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03/03/2014 06:15:00

Scrive Salvatore Inguì, sui recenti episodi di bullismo a Marsala

 Molto clamore ha suscitato, in questa settimana, l’episodio avvenuto nella notte di sabato 15 febbraio, quando in un locale marsalese, dove si celebrava una festa di compleanno, a seguito di una rissa tra giovanissimi , uno di questi è finito in ospedale.

Tale episodio ha riacceso i riflettori sul problema della sicurezza della città e sulla violenza giovanile. Oltre agli organi locali di informazione anche tanti frequentatori di social net hanno espresso commenti e ulteriormente evidenziato l’allarme in città.

Il lunedì successivo al triste episodio sono stato contattato, quasi contemporaneamente, da diversi genitori, di entrambi gli “schieramenti” (quelli degli “aggrediti” e quegli degli “aggressori”). Gli incontri succedutisi quotidianamente hanno consentito uno spazio di parola, condivisione e riflessione su quanto accaduto. In particolare i genitori del ragazzo finito all’ospedale, hanno manifestato il loro sgomento e la preoccupazione circa quelli che potevano essere gli esiti ben più gravi di quelli per fortuna poi accertati, circa la condizione di salute del proprio figlio.

Qualche genitore della “controparte” ha invece chiesto aiuto circa la possibilità di sollecitare il proprio figlio (e quello degli altri) a rivedere i propri comportamenti e sollecitarli a decidersi per stili di vita più adeguati al rispetto della civile convivenza.

Contemporaneamente, mentre avvenivano questi incontri (avvenuti in parallelo) sono stato contattato da genitori, i cui figli non sono stati coinvolti nella vicenda, che si chiedevano (e mi chiedevano) che soluzioni adottare, che provvedimenti prendere.

Incontri, riflessioni, analisi, ipotesi sui ragazzi ma non coi ragazzi. Così, dietro approvazione delle famiglie, ho suggerito l’opportunità di dare parola ai loro figli, qualora questi avessero acconsentito ad incontrami.

I primi ragazzi che ho incontrato sono stati quelli che la stampa locale e i diversi commenti su facebook, hanno indicato come quelli del gruppo de “i cattivi” (mi permetto di usare questo termine per sintetizzare i diversi vocaboli raccolti). Puntualissimi all’appuntamento concordato si sono presentati nel mio ufficio 5 ragazzi, senza alcun atteggiamento borioso anzi, dimessi, a capo chino, che in oltre una ora e mezza, oltre che raccontare quanto accaduto quella sera, hanno impiegato più tempo a tentare di dare una spiegazione al loro comportamento, ma soprattutto, a discutere su come fare a chiedere scusa agli altri ragazzi, alle loro famiglie, alla città. Sì! Alla città.

La mia modalità di conduzione dell’incontro non è stata quella della indicazione delle soluzioni del problema, ma solo la sollecitazione, con domande, alla induzione alla riflessione attiva affinchè, così stimolati, i ragazzi stessi, in maniera genuina e senza “condizionamenti” potessero appropriarsi delle proprie responsabilità. Sia relative all’accaduto e sia relative a cosa fare ora. La domanda “Come possiamo chiedere scusa alla città?”, non è stata quindi una mia diretta sollecitazione, ma una evidente maturazione ottenuta durante il loro processo di riflessione generata dal dialogo interno al gruppo. Devo ammettere che tale posizione dei giovanissimi (tra i 17 ed i 18 anni) mi ha molto meravigliato, tanto da aver loro restituito ulteriormente la domanda sul perché sentissero la necessità di chiedere scusa anche alla città. “Perché ci siamo resi conto che al di là del fatto abbiamo creato un clima di paura come se fossimo davvero un branco di animali il cui unico scopo nella vita sia uscire di casa per fare e botte e creare danni in città”; “La gente che ha saputo il fatto ci guarda come se fossimo bestie senza freno e vorremmo dire che pure se abbiamo sbagliato non siamo così cattivi e lo possiamo dimostrare”.

Questo incontro si conclude con la richiesta da parte dei ragazzi di poter incontrare gli altri ragazzi per potersi parlare, poter chiedere scusa, tentare, se questi ultimi lo vorranno, di pervenire ad una “pace”.

E’ così che prendo contatti con il giovane finito in ospedale e con il giovane che festeggiava quella sera il suo compleanno, la cui festa è risultata rovinata dal triste epilogo. Durante il lungo dialogo avvenuto all’incontro fissato, questi hanno rappresentato, oltre al rammarico per il comportamento dei loro coetanei, il loro senso di frustrazione per l’incapacità di comprendere il perché tra giovani non sia possibile trascorrere serenamente una serata senza necessariamente concludersi su un lettino d’ospedale. A lungo si sono chiesti quale fosse l’obiettivo dell’eventuale incontro e sulla base della risposta a questa domanda, se accettare la richiesta di incontro. “Più che la riappacificazione quello che ci interessa è capire, sentire da loro come tutto ciò possa accadere”. “Non tanto e solo un problema nostro rispetto ciò che è accaduto, ma soprattutto rispetto a ciò che potrebbe accadere ad altri. Questo incontro potrebbe avere senso solo se l’obiettivo è evitare che ciò possa riaccadere non tanto con noi, quanto con altri”. A conclusione, la loro decisione è stata, quindi, di accettare l’incontro.

E l’incontro è avvenuto. Il giorno dopo, puntualissimi, i ragazzi si sono presentati presso il mio ufficio. Si sono seduti formando un cerchio perfetto con le loro sedie, ed io ho chiesto loro se volevano essere lasciati soli. Mi hanno concesso di rimanere nel mio ufficio. Ma non mi sono seduto nel “loro” cerchio. Sono andato ad una delle mie scrivanie a fare altro. Non ho né fatto introduzioni, né indicato loro modalità di conduzione, né dato il via. Mi sono “estraniato”, come giusto che fosse: era il loro gruppo, il loro spazio ed il loro tempo. E senza nessuna premessa è iniziato il loro dialogo.

Mi sono rammaricato di non averlo potuto video registrare: un esempio di modo come affrontare i conflitti e come dirsi le cose in faccia, anche animatamente, anche con il fare affiorare i propri sentimenti, ma sempre nel rispetto dell’Altro. L’Altro che non è il nemico, l’avversario, ma uno specchio con cui confrontarsi e con cui “riflettersi”.

Un lungo incontro. Denso. Intenso. Chiaro. Rispettoso delle reciprocità. Domande, risposte, riflessione, vicinanza, rammarico, spiegazioni, comprensione delle posizioni reciproche. Alla fine:

Vorremmo che voi accettaste le nostre scuse, il nostro pentimento ed il nostro proposito di dimostrarvi che siamo dispiaciuti veramente”.

il nostro obiettivo non è quello di vedervi mortificati mentre chiedete scusa. Il nostro piacere non è quello di umiliarvi. Il nostro scopo è che questi fatti non avvengano più e che la sera si possa uscire sereni, tutti i ragazzi di Marsala in genere. E che i genitori non debbano avere il terrore di dover correre in ospedale, perché il proprio figlio è andato ad una festa”.

Questa è la nostra promessa a voi, ai vostri genitori ed alla città: le nostre scuse non saranno con le nostre parole ma con i nostri comportamenti. Non siamo animali, abbiamo fatto una cosa sbagliata ma sappiamo di sapere fare anche cose buone”.

Assieme i ragazzi si alzano e l’un con l’altro si danno le mani e si abbracciano e si baciano.

Quelli che sembravano i “cattivi oramai irrecuperabili”, chiedono di essere aiutati a capire cosa possono adesso fare di concreto. E sono loro a proporre azioni ed attività che possano dare loro la possibilità di dimostrare di essere anche loro rispettabili, affidabili, sensibili ai bisogni dei più deboli. Già da lunedì inizieranno a partecipare, come protagonisti, ad attività in fase di essere concordate e coordinate assieme ai volontari dei Salesiani (Lillo Gesone, Tommaso Picciotto, Antonio Scafura) e di Libera.

A me è stato consegnato il compito di raccontare tutto ciò. Quanto qui scritto è stato concordato con tutti i ragazzi protagonisti e mi è stato affidato, su loro richiesta, di sollecitare chi potrà leggere queste righe a riflettere sulle loro considerazioni:

  • Impariamo a non esprimere giudizi senza conoscere le persone ed i fatti;

  • Alla violenza non si risponde con la violenza e certe parole ed affermazioni apparse su facebook sono state incitazioni alla violenza ed all’odio;

  • I ragazzi vanno aiutati a riflettere e ad assumersi le loro responsabilità, ma vanno considerati come protagonisti e a loro spettano le decisioni sulle loro scelte;

  • Gli adulti devono avere la capacità di sapere ascoltare e comprendere;

  • Le punizioni senza un percorso di consapevolezza sono inutili ed appaiono incomprensibili;

  • Punire un comportamento senza prima comprenderne le cause non aiuta a debellare il comportamento negativo;

  • Il modo in cui vengono scritti certi articoli sui media possono determinare il fenomeno delle emulazioni ed incentivare modelli di ripetizione;

  • Un episodio non può etichettare e “marchiare” una persona;

  • Ci vuole più coraggio e più forza a cercare il dialogo ed il confronto che a vendicarsi;

  • Ognuno ha il dovere di chiedere a sé stesso e a chi gli è vicino di assumere comportamenti che rendano la nostra città più bella e più vivibile.

 

Da parte mia: grazie ai genitori che in questa storia hanno avuto la forza di mediare tra la propria rabbia ed il senso di giustizia giusta. Che hanno saputo aiutarmi a capire, comprendere, quanto difficile in realtà sia la capacità di immedesimazione. Grazie ai ragazzi che hanno saputo in così breve tempo incontrarsi e cercare il dialogo e la “pace” non già e solo per sé stessi ma per tutta la comunità. Grazie a loro perché mi hanno insegnato che la pacificazione è un processo che va costruito e che non può essere imposta.

Sono consapevole che tutto ciò non esaurisce, anzi incentiva, una concreta riflessione sui temi della sicurezza e della violenza, nonché della educazione (metodo, prassi, contenuti,…) dei giovani, richiamando alle responsabilità ed ai doveri degli adulti e delle istituzioni, perché “anche se ci crediamo assolti siamo lo stesso coinvolti” (Fabrizio De Andrè).

 

 

Salvatore Inguì



Native | 25/04/2026
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