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02/02/2010 07:41:32

Ciancimino: "Dell'Utri trattò con Provenzano"

"A un certo punto, nel dicembre '92 mio padre fu arrestato. Riteneva che fosse una trappola dei carabinieri, che ormai avevano avuto da Bernardo Provenzano, nostro tramite, le carte utili per giungere all'arresto di Riina. Mio padre diceva che la trattativa stava proseguendo. Mi fece un nome, quello di Marcello Dell'Utri".

Il nome del politico del Pdl è in uno dei pizzini consegnati nei mesi scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino: “In quel biglietto Provenzano scriveva a mio padre del “nostro amico sen.” – spiega oggi in aula - Era Dell’Utri, anche se senatore non era. Mio padre diceva: Provenzano fa confusione, dato che spesso scrive la parola senatore”. Ciancimino junior prosegue: “Mio padre aveva saputo da Provenzano di un suo rapporto diretto con Dell’Utri”.

Nel secondo giorno di deposizione del figlio dell'ex sindaco di Palermo si parla dell'arresto di Totò Riina. "Dopo la strage di via d'Amelio - dice Massimo Ciancimino davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo - mio padre mi spinse a riprendere i contatti con i carabinieri, il colonnello Mori e il capitano De Donno. Concordammo un nuovo incontro che avvenne nell'appartamento romano di mio padre, nei pressi di piazza di Spagna, tra il 25 e il 26 agosto. Ho un documento che prova quell'appuntamento - aggiunge Ciancimino -. In quel momento, cambiava totalmente l'oggetto del dialogo fra mio padre e gli ufficiali dell'Arma rispetto alla prima trattativa. Nel momento in cui si percepiva chiara la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputava infatti interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Salvatore Riina. I carabinieri chiesero allora di poter catturare Riina, non Provenzano, perché loro sapevano che Provenzano era un interlocutore privilegiato di mio padre . I carabinieri sapevano che per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre".

Il pubblico ministero Nino Di Matteo chiede: "I carabinieri erano informati che per giungere alla cattura di Riina suo padre avrebbe dovuto rapportarsi con Provenzano?". Ciancimino risponde: "Sì, anche perché mio padre non sapeva certo dove si trovasse Riina, da tempo non lo vedeva".

Il pm torna a chiedere: "I carabinieri sapevano che suo padre si vedeva con Provenzano per arrestare Riina?". La risposta: "Certo, mio padre aveva detto subito che per mettere fine alla latitanza di Riina bisognava fare una certa strada". Di Matteo: "Non fu mai chiesto dai carabinieri l'arresto di Provenzano?". Ciancimino: "No mai".

Negli incontri dopo la strage di via d'Amelio ("fra il 25 agosto e novembre") Vito Ciancimino avrebbe chiesto ai carabinieri che di quella seconda trattativa fosse informato Luciano Violante, intanto diventato presidente della commissione antimafia. "Mio padre chiedeva che Violante fosse agganciato perché era vicino alla magistratura, in particolare a certi giudici comunisti".

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, sarebbero state passate delle mappe di Palermo all'entourage di Provenzano: "Erano in due tubi gialli, con dei fogli A3 - spiega il teste - furono poi restituite tramite me ai carabinieri. In quelle mappe era cerchiata una zona e segnate alcune utenze telefoniche, dell'acqua e del gas".

Vito Ciancimino avrebbe poi chiesto un passaporto di copertura ai carabinieri, per incontrare all'estero Provenzano, in Germania. Ma il 19 dicembre, Vito Ciancimino venne arrestato, per scontare un residuo di pena. "Mio padre mi disse: è stata una trappola dei carabinieri, adesso che hanno le carte utili per arrestare Riina vogliono togliermi di mezzo".

Vito Ciancimino e il figlio commentarono poi in carcere l'avvenuto arresto di Riina. "Lui riteneva che la mancata perquisizione del covo fosse stata una sorta di onore alle armi per il capomafia", spiega Massimo Ciancimino: "Mio padre mi disse che Riina si vantava del suo archivio: con queste carte può crollare l'Italia, diceva. Mio padre era convinto soprattutto che dopo di lui qualcuno aveva proseguito la trattativa con i carabinieri. Marcello Dell'Utri".

 

Oggi Massimo Ciancimino torna nell’aula bunker dell’Ucciardone per deporre al processo “Mori. La deposizione di ieri ha già provocato reazioni e polemiche.

"Parte del denaro di mio padre, negli anni 70, fu investito in una grossa operazione edilizia realizzata nella periferia di Milano chiamata 'Milano2'". Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento mafioso. Secondo il testimone l'ex sindaco, convinto a fare l'investimento dagli imprenditori Nino Buscemi e Franco Bonura, inizialmente non era entusiasta delnuovo business, ma poi avrebbe finito per accettare.

Ciancimino ha fatto esplicito riferimento, come autorita' giudiziaria che annullo' la misura, alla prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale. E ancora: 'Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema Ciancimino - ha detto - d'accordo con Bernardo Provenzano, gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentativita'. Sui rapporti con i capimafia, ha ricordato: 'Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto e' sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre'.

SISTEMA PER SPARTIRE APPALTI - "Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema Ciancimino.D'accordo con Bernardo Provenzano - ha aggiunto - gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività".

UN BIGLIETTO DI CONDOGLIANZE DA PROVENZANO - "Ricevetti, il giorno della sepoltura di mio padre, nel 2002, un biglietto di condoglianze da parte di Bernardo Provenzano. A darmelo, al cimitero, fu un uomo dei servizi segreti, di nome Franco, con cui mio padre aveva rapporti fin dagli anni '70''. Il teste ha riferito dei rapporti tra il padre e i servizi segreti e ha raccontato che ad introdurre il sig. Franco, che però il sindaco Ciancimino chiamava Carlo, al padre fu l'ex ministro dell'Interno Franco Restivo.

DIEDI A MIO PADRE PAPELLO RIINA - Consegnai a mio padre il papello con le richieste della mafia allo Stato. A me l'aveva dato, il 29 giugno del '92, il medico Antonino Cina', che l'aveva ricevuto da Totò Riina". Lo ha detto, deponendo al processo al generale dei carabineri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia, il figlio del'ex sindaco mafioso di Palermo Massimo Ciancimino. Secondo Ciancimino il papello, partorito dalla mente di Riina, ma scritto da altri, sarebbe stato la risposta del boss alla proposta fattagli dal Ros dei carabinieri, per il tramite dell'ex sindaco. I militari chiedevano alla mafia la resa incondizionata dei latitanti e Riina - a dire di Ciancimino - replicava con il papello in cui si chiedevano, tra l'altro, benefici per i capimafia detenuti. Secondo l'ex sindaco il papello avrebbe contenuto proposte irricevibili tanto che Ciancimino senior esclamò: "la solita testa di minchia di Riina". "Anche spinto da Bernardo Provenzano mio padre, dopo avere letto il papello di Riina, che giudicava irricevibile dallo Stato, scrisse una serie di controproposte da esibire ai carabinieri con cui aveva intrapreso un dialogo". Il manoscritto che testimoniava la volontà dell'ex sindaco di proseguire la trattativa con le istituzioni, che il farneticante papello di Riina avrebbe invece necessariamente interrotto, sarebbe stato visionato da Provenzano e consegnato al colonnello Mori.

GHEDINI, MILANO 2? CIANCIMINO DIFFAMA, AZIONI LEGALI - "Le dichiarazioni di Ciancimino su Milano Due sono del tutto prive di ogni fondamento fattuale e di ogni logica, e sono smentibili documentalmente in ogni momento": è quanto afferma Niccolò Ghedini, avvocato del premier e parlamentare Pdl in una nota. "Tutti i flussi finanziari di Milano Due, operazione immobiliare che ancor oggi è da considerarsi una delle migliori realizzazioni nel nostro paese - aggiunge Ghedini - sono più che trasparenti e sono stati più volte oggetto di accurati controlli e verifiche. Tutte le risultanze hanno dimostrato la provenienza assolutamente lecita di tutto il denaro impiegato. Argomentare gli asseriti finanziamenti mafiosi è evidentemente diffamatorio, il che - conclude - sarà facilmente comprovabile nelle appropriate sedi giudiziarie".