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12/08/2026 18:28:00

Sant’Anna di Stazzema: i bambini nelle guerre di ieri e di oggi. “Mai più” vale ancora?

Ci sono parole che non dovrebbero diventare vecchie. E fotografie in bianco e nero che oggi rivediamo a colori. 

Non perché il tempo non debba passare, ma perché ciò che raccontano continua a riguardarci. 

 

"Vidi una casa con l’uscio spalancato". 

Poi il silenzio. Una donna incinta uccisa, il bambino che portava in grembo morto insieme a lei. Poi l’odore di bruciato, la chiesa, i corpi. Donne. Bambini. Vecchi. Centinaia di persone massacrate.

 

Questo vide Elio Toaff quando arrivò a Sant’Anna di Stazzema, poco dopo l’eccidio del 12 agosto 1944. Non racconta la guerra attraverso le strategie militari, le mappe, le avanzate degli eserciti. Racconta quello che resta quando la guerra entra dentro una casa: un uscio spalancato, una cucina vuota, un corpo, un bambino morto prima ancora di nascere.

È forse per questo che la sua testimonianza, a 82 anni di distanza, continua a essere così difficile da leggere, perché non consente alla storia di diventare astratta.

 

A Sant’Anna di Stazzema furono uccise 560 persone, tra abitanti e sfollati. Donne, anziani, bambini. 

La più giovane vittima, Anna Pardini, aveva appena venti giorni. 

La strage fu accompagnata dall’incendio delle case e dei corpi. 

 

Ma la domanda che dobbiamo porci oggi non è soltanto che cosa accadde a Sant’Anna.

È, piuttosto, che cosa ci riguarda ancora di quella mattina?

Perché la memoria rischia di diventare innocua quando una data viene ripetuta ogni anno, quando vengono deposte le corone e osservato un minuto di silenzio e poi tutto torna esattamente come prima.

 

Sant’Anna, invece, dovrebbe metterci a disagio e costringerci a guardare il presente con occhi diversi.

Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha ricordato oggi, nell’82° anniversario: "Sant’Anna è il simbolo dell’abisso nel quale le guerre possono precipitare e della necessità di respingere la violenza, l’odio e la volontà di dominio".

 

Ecco perché Sant’Anna appartiene a chi oggi discute di guerra come se fosse una partita da tifare. 

A chi considera i bambini morti una conseguenza inevitabile, un numero dentro una statistica, una voce necessaria nel bilancio di una guerra.

 

È difficile immaginare un modo più netto per riportare Sant’Anna nel presente e riabitarla con i volti dei 21 mila bambini morti a Gaza in soli mille giorni: tre volte tanto gli abitanti di Sant'Anna nel 1942. È questo il report de "Il Sole 24 ore" di tre anni di guerra. 

21 Mila sono un numero enorme, quasi impossibile da comprendere, che rischia di diventare astratto.

 

Sant’Anna ci obbliga invece a fare il contrario: a ridare un volto a quei numeri.

Una bambina, un bambino. Una madre, una casa. Una vita interrotta.

Ma il paragone più serio non è tra due guerre, è tra il modo in cui guardiamo alle vittime.

Ed è qui che la memoria diventa scomoda.

Perché i bambini morti 82 anni fa sappiamo già di poterli collocare dalla parte innocente della storia.

Molto più difficile è guardare i bambini che muoiono oggi senza chiedere prima da quale parte stanno. 

Questa dovrebbe essere la lezione più radicale di Sant’Anna, in una Europa che ha conosciuto Sant’Anna, Marzabotto, Lidice, Auschwitz e tante altre stragi non può permettersi di considerare la guerra come qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.

E non può permettersi neppure una memoria selettiva.

 

Ricordare i bambini di Sant’Anna di Stazzema significa ricordare anche che i bambini non sono una categoria politica, ma il motivo piú grande per cui occorre prendere una posizione senza dimenticare il contesto.

Sant’Anna ci lascia una domanda terribile e semplice.

Quando diciamo “mai più”, stiamo parlando davvero di tutti?

Oppure stiamo dicendo “mai più” soltanto per i morti che abbiamo imparato a considerare nostri?

 

Valentina Colli