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01/01/2011 09:34:57

Un insegnamento del card. Martini

Mentre il presidente della Cei Camillo Ruini, dalla svolta del convegno ecclesiale di Palermo del 1995, è impegnato a indicare la via ai cattolici e a contrattare direttamente con la politica per influire anche in ambito legislativo oltre che culturale, il cardinale Martini dice che compito della Chiesa non è quello di «voler essere a ogni costo di nuovo una forza rilevante nella società, operante sullo stesso piano delle altre forze e in concomitanza e concorrenza con loro», ma quello di «riconoscere con serenità che il proprio compito di piccolo gregge, in apparenza più modesto, è di fatto molto più esigente e necessario per il bene di tutti: essere lievito nella società, piccolo seme di nuovi germogli». Per Martini, in una situazione generale di sbandamento politico su base morale e di debolezza culturale, i cattolici devono vedere non un motivo di mortificazione, ma una grande e provvidenziale opportunità. Non si tratta di fare passivamente buon viso a cattiva sorte, ma di cogliere un’opportunità storica, perché implica la scelta di «un ethos di umiltà, di mitezza, di misericordia, di perdono, di riconoscimento delle proprie colpe anzitutto all’interno della Chiesa». Una Chiesa consapevole della propria condizione di minorità ha infatti «più vivo il senso della testimonianza, coglie meglio le differenze in sé e attorno a sé, è più aperta al dialogo». E certamente questo «ethos interno» ha un influsso anche «sul modo in cui la Chiesa si rende presente nel quadro sociale e politico di una nazione e sul modo con cui i singoli cristiani operano, a nome proprio e con propria responsabilità, nel campo politico». Ciò di cui c’è bisogno, in un’epoca segnata dalla crisi politica, sociale e morale, non è certo «il lamento che diventa egocentrico e infantile bisogno di rassicurazione esterna», bensì un comportarsi con sobrietà, anche nel parlare, e il «coraggio civile di dire la verità». Ci sono cattolici, lo sappiamo, che giudicano la posizione di Martini e dei “martiniani” come una fuga irresponsabile, ma ce ne sono anche tanti che, stanchi di proclami, di non possumus, di lezioni clericali, di adunate e di battaglie a colpi di “valori non negoziabili”, ne hanno nostalgia. Nel discorso di addio a Milano pronunciato nel giugno del 2002, Martini ricorda che il cristiano, destinato a essere collante della società, oggi ha il compito non di erigere barriere insormontabili, ma di «creare piazze nuove tra le case, dove ci siano, nel rispetto reciproco, vere possibilità di intesa tra il fratello, il cittadino e lo straniero», e in un testo significativamente intitolato Che cosa fare in momenti difficili? Martini scrive che «nessun momento, anche se di transizione o di incertezza, di nebbia e di notte, è fuori dal disegno di Dio» e che «ogni epoca è un tempo di grazia». Oggi crederlo richiede davvero un grande atto di fede, ma la parola di un pastore come l’arcivescovo emerito di Milano è una bella iniezione di fiducia e di coraggio. Anche là dove chiede di ricordare quest’altro monito di Gesù: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili; quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!» (Lc 11,46).
di Aldo Maria Valli - in “Europa” del 31 dicembre 2010 - www.chiesavaldesetrapani.com



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