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22/08/2026 06:00:00

La dittatura dei clic, come i social hanno ucciso i fatti (e non solo quelli)

 Dopo la morte della piccola di quattro anni a Palermo, stroncata da una difterite perché i genitori no-vax avevano rifiutato la vaccinazione obbligatoria, si sono riaccesi gli scontri social sui vaccini.

Ma questa, oltre ad essere una tragedia familiare, è anche il sintomo drammatico di un’epoca in cui le fake news hanno smesso di essere bizzarrie del web per trasformarsi in sentenze di condanna nella realtà.

 

Ad Anna Rosa Bartolotta (questo il nome della piccola), non sarebbe stato somministrato il vaccino esavalente contro la difterite, il tetano, la pertosse, l’epatite B, la poliomielite e le infezioni gravi da Haemophilus influenzae tipo b. Sei antigeni tutti in una volta sono troppi per un neonato? No,  la scienza ne ha ampiamente dimostrato la sicurezza e quelli presenti sono minimi rispetto a quelli affrontati quotidianamente dai bambini nell’ambiente esterno. Ma per molti non basta, perché la fiducia nel giornalismo tradizionale e nelle istituzioni scientifiche è ai minimi storici, sostituita dall’illusione della disintermediazione. L'idea che eliminare giornalisti e medici permetta di accedere alla realtà senza filtri ha finito, purtroppo, per rendere i cittadini infinitamente più vulnerabili alle manipolazioni.

 

Certo, anche i giornali hanno le loro responsabilità, rincorrendo i trend dei social e il traffico rapido dei clic. Questo ha ridotto la distanza qualitativa tra una redazione blasonata e un profilo amatoriale qualsiasi, minando l’autorevolezza della professione e spingendo le persone tra le braccia di sedicenti esperti alternativi.

A complicare le cose ci si mettono gli algoritmi delle piattaforme social, che premiano i contenuti che generano rabbia e indignazione e alimentano le cosiddette camere dell'eco, confermando i pregiudizi dell’utente e offrendo un formidabile incentivo alle tesi complottiste. Insomma, una bufala sensazionale trattiene le persone sullo schermo molto più a lungo di una complessa smentita scientifica. Per l’algoritmo la verità è relativa, ciò che importa è il tempo di permanenza sul display. E una volta prigionieri della propria bolla, la logica evapora.

 

Ma il rifiuto dei media tradizionali più che produrre lettori più critici, ha creato una massa esposta alla manipolazione, dove il dubbio verso il potere si è trasformato in rifiuto dogmatico di qualsiasi fonte ufficiale. È un cortocircuito che assume contorni paradossali quando si sposta dal livello nazionale a quello locale. Infatti, se sui grandi temi geopolitici o sanitari l’utente medio urla al complotto dei “giornaloni”, nei confini della propria provincia la reazione si fa feroce e iper-concreta. La testata locale può diventare un megafono personale delle proprie lamentele: se il cronista non scrive della buca sotto casa, allora è un “venduto” al politico di turno.

 

In questo scenario, la figura del giornalista locale paga il prezzo più alto. A differenza dei direttori nazionali protetti da redazioni blindate, il cronista di provincia firma i pezzi con nome e cognome, diventando un bersaglio mobile. Sotto i post si scatenano quotidianamente insulti diretti e minacce che, visto che chi scrive vive nello stesso quartiere dei lettori, rischiano di diventare concreti, trasformandosi in vere e proprie aggressioni di prossimità da chi, per esempio, pretende la rimozione di una notizia scomoda. E allora, spesso sottopagato e privo di tutele legali forti, il cronista sperimenta una profonda solitudine ed è costretto a scegliere tra l’autocensura per quieto vivere e l’esposizione costante al fango della propria comunità.

La differenza è di tipo antropologico: a livello nazionale ci si rifugia nei complotti globali per sentirsi parte di una fazione eletta che “ha capito tutto”, mentre a livello locale si usano i canali social di prossimità per sfogare le frustrazioni quotidiane, demolendo la dignità dell’uomo della porta accanto.

 

Ci saranno vie d’uscita per il futuro? Oppure la frattura sociale è ormai insanabile a tutti i livelli? Al momento sembra proprio che nessuna smentita, nessun dato oggettivo e nessuna prova logica potranno mai scalzare una fake news quando questa è diventata parte dell’identità di un gruppo o valvola di sfogo per la rabbia individuale. La tragica fine della bambina di Palermo ci ricorda che ci stiamo incamminando verso un’era di totale analfabetismo della realtà, in cui il concetto stesso di “fatto oggettivo” è destinato a scomparire, sostituito da infinite fazioni digitali arroccate nelle proprie comode, assurde e talvolta mortali menzogne.

 

Egidio Morici



Native | 11/08/2026
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