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| 08/08/2026
Era giusto il loro modo di leggere quei testi? Secondo i rabbini del tempo e tutto l’ebraismo fino ai nostri giorni la lettura dell’Antico Testamento fatta dai cristiani di allora e di oggi non è quella giusta. Come non è giusta la spiegazione che Gesù fece, cammin facendo, ai discepoli di Emmaus, quando «spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo concernevano» (Luca 24, 27). Ed è sbagliato anche il discorso di Paolo quando dice che gli Israeliti nel deserto «bevevano alla roccia spirituale che li seguiva, e questa roccia era Cristo» (I Corinzi 10, 4). Per gli ebrei sono letture sbagliate, o arbitrarie, per i cristiani invece sono giuste. Chi ha ragione? Lo stesso problema si è posto sempre di nuovo nel corso della storia della Chiesa. Alcuni esempi, tanto per dare un’idea. [a] Origene, «padre della Chiesa» (185-254), uno dei massimi teologi cristiani di tutti i tempi, spinto da uno zelo ascetico impressionante, prese alla lettera la parola di Gesù: «Ci sono degli eunuchi … che si son fatti tali da sé a motivo del Regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» (Matteo 19, 12), e si evirò. È stato giusto leggere così quella parola di Gesù? Per Origene sicuramente sì, per noi probabilmente no. [b] Quasi mille anni più tardi Valdo di Lione chiese a un monaco che cosa debba fare per dare un senso cristiano alla sua vita. Il monaco gli raccontò l’episodio evangelico del giovane ricco, che culmina nella parola di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni, e seguimi» (Matteo 19, 21). Valdo prese alla lettera questa parola, vendette tutti i suoi beni, istituì una minestra quotidiana da distribuire ai poveri della città, poi cominciò a «seguire Gesù» dandosi alla predicazione itinerante dell’Evangelo con alcuni compagni, come aveva fatto Gesù. Il movimento valdese è nato da un classico esempio di «letteralismo biblico» che noi oggi di solito critichiamo o, comunque, non pratichiamo. È giusto leggere Matteo 19, 21 come l’ha letto Valdo? Per lui era evidentemente il modo più giusto di leggerlo. E per noi? [c] Chi ha visitato un giorno la basilica di S. Pietro a Roma, non può non aver notato all’interno della magnifica cupola di Michelangelo – un autentico miracolo architettonico – la parola di Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…» (Matteo 16, 18), scolpita a caratteri cubitali color oro. Sappiamo qual è la lettura che la Chiesa cattolica dà di quella parola: Gesù ha edificato la sua Chiesa su Pietro e continua a edificarla su coloro che la Chiesa cattolica ritiene siano i successori di Pietro, cioè i pontefici romani. Perciò la Chiesa di Roma è la Chiesa di Gesù, chi l’abbandona, abbandona la Chiesa di Gesù, e soltanto «con Pietro e sotto Pietro» (cum Petro et sub Petro), cioè con il papa e sotto il papa, si è dentro la Chiesa di Gesù. È giusta questa lettura di Matteo 16, 18? Secondo i papi, sì; secondo noi, no. Gli esempi citati, che si potrebbero moltiplicare a piacimento, bastano a illustrare quanto sia problematica la ricerca del «modo giusto» di leggere la Bibbia. Cercherò comunque di rispondere alla domanda, componendola nelle quattro sottodomande seguenti:
(1) Perché è giusto leggere la Bibbia?
(2) Perché è necessario interpretarla?
(3) Perché il teologo francescano Duns Scoto (1270-1308), soprannominato Doctor Subtilis, disse: «L’interpretazione della Sacra Scrittura è infinita»?
(4) Quale criterio adottare per una lettura della Bibbia che lasci parlare il testo?
1. Perché è giusto leggere la Bibbia? Oltre che giusto, è indispensabile. Perché? Perché senza la Bibbia non sapremmo nulla del Dio nel quale crediamo – quello che si è rivelato al popolo d’Israele attraverso una lunga e travagliata storia che dura fino a oggi, e poi attraverso Gesù di Nazareth «che l’ha fatto conoscere» (Giovanni 1, 18). Senza la Bibbia non ci sarebbero né l’ebraismo né il cristianesimo. La Bibbia è l’unica fonte della nostra fede, non solo la principale, ma l’unica. Lontano dalla Bibbia la fede lentamente deperisce e alla fine muore. L’anima, per vivere, può fare a meno di molte cose, ma non della parola biblica.
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