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14/04/2011 13:27:45

Così i capitani coraggiosi d'Italia strappano al mare i disperati

C'è rispetto nelle coperte militari che coprono le due donne morte. Le forze dell'ordine verso i migranti mostrano sempre rispetto e solidarietà. È lo stesso rispetto di quei due uomini in borghese, un finanziere e un poliziotto, che non trascinano ma sorreggono, non arrestano ma accolgono una donna nera con la lunga gonna scura, la maglia rosso sgargiante, la collana di conchiglie e i piedi nudi. Insomma, non si è messa comoda, la signora. Ha scelto il suo vestito migliore per sbarcare a Pantelleria. Sembra pronta a partecipare ad una gioiosa danza propiziatoria. 

Ovviamente non sapeva che le acque agitate di Pantelleria, molto più che una metafora sono la sostanza dell'Italia, in Parlamento e per le strade, nelle aule di giustizia, al governo, nell'impresa... Conosco bene quella costa che è una crosta tagliente e dunque capisco a fondo la lezione che gli Italiani hanno impartito all'Italia lungo una riva che è davvero inaccessibile quando il mare si alza. Altro che sparare, altro che fora dai bal! I carabinieri e i finanzieri che ieri si sono gettati nelle acque agitate di Pantelleria e hanno salvato 250 naufraghi sono come le donne di Manduria che hanno regalato soldi e cibo ai tunisini in fuga, sono come i ragazzi che li hanno guidati tra i campi e i villaggi sulla rotta di rifugi tra loro collegati che sboccano persino sottoterra, nelle famose grotte della Puglia, nelle sue caverne, dovunque pur di sfuggire all'uso etnico della polizia-pulizia invocato dai leghisti al governo.

E non è vero che a Pantelleria si sono limitati a fare il loro dovere. Guardate le immagini, osservate le foto degli uomini in mare. Chi frequenta quegli scogli sa che lì, statisticamente, muoiono più salvatori che naufraghi perché raramente i buoni sentimenti riescono a fermare l'indifferenza delittuosa della natura, e la generosità è micidiale quando l'acqua - come dicono in Sicilia - "non ha luogo", acqua ostile come e peggio della lava, come e peggio dei terremoti. Guardate infatti quanto si somigliano tutti quegli uomini, salvatori e naufraghi, nell'acqua che appunto non ha luogo, che li copre e li scopre: "ad acqua e fuoco date un luogo" dice il proverbio. 

Se non ci fossero il colore della pelle e le divise sarebbe dunque difficile distinguere i soccorritori e i soccorsi perché in un mare dove solitamente i corpi si recuperano solo quando sono ormai sfatti dall'acqua, in quel mare che non si può addomesticare, tutti i visi dei vivi, dei bianchi e dei neri, sono solcati dalle stesse onde anomale e gli aliti e i venti minacciano tutti allo stesso modo. 
Né basta qui il solito cliché degli italiani brava gente, dove c'è ancora la furbizia, l'emozione facile, l'imprudenza del salvatore che è gemella e speculare all'imprudenza del salvato. C'è più dello stereotipo in tutti quei contadini poveri di Mineo che portano ai rifugiati tunisini magliette, giocattoli, radioline e ovviamente le arance che, invendute, spesso marciscono sugli alberi. E c'è molto di più nel viso di quel carabiniere con il bimbo nero in braccio, finalmente sulla terra ferma di Pantelleria: nello sfinimento del salvatore c'è una magnifica generosità di cuore ma anche di testa, una generosità che tanto più è valorosa e meritevole proprio perché è adeguata, è efficace, disciplinata e intelligente. C'è, insomma, la tecnica del rischio, la scienza del salvataggio nelle mani che afferrano la corda tesa sino alla barca: sono le mani forti e sapienti dei capitani coraggiosi d'Italia, non le mani degli "italiani brava gente" che su queste stesse coste si esibiscono sulle barche d'agosto, topless e champagne, ma non sanno neppure nuotare.

A Pantelleria, come a Lampedusa, come in tutto il nostro Sud bagnato dal mare, gli abitanti si dividono in costieri e naviganti. Si sa che i primi sono romantici e stanziali, spesso ironici e decadenti, mentre i naviganti sono i predatori senza patria. Questi due generi di uomo meridionale solitamente non si frequentano perché entrambi si considerano appartenenti ad un ordine cavalleresco rispetto al quale gli altri sono plebe appiedata. Ebbene, nessun Castelli e nessun Bossi, nessun Speroni e nessun governo Berlusconi riuscirà a convincere costieri e naviganti d'Italia che bisogna scrutare il mare per cacciare e non per accogliere, per sparare e non per salvare. Mi raccontano che molti si stanno organizzando: chi esce in barca porta sempre qualche giubbotto salvagente in più perché non si sa mai... Anche in quell'ecatombe che avvenne al largo di Lampedusa erano ancora le nostre motovedette che stavano andando a salvare i disperati che i maltesi si rifiutavano di aiutare benché fossero nelle loro acque. 

Gli italiani che stanno affrontando questa ondata di immigrati sono consapevoli di sé, lo fanno con serenità, con una generosità persino giocosa e con una solidarietà fisica anche perché, malgrado le ingiurie dei vari Bossi, si sono subito accorti che questi uomini sono spesso laureati, parlano le lingue e sono speciali: non fuggono dall'indigenza, ma dall'inciviltà della guerra, dalle sopraffazione tribali. Nel Sud hanno capito che gli extracomunitari che stanno arrivando sulle nostre coste sono spesso migliori di noi, e certamente di quelli che vorrebbero sparare su di loro. È soprattutto il Sud d'Italia che si oppone al naufragio della prima grande invasione di extracomunitari che non è invasione di cafoni. Guardate tutti quei giovani che sono sbarcati a Lampedusa, guardate bene le tante immagini di queste settimane: non sono la schiuma della terra, ma nella loro terra sono la crema. E un po' lo sono anche nella nostra.

Francesco Merlo, La Repubblica (14 aprile 2011)