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10/08/2026 06:00:00

Relitto romano a Mazara, il racconto dela scoperta: "Sono sceso e mi si è fermato il cuore"

«Mi avvicino ancora. E mi si ferma il cuore. Non era uno scoglio». È cominciata così, quasi per caso, la scoperta che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito «una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni».

A raccontare il ritrovamento del relitto romano individuato al largo di Mazara del Vallo è Giacomo De Mola, campione di pesca in apnea. Era in mare insieme a Igor Bisulli quando lo scandaglio ha mostrato qualcosa di strano sul fondale, a circa 45-50 metri di profondità.

Sembrava una roccia. Non lo era.

 

"Qualcosa mi spinge a controllare"

 

De Mola racconta che durante una giornata di scandaglio con Bisulli lo StructureScan aveva restituito l'immagine di quella che poteva apparire come una normale formazione rocciosa.

Ma qualcosa non lo convince.

«Un ultimo respiro. E scendo», racconta.

A quella profondità la visibilità non era buona. De Mola distingue inizialmente soltanto una grande massa scura. La prima impressione è quella più semplice: «Il solito grosso scoglio…».

Poi si avvicina.

Ed è in quel momento che capisce cosa c'è davanti a lui.

«Sotto di me c'era un'immensa distesa di anfore. Centinaia di anfore rimaste sul fondo del mare per oltre 2.000 anni. Una nave romana addormentata nel silenzio del Mediterraneo».

 

"Igor, non puoi immaginare cosa c'è qua sotto"

 

De Mola torna in superficie e le prime parole rivolte a Igor Bisulli rendono bene lo stupore di quei momenti: «Non puoi immaginare cosa c'è qua sotto…».

È la dimensione umana della scoperta. Prima ancora delle misurazioni, delle classificazioni archeologiche e delle procedure di tutela, c'è un apneista che scende pensando di trovare uno scoglio e si ritrova davanti un luogo che nessuno probabilmente osservava in quel modo da secoli.

«È difficile spiegare cosa si prova pensando di essere tra i primi esseri umani, dopo quasi venti secoli, a rivedere quel luogo», dice De Mola.

Dopo il ritrovamento è partita la segnalazione alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, che ha poi avviato le verifiche insieme ai reparti specializzati dei Carabinieri.

 

 

Un cumulo di anfore lungo circa 21 metri

 

Il racconto di De Mola aggiunge anche nuovi particolari sulle dimensioni del sito.

Secondo le prime analisi riferite dall'apneista, il cumulo di anfore sarebbe lungo circa 21 metri, largo sei e alto quasi due metri.

Sono stati individuati anche due grandi ceppi d'ancora in piombo e una fistula plumbea, cioè una conduttura realizzata in piombo.

La maggior parte delle anfore sarebbe della tipologia Dressel 1A, ma De Mola riferisce della presenza anche di Lamboglia 2, probabili anfore nordafricane e di un'anfora neopunica.

Elementi che potranno aiutare gli archeologi a ricostruire il carico, la provenienza e soprattutto le rotte percorse dall'imbarcazione prima del naufragio.

Il relitto viene collocato, in base alle prime valutazioni, tra il II e il I secolo avanti Cristo.

 

Realizzato anche il rilievo 3D

 

Sul sito è stato inoltre effettuato un rilievo tridimensionale, strumento fondamentale per documentare la disposizione dei reperti e studiare il relitto senza alterarne il contesto.

Il Ministero della Cultura ha comunicato che il sito sarà adesso oggetto di ulteriori attività di documentazione e approfondimento da parte della Soprintendenza del Mare, anche per predisporre le necessarie misure di tutela.

Alla verifica hanno partecipato il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, la Soprintendenza del Mare, il Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina e la Motovedetta dei Carabinieri di Trapani.

 

Quinci: "Non possiamo rimanere soltanto testimoni"

 

Sulla scoperta interviene anche Salvatore Quinci, presidente del Libero Consorzio Comunale di Trapani, che allarga il ragionamento dal ritrovamento archeologico alla responsabilità delle istituzioni nel trasformarlo in un'occasione per il territorio.

«Ancora una volta la storia bussa alla nostra porta. Ed ancora una volta è il mare a consegnarci un patrimonio inestimabile», afferma Quinci. Il relitto, secondo il presidente del Libero Consorzio, conferma «l'importanza del Mediterraneo e la sua centralità senza epoca ed oltre ogni fase dell'umanità».

Adesso, però, viene il difficile. Non basta scoprire, bisogna tutelare, studiare e valorizzare.

Quinci sottolinea che recupero e valorizzazione dovranno seguire il percorso stabilito dalle istituzioni competenti, ma invita gli amministratori locali a non limitarsi ad assistere.

«Non possiamo rimanere soltanto testimoni. Abbiamo il dovere di costruire una rete di collaborazione e di condivisione per essere protagonisti di un'opportunità di conoscenza e di crescita, che va condivisa con i territori».

Un passaggio significativo, soprattutto in una provincia che possiede un patrimonio archeologico terrestre e subacqueo enorme, ma che non sempre riesce a trasformarlo in un sistema culturale e turistico capace di produrre conoscenza, attrazione e sviluppo.

Quinci ringrazia inoltre i cittadini che hanno segnalato il relitto, i gruppi specializzati dell'Arma dei Carabinieri e la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.

«Affidiamoci alla nostra storia – conclude – per costruire un futuro che ne sia degno».

 

 

Un museo sommerso diventato rifugio per i pesci

 

C'è infine un'altra immagine suggestiva nel racconto di De Mola. In oltre duemila anni quello che fu il carico di una nave è diventato parte del fondale.

Tra le anfore oggi nuotano mostelle, murene, cernie brune e numerose altre specie marine. Un sito archeologico che è diventato, nello stesso tempo, un piccolo ecosistema.

«Il mare non smette mai di sorprenderci», conclude De Mola. «Questa volta non abbiamo trovato soltanto un relitto. Abbiamo trovato un pezzo della nostra storia».

Ed è forse questa la parte più affascinante della scoperta di Mazara: sullo scandaglio sembrava uno scoglio. Sotto quello "scoglio" c'erano duemila anni di storia.



Cultura | 2026-08-08 18:52:00
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