16/02/2011 05:40:03

Ci risiamo. Le vittime dell’estorsione, a Marsala, negano tutto.

E’ un processo per estorsione, con cinque vittime, ma nessuno, fino ad ora, che ha ammesso di aver subito il racket. Il processo riguarda i fratelli Giuseppe e Paolo Internicola, di 37 e 33 anni, i capi di imputazione riguardano tre tentativi di estorsione e due estorsioni in danno di alcuni commercianti e imprenditori marsalesi. A difendere i due imputati sono gli avvocati Paolo Paladino e Alessandro Casano, che come prima mossa hanno chiesto la «inutilizzabilità» delle intercettazioni effettuate. Il Tribunale, però, ha rigettato l'eccezione. A questo processo infatti si è arrivati non tramite le denuncie dei commercianti e degli imprenditori, ma in base ad alcune intercettazioni effettuate in alcuni istituti circondariali – dove gli imputati erano reclusi - nell’ambito di un procedimento più vasto.
Individuate le parte offese in alcuni imprenditori, gli stessi non hanno dato alcun riscontro già in sede investigativa ai pubblici ministeri. E in aula hanno ripetuto la scena muta.
Tra l’altro, non c’è alcuna parte civile. Nemmeno l’Associazione Antiracket.
Il primo teste è il 43enne Tommaso Gesone, titolare del bar Miramare di via Mario Nuccio, che ha confermato di avere subito, e denunciato, a fine febbraio 2005, l'incendio (doloso) del prefabbricato che pochi mesi prima aveva installato vicino al mare. Ma sospetti su chi avesse potuto appiccare il fuoco «nessuno». A specifica domanda, ha poi negato di avere dato un assegno di 4 mila euro a Paolo Internicola, anzi, ha detto che si trattava di un «amico» che l'aveva aiutato a montare il prefabbricato. E anche il 41enne Nicola Toro, titolare di un'officina elettromeccanica, rispondendo alle domande del pm Rossana Penna, ha negato di avere subito minacce estorsive.
C'è chi ha subìto l'incendio dell'azienda (Polipack), chi dell'abitazione al mare e chi, più fortunato, ha avuto soltanto un avvertimento (un bidone con liquido infiammabile davanti all'officina). Quasi nessuno, però, nonostante l'avvertimento del presidente del collegio giudicante (Riccardo Alcamo) a dire tutto ciò di cui era a conoscenza per rispettare il giuramento, ha detto di avere subito minacce estorsive.
I testi hanno dunque negato tutto, come se non sapessero nulla, con estrema tranquillità. Tanto che ad un certo punto c’è stata una certa ilarità, in tribunale. “Ma questo processo per cosa lo stiamo facendo a fare?” si sono detti in molti.

Soltanto uno dei testi individuati dall'accusa come parti lese, Antonio Aiuto, titolare della «Polipack», ha detto di avere ricevuto una telefonata «anonima» di minacce, ma «diversi mesi prima» dell'attentato incendiario. Quest'ultimo è datato ottobre 2005, mentre «la telefonata - ha detto l'imprenditore - è del febbraio 2005».

I fratelli Internicola hanno già dei precedenti «specifici». Paolo, nel 2009, fu arrestato, assieme a Vincenzo De Vita, figlio del boss mafioso Francesco De Vita, con l'accusa di avere preteso da un imprenditore 10 mila euro in cambio di protezione, mentre Giuseppe, nel 2005, finì in manette mentre incassava i 5 mila euro chiesti al titolare di un'autoscuola (Gaetano Basile) che dopo la richiesta di denaro ebbe il coraggio di denunciare il fatto alla polizia e tendere la trappola all'estorsore.

Il processo riprenderà il prossimo 3 Maggio. Verranno ascoltati gli agenti della polizia giudiziaria che hanno portato avanti le indagini.