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11/11/2011 09:32:23

Risponde il teologo

Era giusto il loro modo di leggere quei testi? Secondo i rabbini del tempo e tutto l’ebraismo fino ai nostri giorni la lettura dell’Antico Testamento fatta dai cristiani di allora e di oggi non è quella giusta. Come non è giusta la spiegazione che Gesù fece, cammin facendo, ai discepoli di Emmaus, quando «spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo concernevano» (Luca 24, 27). Ed è sbagliato anche il discorso di Paolo quando dice che gli Israeliti nel deserto «bevevano alla roccia spirituale che li seguiva, e questa roccia era Cristo» (I Corinzi 10, 4). Per gli ebrei sono letture sbagliate, o arbitrarie, per i cristiani invece sono giuste. Chi ha ragione? Lo stesso problema si è posto sempre di nuovo nel corso della storia della Chiesa. Alcuni esempi, tanto per dare un’idea. [a] Origene, «padre della Chiesa» (185-254), uno dei massimi teologi cristiani di tutti i tempi, spinto da uno zelo ascetico impressionante, prese alla lettera la parola di Gesù: «Ci sono degli eunuchi … che si son fatti tali da sé a motivo del Regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» (Matteo 19, 12), e si evirò. È stato giusto leggere così quella parola di Gesù? Per Origene sicuramente sì, per noi probabilmente no. [b] Quasi mille anni più tardi Valdo di Lione chiese a un monaco che cosa debba fare per dare un senso cristiano alla sua vita. Il monaco gli raccontò l’episodio evangelico del giovane ricco, che culmina nella parola di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni, e seguimi» (Matteo 19, 21). Valdo prese alla lettera questa parola, vendette tutti i suoi beni, istituì una minestra quotidiana da distribuire ai poveri della città, poi cominciò a «seguire Gesù» dandosi alla predicazione itinerante dell’Evangelo con alcuni compagni, come aveva fatto Gesù. Il movimento valdese è nato da un classico esempio di «letteralismo biblico» che noi oggi di solito critichiamo o, comunque, non pratichiamo. È giusto leggere Matteo 19, 21 come l’ha letto Valdo? Per lui era evidentemente il modo più giusto di leggerlo. E per noi? [c] Chi ha visitato un giorno la basilica di S. Pietro a Roma, non può non aver notato all’interno della magnifica cupola di Michelangelo – un autentico miracolo architettonico – la parola di Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…» (Matteo 16, 18), scolpita a caratteri cubitali color oro. Sappiamo qual è la lettura che la Chiesa cattolica dà di quella parola: Gesù ha edificato la sua Chiesa su Pietro e continua a edificarla su coloro che la Chiesa cattolica ritiene siano i successori di Pietro, cioè i pontefici romani. Perciò la Chiesa di Roma è la Chiesa di Gesù, chi l’abbandona, abbandona la Chiesa di Gesù, e soltanto «con Pietro e sotto Pietro» (cum Petro et sub Petro), cioè con il papa e sotto il papa, si è dentro la Chiesa di Gesù. È giusta questa lettura di Matteo 16, 18? Secondo i papi, sì; secondo noi, no. Gli esempi citati, che si potrebbero moltiplicare a piacimento, bastano a illustrare quanto sia problematica la ricerca del «modo giusto» di leggere la Bibbia. Cercherò comunque di rispondere alla domanda, componendola nelle quattro sottodomande seguenti: (1) Perché è giusto leggere la Bibbia? (2) Perché è necessario interpretarla? (3) Perché il teologo francescano Duns Scoto (1270-1308), soprannominato Doctor Subtilis, disse: «L’interpretazione della Sacra Scrittura è infinita»? (4) Quale criterio adottare per una lettura della Bibbia che lasci parlare il testo?   1. Perché è giusto leggere la Bibbia? Oltre che giusto, è indispensabile. Perché? Perché senza la Bibbia non sapremmo  nulla del Dio nel quale crediamo – quello che si è rivelato al popolo d’Israele attraverso una lunga e travagliata storia che dura fino a oggi, e poi attraverso Gesù di Nazareth «che l’ha fatto conoscere» (Giovanni 1, 18). Senza la Bibbia non ci sarebbero né l’ebraismo né il cristianesimo. La Bibbia è l’unica fonte della nostra fede, non solo la principale, ma  l’unica. Lontano dalla Bibbia la fede lentamente deperisce e alla fine muore. L’anima, per vivere, può fare a meno di  molte cose, ma non della parola biblica.
  2. Perché è necessario interpretarla? Che cosa vuol dire «interpretare» un testo, una frase o una parola? Vuol dire  capirne il senso, cioè scoprire che cosa vuol dire. Dire e voler dire sono infatti due cose diverse: inseparabili, ma  diverse. L’interpretazione riguarda il voler dire. Ovviamente per poter interpretare un testo, una frase o una parola,  bisogna prima leggerla se è scritta, oppure udirla se è detta. Con la lettura o l’ascolto sappiamo quel che un testo, una  frase o una parola dicono; con l’interpretazione sappiamo ciò che vogliono dire. È certo fondamentale sapere quel che  un testo dice, ma lo è altrettanto sapere che cosa vuol dire. Questo si ottiene solo con l’interpretazione. Ma  l’interpretazione è un’impresa delicata e rischiosa. Perché? Perché il testo scritto o la parola udita hanno, tra le altre,  questa caratteristica: sono indifesi, disarmati, completamente nelle nostre mani. Possiamo farne quello che vogliamo, cioè possiamo far loro dire quello che vogliamo: il testo dice una cosa, noi, interpretandolo, gliene facciamo dire  un’altra. Quando questo accade, non è più il testo che parla, siamo noi che parliamo attraverso il testo. Davanti al  testo, non siamo più nella posizione di chi ascolta, ma nella posizione di chi parla. Il testo diventa un pretesto. Invece  di dare la parola al testo, la diamo a noi stessi. Siccome il testo è indifeso, la tentazione di approfittarne è grande. Per  questo l’interpretazione è un’operazione rischiosa: perché può facilmente diventare un atto di prepotenza e di  sopraffazione del testo, anziché essere quello che dev’essere – un servizio al testo per farlo parlare.   3. Affermare che l’interpretazione è necessaria  per sapere che cosa un testo, una frase o una parola vogliono dire,  significa inevitabilmente aprire la porta alla molteplicità e spesso anche al conflitto delle interpretazioni. Duns Scoto  sostiene addirittura che le interpretazioni della Scrittura sono infinite1. Perché un testo, una frase o una parola si  prestano a tante diverse interpretazioni? Forse perché non sono chiare loro? No, ma perché ogni parola che compone  un testo («testo» vuol dire «tessuto», trama di tanti fili, quindi qualcosa di complesso) può avere più significati e  generare diverse risonanze in chi legge o ascolta, secondo i tempi, i momenti, le culture, le situazioni. Cambiano i  lettori o gli ascoltatori, cambiano i contesti storici, cambiano le domande, le attese, le sensibilità, cambiano la qualità e  la misura della fede, perciò cambiano legittimamente le interpretazioni. Ma c’è di più: Gregorio Magno (540-604) ha  questa bella espressione: «Le parole divine crescono con chi le legge», cioè più cresce spiritualmente il lettore, più  cresce la sua intelligenza della scrittura, più cresce la Scrittura stessa nella vita del lettore. Le interpretazioni  cambiano, il testo non cambia. Le interpretazioni passano, il testo resta. Le interpretazioni sono tante, il testo è unico,  sempre quello. E sfida i secoli. Il testo ci sarà ancora quando io, con la mia interpretazione, non ci sarò più. Il testo ha  vita lunga: scripta manent. Questo è il suo privilegio.   4. C’è un «modo giusto» di leggere la Bibbia? Sì che c’è, anzi ce n’è più d’uno, ma non si può decidere in astratto quale  sia. Dipende da molte varianti che mutano secondo le situazioni e le persone coinvolte: una stessa parola può dire e voler dire cose diverse secondo i contesti in cui è pronunciata e gli interlocutori cui è destinata. Comunque, quattro  criteri di interpretazione possono essere indicati. [a] Il primo è fare silenzio davanti al testo, affinché sia lui a parlare e  noi ad ascoltare. [b] Il secondo è tener conto della storicità del testo, quindi delle condizioni storiche, culturali, sociali ecc. in cui esso è nato. Chi ignora la storicità del testo si condanna a non capirlo e a non coglierne il messaggio. [c] Il terzo criterio è imparare a distinguere – compito delicato, ma non impossibile – quello che nella Bibbia  appartiene al quadro culturale caduco da quello che invece appartiene al messaggio salvifico permanente. [d] Il quarto criterio è cercare nel testo, come suggeriva Lutero, «ciò che mette in evidenza Cristo».   Paolo Ricca - da 'Riforma' dell'11 nov 2011 - www.chiesavaldesetrapani.com
1. Si veda in proposito il bel libro di Pier Cesare Bori,
L’interpretazione infinita. L’ermeneutica cristiana antica e
le sue trasformazioni, Il Mulino, Bologna 1987.  



Native | 25/04/2026
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