in fiamme, negozi saccheggiati in corso Vittorio Emanuele (foto Ansa). Lo stesso pomeriggio a Torino e a Bologna. Erano quasi tutti giovanissimi, molti minorenni, arrivati a piccoli gruppi dalle periferie, dall'hinterland, dalla provincia. Non stavano in un collettivo, in un partito, in un centro sociale. Si erano dati appuntamento su TikTok.
Il giorno dopo il paese si è diviso come sempre. Delinquenti, hanno detto gli uni. Hanno ragione, hanno detto gli altri. Due frasi comode, che servono più a chi le pronuncia che a chi dovrebbe ascoltarle.
Io guardavo quelle immagini e mi tornava in mente Pasolini. Nel 1968, dopo gli scontri di Valle Giulia, scandalizzò tutti scrivendo che lui stava con i poliziotti, perché i poliziotti erano figli di poveri, e gli studenti che li picchiavano erano figli della borghesia. Allora aveva ragione. Oggi non basterebbe più. Oggi, da una parte e dall'altra dello scudo, ci sono i figli della stessa povertà.
Prendete due fratelli. Stessa madre, stesso padre, stesso quartiere, stessa tavola la domenica. Il maggiore ha vinto un concorso: porta il casco e lo scudo, e con quello stipendio tiene in piedi la famiglia. Paga le bollette e, quando serve, anche le scarpe del fratello. Il minore il concorso non l'ha vinto, e sabato era dall'altra parte. Uno può portare a casa uno stipendio, ma non può protestare. L'altro può protestare, ma non ha niente da portare a casa. Alle sei di sera, in piazza del Duomo, si sono trovati uno di fronte all'altro. Chi ha deciso che si incontrassero così, in piazza non c'era.
Io e Peppuccio eravamo compagni di banco. Giocavamo a calcio insieme, e avevamo la stessa maestra, la signorina Piacentino, rossa e longilinea. Lui è diventato luogotenente della Guardia di Finanza, adesso è in pensione. Io sono diventato avvocato. Se ci fossimo incontrati in piazza, uno da una parte e uno dall'altra, lui sarebbe stato costretto a manganellarmi. Eppure eravamo stati sugli stessi banchi, con la stessa maestra.
Poi penso a Marco, il mio sarto. Marco fa abiti su misura, uno alla volta, con le mani. A chi li venderà? Non al fratello con il casco, che con quello stipendio un abito su misura non se lo può permettere. Non all'altro, che sabato si è vestito con quello che ha preso da una vetrina rotta. A nessuno dei due. E allora Marco come vivrà? Che protesta potrà mettere in campo? Pungere i passanti con gli aghi che non userà più? Lo individuerebbero subito, e lo passerebbero per le armi della giustizia. No, Marco non sfonda vetrine. Una sera abbassa la saracinesca, e la mattina dopo non la rialza.
E poi c'è un ragazzo di Marsala che ha passato un'annata a curare gli ulivi. L'anno scorso il suo olio lo vendeva intorno ai nove euro al chilo, e ci pagava a fatica il lavoro. Quest'anno ne prende meno della metà, perché la Spagna, dopo due anni di siccità, ha avuto un raccolto abbondante e ha riempito il mercato. Il gasolio per il trattore, intanto, è salito di quasi il quaranta per cento. Che cosa dovrebbe fare? A Milano non ci va. E qui una vetrina non la sfonderebbe mai: in paese sua madre lo saprebbe prima ancora che lui lo pensi. Per fortuna. Ma la rabbia resta, e cerca una strada. Il 12 ottobre duemila olivicoltori pugliesi l'hanno trovata davanti alla prefettura di Bari, tutti insieme, con una richiesta precisa. Nessuno li ha chiamati teppisti. Gli altri, quelli che una strada non la trovano, prendono il treno. Ma non per il Duomo: per Torino, per Berlino, e non tornano. Anche questa è una rivolta, solo che non fa rumore.
A tutto questo lo Stato risponde con i decreti sicurezza. Mi chiedo: sicurezza per chi? L'uno per cento più ricco del pianeta possiede circa la metà della ricchezza del mondo, e di un decreto non ha bisogno: la sua sicurezza ce l'ha già, e se la paga da sé. Il decreto serve alle vetrine. Non serve ai due fratelli, né a Marco, né al ragazzo degli ulivi.
Se potessi parlare ai ragazzi di sabato, non direi né che hanno ragione né che sono delinquenti. Gli direi questo: la vostra rabbia è giusta, ma avete sbagliato bersaglio. Quello che avevate davanti con il casco è vostro fratello. E il negozio di scarpe non è il potere: la vetrina la paga l'assicurazione, e il lunedì il commesso resta a casa. Il potere, sabato, non si è nemmeno accorto di voi. Anzi, gli avete fatto un favore: adesso tutti parlano di voi come criminali, e nessuno parla delle vostre ragioni. Datele un nome, alle vostre ragioni, e una richiesta. Come gli olivicoltori di Bari.
E a chi governa direi che un decreto può fermare una piazza, non una generazione. La sicurezza vera di quel ragazzo sarebbe una scuola con un professore ogni venti alunni e un olio pagato il giusto. La sicurezza vera di suo fratello poliziotto sarebbe non doversi trovare davanti, ogni sabato, la rabbia che lo Stato ha lasciato crescere.
Mentre scrivevo queste righe, tra i ragazzi delle superiori di Marsala ha cominciato a girare un volantino. Una manifestazione per giovedì 22 ottobre, alle otto e dieci, con partenza dall'istituto Abele Damiani, in via Trapani. C'è il percorso, strada per strada, da via Dante Alighieri fino a Porta Nuova, e c'è perfino un punto di fermo. E ci sono tre frasi che valgono più di tanti programmi elettorali: "Ci avete lasciato a secco di benzina e di futuro". "Studiare è un diritto, non un lusso". "Meno promesse, più soluzioni".
Qualcuno dirà che è una scusa per saltare la scuola. Per qualcuno, forse, lo è. Lo facevamo pure noi: si scioperava e non sapevamo neanche il perché, era bello e facevamo casino. Ma questi ragazzi il perché l'hanno scritto. Sanno cosa chiedere e da dove passare. È quello che nessuno ha saputo dare ai ragazzi di Milano.
Non servono sogni. Di sogni questi ragazzi ne hanno sentiti troppi, nei comizi e sugli schermi. Servono speranze, che sono cose molto più piccole e molto più rare: una promessa sola, mantenuta. Sapere che se raccogli le olive l'anno prossimo varranno qualcosa. Che se protesti qualcuno ti riceverà.
Le speranze, in questa storia, sono due. Quella del fratello con il casco, che spera di non dover più alzare il manganello contro il suo sangue. E quella del fratello senza, che spera che qualcuno lo veda prima che rompa qualcosa. Ogni sabato in cui li mettiamo uno contro l'altro, le uccidiamo tutte e due. E con loro, in silenzio, la bottega di Marco.
Mi si chiederà: e tu, con chi stai? Pasolini, a Valle Giulia, scelse una parte. Io non ci riesco, e non perché non voglia scegliere. Da avvocato difendo chi sta davanti al giudice, anche il ragazzo che ha sfondato una vetrina, e rispetto la legge che lo processa: non sto con la vetrina rotta, e non sto con chi vorrebbe buttare la chiave. Da padre so che cosa vuol dire aspettare un figlio che torna a casa da una piazza. E da uomo che preferisce parlare con il suo sarto piuttosto che sedere in un'assemblea, sto con chi lavora con le mani e non ha nessuno che scenda in piazza per lui. Non sto con chi ha tutta la sicurezza del mondo e agli altri risponde con un decreto. Se devo dirlo in una parola, sto con quella madre. Quella che ha due figli, uno con il casco e uno senza, e la sera li vuole tutti e due a tavola.
Sono figli della stessa madre. Prima o poi qualcuno dovrà ricordarglielo. Meglio se lo fa chi governa, prima che se lo ricordino da soli, in piazza.
Giacomo Lombardo