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03/03/2014 06:50:00

Delitto Rostagno. Al 99% il Dna sul fucile è quello di Mazzara

E' stata un'udienza decisiva, come era stato annunciato, quella di mercoledì scorso, per il processo che cerca di fare luce sulla morte di Mauro Rostagno. Parlavano i professionisti incaricati della perizia balistica, e le loro parole non lasciano spazio a interpretazioni diverse dall'evidenza. Per dirla con uno dei due periti, il professore Silvano Presciuttini dell'Università di Pisa "soltanto un soggetto su circa cento milioni di individui risulta compatibile con il Dna ritrovato". E quel soggetto è Vito Mazzara, il killer della famiglia mafiosa trapanese imputato quale esecutore materiale dell'omicidio Rostagno, mentre Vincenzo Virga, l'altro imputato è accusato di essere il mandante dell'omicidio, e di averlo deciso, quale capomafia di Trapani, perchè i servizi giornalistici di Rostagno "davano fastidio" a Cosa nostra. I periti non hanno avuto  dubbi e hanno risposto, in una lunga udienza, a tutte le domande sull'esito dell'esame delle  tracce rinvenute sul sottocanna e sui frammenti lignei trovati sul luogo dell'omicidio  la sera del 26 settembre del 1988, a Valderice.

Oltre a Presciuttini, gli altri periti ascoltati sono stati la  professoressa Elena Carra e la dottoressa Paola Di Simone, che hanno esaminato il materiale balistico trovato sul luogo del delitto.
«L'analisi statistica basata sul calcolo del rapporto di verosimiglianza - ha aggiunto Presciuttini- consente di concludere che gli assetti genetici sottoposti ad analisi ed estrapolati da diverse campionature dei reperti hanno fornito un supporto molto forte all'ipotesi che il dna di Vito Mazzara sia attribuito alle misture campionate».
Ovviamente le conclusioni dei periti non convincono la difesa.  Gli avvocati Vito e Salvatore Galluffo, difensori di Vito Mazzara, contestano sia il metodo adottato sia le conclusioni dei tre periti. I due legali sono pronti a controbattere, con il loro consulente, il generale in pensione Luciano Garofano, ex comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri. 
«E' un'importante conferma della bontà della ricostruzione della Procura della Repubblica» ha commentato Antonio Ingroia, neo commissario straordinario della Provincia regionale di Trapani, presente   in aula. L'ex pubblico ministero ha coordinato le indagini e ha partecipato alla prima fase del processo, prima di lasciare la magistratura per candidarsi alle elezioni politiche.
«Questo - ha detto Antonio Ingroia - è un processo importante al quale ho dedicato tempo ed energie. Mauro Rostagno ha pagato con la vita la sua passione sociale e il suo impegno giornalistico. Ho sempre considerato la sua morte una ferita aperta per questa provincia perché non si è mai fatta giustizia fino in fondo. Non potevo, quindi, non essere presente in aula alla prima udienza utile dopo il mio insediamento. Ho voluto dare un segnale di presenza delle istituzioni che stanno dalla parte della giustizia. Nei casi di giustizia negata, come questo, non devono esserci soltanto magistratura e Procura, ma anche le istituzioni».
L'ex magistrato non ha nascosto l'emozione di «essere in aula e non indossare la toga alla quale ero abituato. Anche se ho cominciato a sedere su un altro banco facendo l'avvocato di parte civile in molti processi di mafia».
I  giudici hanno sentito anche i dottori Gianluca Pisani e Fabrizio Salvitti, incaricati di esaminare alcuni frammenti di un fanalino rinvenuti sul luogo del delitto. Secondo i due periti il materiale in sequestro appartiene a una Fiat Uno, della serie prodotta tra il 1983 e il 1989. I frammenti sono, quindi, riconducibili alla vettura usata dai sicari e ritrovata dopo l'agguato all'interno di una cava. Il processo riprenderà il prossimo 14 marzo.
 



Native | 25/04/2026
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