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18/11/2018 06:00:00

Il disastro di Galati Marina, dove c'erano spiagge e alberi ora resta cemento e pericolo

 Quando ero piccola ci volevano cento -cento!- dei miei piccoli passi per arrivare dalle dune di  sabbia alla battigia e toccare la gelida acqua dello Ionio, e “andare a mare” era l’equivalente di  attraversare il deserto carichi di palette e formine e setacci colorati.


C’era gente, strane persone, che si faceva seppellire sotto la sabbia rovente lasciando fuori solo  la testa, e stava lì sotto mentre i piccoli intorno giocavano a biglie o schiamazzavano in acqua, e  i più grandi, in lontananza, giocavano a beach volley.
Quando ero piccola, sotto casa mia, una enorme e solitaria palma serviva per appoggiarsi per la  conta del nascondino e tronchi di eucalipti servivano da giganteschi pali per giocare a calcio;  quando passavano le macchine dovevamo fermarci, sbuffando: solo in quel momento ci  accorgevamo dell’odore dell’ombra e del fragile rumore delle foglie allungate al vento di quei  gentili alberi.


Dovevamo poi stare attenti a non calciare con troppa foga perché lì accanto un lunghissimo  sontuoso filare di fichi d’india sembrava aspettare soltanto il nostro pallone per bucarlo,  fabbricando però, nella calda attesa, appiccicosi fiori gialli.


Quando ero piccola, i pescatori dovevano usare un argano per far salire e far scendere in acqua  le tante barche a righe colorate posteggiate ad asciugare al sole, ed erano sempre in tre ad  accompagnare le stesse barche spingendole religiosamente in alto in alto, finita la pesca.


Quando ero piccola, sotto casa,  prima della stradina, degli eucalipti,  dei fichi d’india,  delle dune, della spiaggia,  del mare, c’era il mio orto-giardino e accanto, distesi allungati in orizzontale, i giardini dei vicini dove io e  il nonno andavamo ogni tanto a prendere le sterlitzie di nascosto.
Poco lontano, a destra, in linea d’aria, un campo da calcio. Il campo di Galati Marina. Adesso, quando guardo verso il mare, verso il profilo rosa della Calabria, sono decisamente  meno piccola di allora, e tutto questo mondo non esiste più. Il paesaggio si è spogliato, svilito. Direi morto. Ucciso.


Da diversi anni il mare di scirocco è sempre più avido di terra, specchio, probabilmente, della  noncuranza degli uomini. L’immensa spiaggia si è prima dimezzata per poi diventare un quarto e poi ancora meno,  svanite per sempre le dune con i cespugli pungenti, scomparsi gli alberi: quanta tristezza e  sgomento vedere uno dopo l’altro quei tronchi divelti dalla forza dell’acqua e lasciati lì, le radici  terrose esposte improvvisamente all’aria, quasi oscene!


Che orrore vedere quei maestosi tronchi tagliati a blocchetti per il forno di una pizzeria, senza  la minima preoccupazione del perché sia accaduto che un albero di quelle dimensioni non ci  fosse più. Niente più eucalipti né pini, niente più ombra. Ma rimane ancora la stradina! E finalmente le macchine possono girare indisturbate! Niente più  fastidiose radici!


Ed ecco pronto per il nuovo lido un piatto ampio posteggio sul mare... al posto della grande  palma uccisa, nel frattempo, dal punteruolo rosso. Che si sia lasciata morire per la desolazione?  Ma cosa importa? (Lì adesso campeggia un cartello verde: raffigura una grande onda e sotto un  piccolo uomo, quasi per caso). E anche la strada è scomparsa, portata via dal mare che niente risparmia.  Ora ci si comincia a preoccupare. E solo ora appare sempre più spesso la strana quanto inutile danza delle ruspe per la  “ricostruzione”: prendi terra metti terra, gira, ruota, appiattisci, crea, monta, sposta, scarica, ricompatta.


Per il momento va bene così. Ci si accontenta, arrivano promesse. Ma è in arrivo un altro Inverno e un altro Scirocco. I pescatori scuotono la testa.
E sì, dopo la mareggiata il lavoro risulta sprecato. Dalla finestra della nonna è innegabilmente ipnotico vedere quelle immense grigie onde darsi il  cambio, ululanti, sempre più grandi, una rincorrere l’altra. Vedo l’acqua subito davanti ai miei occhi, vicina, troppo. Quello stesso mare e quelle stesse onde che un tempo contemplavo, in lontananza, affacciata al  balcone, ritagli blu tra il verde dei rami.


Ora il mare si è avvicinato sempre di più, sempre di più.  E di nuovo ruspe per creare argini per fermarlo. Sotto la pioggia e il vento ora vedo nuovi massi neri e grigi e bianchi presi e spostati e buttati e  girati e allineati dove sonnecchiavano le dune di sabbia fine, dove si stagliavano fieri i miei  altissimi alberi, dove un tempo regnavano le temibili pale dei fichi. Almeno otto anni sono passati dal primo albero caduto e portato via dal mare: primo, immenso,  ma silenzioso, campanello di allarme. Ignorato. Di chi è la colpa? Mia che non ho parlato subito? Mia che mi sono fidata delle istituzioni? Mia che credevo alle  parole Finanziamenti, Sicurezza, Fiducia, Ripascimento?


Ora, dopo otto anni, la protezione civile consiglia agli abitanti tutti di preparare un borsone e  spostarsi al vicino palazzetto dello sport -lato monte- per passare la notte al sicuro: “ci sono  brandine e si può giocare a carte per svagarsi un po’”. Svagarsi un po’.
Ora, dopo otto anni, lenti, come le onde del mare buono d’estate.
Ora, dopo otto anni di devastazione.
Ora, dopo otto anni.

G. L.