Gentile redazione di Tp24,
Vi scrivo per porre l’attenzione su un problema che va progressivamente peggiorando e che riguarda l'intero arcipelago delle Egadi, ma in modo drammatico ed evidente le isole di Favignana e Levanzo. Essendo le più vicine alla terraferma, sono le prime a subire l’impatto devastante di un flusso incontrollato di visitatori giornalieri, veicolato da tour di massa sregolati. Scelgo di prendere Levanzo come fulcro di questa denuncia, perché è l'isola in cui vivo e di cui sperimento in prima persona, ogni giorno, il profondo disagio. Ci troviamo all'interno dell'Area Marina Protetta più grande d'Europa: un'istituzione che, sulla carta, avrebbe il dovere fondamentale di tutelare e salvaguardare ambienti fragili e unici al mondo. Un tempo, qui regnavano una pace e una magia che spingevano turisti appassionati e amanti della natura a scegliere queste isole per un turismo lento, sostenibile e rispettoso. Oggi, purtroppo, la parola "regnano" va coniugata al passato. Le isole sono state assaltate da un turismo "mordi e fuggi" aggressivo, totalmente irrispettoso delle normative della stessa Area Marina e dei diritti della comunità locale che quest'isola la vive, la custodisce e la ama.
Il perimetro di questo paradiso si è trasformato in un Far West. Le nostre cale vengono quotidianamente assediate da centinaia di imbarcazioni che ormeggiano a pochissimi metri dalla costa, diffondendo musica ad altissimo volume. Quando da terra proviamo a chiedere, con estrema gentilezza, di abbassare il volume e allontanarsi nel rispetto delle regole, la risposta standard si traduce in offese e minacce. A quel punto optiamo per chiamare la Capitaneria di Porto, la quale però spesso non interviene o arriva talmente tardi da non trovare più nessuno, o quasi. È inaccettabile, considerando che le autorità conoscono perfettamente gli orari di picco in cui avvengono queste infrazioni e dovrebbero pattugliare preventivamente, senza aspettare le segnalazioni esasperate dei cittadini. A questo si aggiunge l'assenza cronica del servizio di sorveglianza dell'Area Marina Protetta, quantomeno a Levanzo: i guardaparco si palesano solo nel tardo pomeriggio, esclusivamente per riscuotere la tassa d'ormeggio dalle barche a vela nei campi boe. Spostandoci a terra, lo scenario in paese non cambia. Nel porticciolo esiste un'area demaniale presa in concessione da molti anni dall'Associazione Libeccio di Levanzo, dove sorge una "catenaria": un sistema di ormeggio sicuro, vitale per le barche degli isolani visto lo spazio limitato del porto. Si tratta di un'area privata, riservata ai soci. Eppure, i diportisti giornalieri se ne fregano, entrano abusivamente e spesso finiscono per incastrare le cime di ormeggio nelle proprie eliche, causando danni strutturali ed economici pesantissimi che non ripagano, fuggendo via subito dopo. In questi stessi orari di punta, il paese capitola di fronte allo sbarco massiccio delle mini-crociere. Centinaia di persone accaldate e assetate si riversano contemporaneamente sul molo, affollando gli unici due bar dell'isola con l'estremo bisogno di usufruire dei servizi igienici. Ma Levanzo non ha un depuratore, né esistono bagni pubblici: il risultato è che tutto questo carico fognario va a finire direttamente a mare. Lo stesso mare dove, per assurdo, gli stessi turisti si tuffano poco dopo, affollando la spiaggetta interna al porto, ignorando sistematicamente il divieto di balneazione tassativo per le aree portuali. La sicurezza è ormai un miraggio anche sotto costa: imbarcazioni di grosse dimensioni navigano fino al Faraglione a velocità folli, intorno ai 10 nodi, sollevando onde altissime a pochi metri da bagnanti e barche piccole. Quando poi soffia lo Scirocco, si rifugiano in massa a sud dell'isola, in zone in cui non solo sarebbe vietato calare l'ancora, ma persino transitare.
Noi isolani, insieme ai turisti stanziali che scelgono Levanzo per la sua identità, ci sentiamo invasi, privati della nostra pace e profondamente abbandonati dalle istituzioni.
Con l'arrivo dell'estate, la politica sembra preoccuparsi solo di garantire i numeri di un turismo di massa distruttivo, che all'economia locale porta poco o nulla, mentre la governance continua a vantarsi pubblicamente dei primati territoriali dell'Area Marina Protetta.
Concludo col dire che il mio non è un attacco personale verso qualcuno, ma un grido di aiuto per limitare il problema, non si tratta di semplice attivismo, o essere contro il turismo, ma si tratta di una responsabilità storica, culturale, ecologica ed ambientale verso la nostra terra, quella che nelle isole Hawaii chiamano "kuleana"
Ritengo, inoltre, che fenomeni distruttivi come l'overtourism rappresentino la violenta imposizione di un mantello commerciale standardizzato, capace di svuotare i territori fragili della loro storicità e della loro ricchezza ecologica. Recuperare la dimensione estetica dell'ambiente significa compiere un atto di responsabilità etica e culturale: promuovere un turismo lento e sostenibile per difendere i Luoghi dell'abitare, intesi come spazi di coappartenenza relazionale e di cura. L'ambiente non è un copione già scritto dall'economia, ma un processo aperto e interpretativo che richiede protezione, rispetto e un'autentica ecologia umanistica radicata nella carne viva dell'esperienza vissuta.
Giuliano