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13/09/2014 06:42:00

Marsala, la Sicilia e i migranti. Quando gli emarginati eravamo noi

 Risale a circa una settimana fa la notizia che alcuni immigrati di origine nigeriana, ospitati presso l’Hotel Acos, a Marsala, hanno  messo in scena delle proteste plateali, sdraiandosi a terra come se fossero morti, causando dei disagi allo scorrimento del traffico e rifiutando soccorsi ed aiuti da parte dello staff sanitario preposto.
I commenti abbondano e  spesso sono frutto di considerazioni superficiali, se non di vero e prorio odio razzista.
Il comportamento dei giovani nigeriani può  essere considerato biasimevole e fuori luogo per via delle modalità scelte, tuttavia è innegabile che siamo noi i primi a non conoscere il nostro passato, dimenticando di essere nati in una terra di migranti.
Ed è proprio lì che risiede il nostro errore.
Infatti, nel contesto dell’Italia post-unitaria l’emigrazione ha costituito un fenomeno di carattere nazionale, di cui la Sicilia risulta essere l’emblema.
Secondo alcuni dati, infatti, tra il 1871 ed il 1921, circa un milione di siciliani lasciarono l’isola.
Diversi furono i motivi: tra di essi le difficili condizioni di vita delle masse popolari agli albori dell’Italia unita, dovute all’assenza di posti di lavoro e all’aumento dei prezzi dei beni di consumo oltre che agli effetti negativi della politica protezionista applicata del governo.
A ciò si aggiunsero, negli anni successivi, le scelte del governo di Giolitti, il quale non fece nulla per invertire il  flusso migratorio considerato che la partenza di molti uomini e delle loro famiglie era un’ottima valvola di sfogo per un problema reale quale la presenza di un’eccessiva manodopera a fronte di una scarsa offerta di impiego.
Pertanto, ai nostri avi non rimaneva altra opzione che lasciare il proprio luogo d’origine, riempire una valigia di cartone con indumenti e speranze e partire alla ricerca di una nuova vita.
Meta prediletta di molti emigranti furono gli Stati Uniti, paese in cui la cospicua presenza di immigrati italiani diede vita ai vari quartieri di “Little Italy”, all’interno dei quali venivano svolte le attività più svariate, comprese quelle illegali.
Altra meta molto gettonata fu l’Argentina, la cui Costituzione del 1853 ( all’articolo 25) garantiva i diritti degli immigrati e fomentava l’immigrazione stessa.
Non è un caso che il più grande barrio della capitale, Buenos Aires, si chiami Palermo e per diverso tempo abbia ospitato immigrati di origine italiana.
In quadro storico così problematico, anche molti marsalesi lasciarono la loro città alla volta degli Stati Uniti.
Oltre a contadini, operai e disoccupati emigrarono dalla nostra città personalità legate al mondo della malavita, tra le quali spicca il nome di Joe Masseria, noto criminale trasferitosi negli Stati Uniti a 17 anni e successivamente divenuto esponente di spicco della cosiddetta “Cosa nostra americana”.
Il  sito americano di “Ellis Island”, offre la possibilità di accedere ai suoi dati e consultare il cosiddetto “Ship Manifest”, documento originale che contiene i nomi e le firme di tutti i passeggeri di quella stessa nave.
Tale documento, riservato esclusivamente ai passeggeri di terza classe, contiene informazioni di vario genere destinate ad un controllo di coloro i quali mettevano piede per la prima volta in territorio statunitense.
Tra i vari dati spiccano quelli riguardanti la razza del passeggero - nella nostra fattispecie “Italian South” – variabile data dalla discendenza e dal dialetto parlato dai singoli individui.
Salta all’occhio come la somma di denaro con cui gli immigrati siciliani mettevano piede in territorio americano fosse esigua, orientativamente tra i 10 ed i 30 dollari; insomma, non si esportavano di certo capitali.
Inoltre, sotto la voce “ Capace di leggere e scrivere “ numerosi sono i NO, a testimonianza del fatto che il livello di analfabetismo era particolarmente elevato.
Una volta entrati in territorio americano i nostri conterranei erano spesso oggetto di stereotipi, discriminazione ed episodi xenofobia che negli USA erano espressioni sintomatiche di un movimento razzista chiamato “Anti-Italianism”.
Mentre taluni riuscirono ad integrarsi e trovare lavoro nei sobborghi delle grandi città, altri furono costretti a lavorare negli estesi campi del sud degli Stati Uniti pur di guadagnare qualche dollaro ed a patire gli effetti della segregazione razziale, incentivata dell’incessante aumento di arrivi nelle coste statunitensi.
Sovente tale risentimento causava delle vere e proprie spedizioni punitive da parte del popolo e delle forze dell’ordine; così come avvenne a New Orleans nel 1891, quando dopo un linciaggio di gruppo nei confronti di alcuni italiani ( in questo caso tutti siciliani) accusati d’omicidio, un altro centinaio di essi venne arrestato, senza alcuna prova, con l’accusa di far parte di un gruppo criminale.
Ed ancora, molti ricorderanno i due anarchici Sacco e Vanzetti ingiustamente condannati alla sedia elettrica per un omicidio che non avevano mai commesso.
Continuiamo a riempirci la bocca di parole d’odio e di rabbia, senza riflettere sul fatto che anche i nostri nonni, i nostri zii o chissà chi altro furono costretti a subire lo stesso trattamento che adesso riserviamo ad altri. Sembrano passati molti secoli ma queste storie d’abbandono e di speranza, di sofferenza e di distacco, di discriminazione e di lotta, queste storie siciliane non sono poi così diverse da altre storie odierne, così lontane eppure così vicine.

Giovanni Marco Maggio