Un milione di euro. È la cifra che incombe sui conti di Palazzo D'Alì dopo la mancata approvazione del Piano economico finanziario (PEF) e delle nuove tariffe Tari se la discarica di Borranea non verrà consegnata, come annunciato, il 25 agosto prossimo. Altrimenti, sarà "solo" di 250 Mila euro.
Comunque un vuoto che rischia di trasformarsi in un problema per il bilancio comunale e che ha acceso uno scontro politico sempre più forte alimentato da una proposta precisa: ridurre le indennità di sindaco, assessori, presidente del Consiglio e consiglieri per contribuire a coprire l'ammanco.
L'idea è stata lanciata in primis dal consigliere Totò Braschi e, con sfumature diverse, rilanciata anche dal presidente del Consiglio Alberto Mazzeo.
Una proposta che parla alla pancia dell'opinione pubblica, ma che, numeri alla mano, appare più un gesto simbolico che una reale soluzione finanziaria.
Lo scontro politico
Dopo il fallimento della seduta convocata per approvare gli atti finanziari, Braschi ha accusato l'opposizione di avere fatto venir meno il numero legale, provocando un ulteriore danno economico per il Comune.
"Diamo l'esempio - afferma il consigliere -. Tagliamo gli emolumenti degli organi di governo e del Consiglio, rinunciamo ai gettoni di presenza per non mandare in default il bilancio comunale. Vediamo quanti consiglieri sono davvero disponibili a farlo".
Non sono mancate le accuse dirette al presidente del Consiglio Alberto Mazzeo, contestato per la gestione della seduta straordinaria convocata per rispettare la scadenza del 31 luglio ed accusato di non rispettare più la terzietà del suo ruolo.
Mazzeo, dal canto suo, insiste sulla necessità di un segnale.
"Sul fronte delle indennità occorre dare un esempio. Il Collegio dei revisori lo suggerisce da due anni. Se il Comune sostiene di non avere risorse sufficienti, allora anche sindaco, assessori e presidente del Consiglio devono ridurre i propri compensi".
Il presidente del Consiglio collega però la vicenda Tari a una più generale difficoltà dell'ente: rendiconti approvati in ritardo, impossibilità di utilizzare l'avanzo di amministrazione e documenti contabili ancora fermi.
I numeri raccontano un'altra storia
Il tema, però, si scontra con i numeri.
In base alla normativa vigente, il sindaco di Trapani percepisce un'indennità di 9.660 euro al mese, il vicesindaco il 75% di tale importo, pari a 7.245 euro, mentre assessori e presidente del Consiglio ricevono il 60%, cioè 5.796 euro mensili.
Con una giunta al completo il costo delle indennità supera 74 mila euro al mese, pari a quasi 900 mila euro lordi l'anno. Che alle casse del Comune male non farebbero.
Perfino nell'ipotesi estrema di un azzeramento totale degli stipendi per dodici mesi, il risparmio non coprirebbe integralmente il possibile ammanco da un milione di euro. Una riduzione del 20% produrrebbe invece un risparmio di circa 180 mila euro l'anno: meno di un quinto della somma necessaria.
Il nodo è il PEF, non gli stipendi
Il problema, infatti, è un altro.
Per legge il costo del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti deve essere coperto integralmente dalla Tari. Negli ultimi anni i costi sono aumentati per il trasporto dei rifiuti fuori provincia, il caro energia, i carburanti e i rinnovi contrattuali. Senza l'approvazione del PEF e delle nuove tariffe, però, quella differenza non può essere recuperata automaticamente negli anni successivi.
Il rischio è che il Comune debba coprire lo squilibrio con risorse proprie della spesa corrente, sottraendole ad altri servizi.
Per i tecnici le possibili soluzioni restano quelle strutturali: riduzione di altre spese, utilizzo dell'avanzo di amministrazione quando sarà possibile e soprattutto un rafforzamento della riscossione della Tari evasa.
Tra etica e populismo
Il dibattito sulle indennità, dunque, va letto soprattutto sul piano politico ed etico.
Gli attuali compensi discendono dall'adeguamento previsto dall'articolo 1 della legge di Bilancio 2022 e recepito in Sicilia dalla legge regionale n. 13 del 25 maggio 2022, che ha rideterminato le indennità degli amministratori locali.
Un adeguamento cui l'amministrazione poteva rinunciare - come ha fatto per un paio di mesi - e che suscitò forti polemiche.
Dopo l'aumento dell'indennità del sindaco, il Consiglio comunale approvò anche l'incremento del gettone di presenza dei consiglieri, passato da 34 a 58 euro per seduta. Tutti ne hanno beneficiato, ad eccezione di Peppe Guaiana, che rinunciò all'adeguamento.
In quell'occasione il presidente del Consiglio, Alberto Mazzeo, promise un monitoraggio della spesa e invitò a razionalizzare le convocazioni delle commissioni qualora fossero emerse criticità. Un impegno che oggi torna d'attualità, considerando che alcune commissioni, come per esempio la VII, continuano a riunirsi con grande frequenza, spesso per sedute che potrebbero essere accorpate senza compromettere l'attività istituzionale.
Per questo il taglio delle indennità, più che una soluzione tecnica, rappresenta una scelta di responsabilità politica.
Può essere un segnale di sobrietà in un momento in cui ai cittadini si chiedono sacrifici e si prospettano tagli ai servizi.
Ma trasformarlo nella risposta al "buco" della Tari significa inseguire una scorciatoia populista che non affronta il problema reale: riportare ordine nei conti del Comune e approvare gli strumenti finanziari nei tempi previsti dalla legge.
È lì, prima ancora che negli stipendi della politica, che si gioca la partita del futuro di Palazzo D'Alì.