"Troades", il sapere delle donne, al parco delle cave di Marsala
di Antonino Contiliano
La tragedia di Euripide – “Le troiane" (TROADES nella traduzione di J. P. Sartre) – è andata in scena presso i luoghi del “Parco delle cave” di Marsala (C.da Ciavolo) – lì 12 agosto 2013; replica 13 agosto 2013 – grazie all’opera del “teatro abusivo” del regista (e attore) Massimo Pastore e del suo gruppo scuola. Ecco i nomi dei personaggi: ECUBA (Marina Genna); CASSANDRA (Cristina Genna); ANDROMACA (Chiara Cicala); ELENA (Giorgia Amato); TALTIBIO (Diego Pulizzi); MENELAO (Giovanni Lamia); LO STORPIO – POSEIDONE (Stefano Parrinello); CORO (Sara Bonini, Maria Chiara Cappitelli, Alessia Bertolino, Francesca Crimi, Rachele Meo, Claudia Marino, Ilaria Marino); UNA BAMBINA (Monica Pellegrino); ACHEI (Giorgio Tranchida, Davide Pastore, Francesco Pellegrino, Flavio Parrinello, Luca Parrinello, Bruno Prestigio). REGISTA: Massimo Pastore.
La scelta del luogo – il labirinto, lo scenario e la profondità delle “cave” – per dare corpo e immagine alla voce del teatro e al sapere della sua poesia “politica” (sempre conflittuale e carica di futuro), non è cosa insolita per il regista Pastore, se da anni, ormai, a Marsala, porta il teatro occupando le strade, i luoghi e gli angoli più emarginati e abbandonati del territorio. Qui, infatti, diversamente che nell’altrove anestetizzante della mercificazione imperante, la voce dialettica delle pene e delle promesse di felicità, tanto propria al sapere assoggettato delle donne (le “troiane” di ieri e di oggi), nonché esiliato dalla violenza del potere della guerra, così cara alla volontà di sopraffazione e oppressione degli “dei” e degli uomini, vortica senza confine il bisogno e il piacere delle passioni.
Quelle passioni che, senza perdere il nesso della luce e dell’ombra, sono tali che, anche con l’azione delle parole, agli animali umani in-segnano il non vedersi l’uno nemico dell’altro (preda da macellare) nonostante la tensione degli opposti antagonismi (ieri “guerra delle razze”: M. Foucault) non smetta di agire il tempo della storia.
In questi luoghi, dell’occupazione innamorata – macchina di guerra contro lo sterminio dei sogni e delle intimità etico-sociali dell’utopia umana –, il concavo delle cave di tufo e le ferite dei tagli che scolano dalle pareti a picco allora si smisurano con la verticalità storica dello spazio e del tempo nell’incrocio e nell’intersezione delle voci dei corpi del luogo e del passato-presente, e loro il risveglio del “teatro abusivo” dà voce e immagini viventi, insieme. In questo incontro, allora, dove la disperazione (il “sapere” dell’accaduto che è diventato immutabile) e la speranza (il “volere” un futuro che non ripeta il passato ma lo riscatti riscattando i morti) fluiscono fluttuanti, l’eco e la potenza dei suoni e dei sensi, che transitano l’immaginario scenico e l’azione tragico-narrativa delle passioni (non scisse dalla ragione e dalle ragioni), si raddoppiano in potenza facendo esplodere insieme il battere della voce dei ragazzi e delle ragazze del “teatro abusivo”, il concavo sonoro delle parole e quello delle cave.
Qui, però, ora, il concavo delle parole – diffuso nel concavo del “parco delle cave” e riflesso dalle pareti dei muri della città di tufo (la nuova Troia saccheggiata e abbandonata), nonché impastato come un gesto danzante, eternamente danzante nella sera agostana – ha chiesto un impegno: non dimenticare che la promessa degli uomini e delle donne è quello di imparare a vivere senza uccidere la “diversità”.
Dal volo sulle “rovine” dei luoghi e della storia, i ragazzi del “teatro abusivo” di Massimo Pastore hanno detto e chiesto che il desiderio del divenire-umani rimanga un fascio di “luce” non oscurato e una “redenzione” senza “attesa” (W. Benjamin): l’attimo con-tingente che trasforma la liberazione in azione, azione collettiva e politico-culturale comune.
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