Non chiamiamo 'pace' la guerra
L’Italia, invece no: il suo governo è pronto a portare la democrazia con le bombe, a chiamare «pace» ciò che è guerra, «bene» ciò che è male. Ma questo comportamento non è dignitoso: noi non possiamo dimenticare di essere stati in Libia potenza coloniale, di aver represso con ferocia la resistenza del popolo libico, soprattutto durante il ventennio mussoliniano: i partigiani libici venivano impiccati e non fucilati, perché in questo modo si offendeva più efficacemente la loro coscienza religiosa e la loro dignità personale. Così, fu impiccato Omar al Muktar, il leggendario leader della resistenza libica. Ce ne siamo dimenticati? Ci siamo dimenticati dei campi di concentramento nel deserto e delle artificiali «colonie » di contadini poveri che trapiantavamo dall’Italia alla Cirenaica?
Il 17 marzo scorso avevamo celebrato i 150 anni dell’Unità d’Italia e eravamo tornati a essere fieri del nostro tricolore, prima limitato quasi solo alle partite di calcio e a pochi riti convenzionali: ora, il nostro centocinquantenario è davvero destinato a passare alla storia come l’anno di una nuova guerra di Libia? Fino a pochi giorni fa sembrava proprio di no: avevamo smesso di baciar le mani al dittatore, ma non avevamo cominciato a buttare bombe. Ma poi, da Washington ha telefonato l’Imperatore, e ci siamo prontamente allineati. Baceremo le mani anche a lui?
Giorgio Bouchard - da 'Riforma' del 6 maggio 2011 - www.chiesavaldesetrapani.com
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