12 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè
Quell’11 gennaio del 1999 ha segnato anche me, umile ascoltatore di un immenso repertorio pieno di poesia, un repertorio aperto ad infinite interpretazioni, canzoni immortali le cui chiavi di lettura ti portano in un mondo parallelo, come nei sogni, un mondo parallelo dove Faber continua a suonare la sua chitarra e a
cantare con maestria le sue meravigliose opere che continuano ad essere la colonna sonora di tante generazioni.
De Andrè era immenso, sotto tutti i punti di vista, il suo essere anarchico, il suo modo di raccontare ciò che lo circondava, sempre in difesa dei più deboli, il suo essere anticonformista, sempre in direzione ostinata e contraria; l’unico capace di umanizzare anche le figure più astratte e più mistiche.
Ci ha raccontato le vicende di prostitute sfruttate, di drogati paurosi, di vecchi professori che predicano bene e razzolano male; ha parlato d’amore, l’amore in tante sfaccettature, ha difeso i diversi e ha sbeffeggiato ironicamente la normalità intesa come essere superiore della diversità. Ha parlato di solitudine, di suicidio, di donne sognate e di donne amate. Ha sposato le cause degli indiani d’America, e di tutte le etnie martoriate dalla prepotenza della guerra e del potere.
Ci ha parlato della guerra che uccide soldati e civili, la guerra che crea eroi e che lascia medaglie in ricordo. Ha parlato di un impiegato del maggio del ’68, sfornando un meraviglioso concept che parla di potere, di politica e di bombaroli.
Ha anche umanizzato la figura Cristo in contrapposizione con le verità assolute della chiesa, e ha cantato coloro che vanno “nella collina”, musicando l’antologia di spoon river insieme a Fernanda Pivano, che nel ’97 in occasione del Premio Tenco lo descrisse come il più grande poeta in assoluto degli ultimi 50 anni italiani.
La Pivano aveva ragione: Fabrizio De Andrè è stato sicuramente un grande poeta, e la sua voce, le sue canzoni e la sua musica rimarranno immortali, proprio come un monumento secolare capace di identificare un luogo indipendentemente dagli anni che passano. E’ proprio per questo motivo che le sue canzoni sono sempre attuali; d’altra parte la prepotenza del potere si combatte con una sola arma: la cultura, e Fabrizio De Andrè da buon pacifista, aveva un ottimo equipaggiamento sotto questo punto di vista. Sicuramente, se fosse ancora vivo, continuerebbe a scrivere canzoni immortali, per riflettere sulla morbosità del mondo, guardando con occhi diversi, attraverso le sue poesie.
Francesco Genovese
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