01/05/2014 14:17:00

Riflessioni “Pauliste” di un lettore affezionato


Complexo viario Ayrton Senna da Silva... ed il pensiero vola, vola lontano ad una fine di settimana di venti anni fa.
In questa ultima settimana di aprile, nel mio peregrinare per il mondo, portando sempre alta la bandiera dei vini siciliani, mi sono ritrovato a San Paolo del Brasile, sconfinata metropoli che ha dato i natali a molti piloti di formula uno delle ultime generazioni brasiliane: Rubens Barrichello, Felipe Massa e soprattutto Ayrton Senna.
Già da qualche giorno la mia mente ripercorreva quelle giornate terribili, un po' perché sapevo che mi sarei recato nella megalopoli brasiliana, un po' perché sono perplesso dalla Formula 1 attuale che trovo pallida progenie di un epoca eroica, da cui è lontana anni luce, se non per il materiale umano coinvolto, sicuramente per l'aspetto tecnico.
Quel fine settimana il circus arrivava in uno dei circuiti più belli ed apprezzati del mondiale, l'autodromo “Enzo e Dino Ferrari“ di Imola. Era l'epoca delle automobili con motori da 3.500 centimetri cubici di cilindrata, per lo più 10 cilindri a V, che sviluppavano potenze e volocità molto elevate, grazie anche ad un'aerodinamica che aveva raggiunto dei livelli di sviluppo e sofisticazione al limite del sostenibile... come purtroppo si vedrà in seguito.
Era l'anno della messa la bando degli aiuti elettronici che avevano caratterizzato le stagioni precedenti e che avevano messo un po' in ombra le reali doti dei piloti, a favore di una supremazia tecnica che spesso era a pannaggio solo di alcune squadre. Così sparirono le sospensioni attive, il cosiddetto traction control, il cambio automatico in favore di quello sequenziale (ancora oggi in uso), la frenata assistita, il differenziale elettronico... insomma il pilota tornava a fare la differenza, molto più di qualche anno prima. Ed infatti nelle prime due prove del campionato si fecero vedere in tutto il loro splendore nomi già consolidati, come Senna (sempre in pole position sino allora, ma bloccato nelle due gare precedenti da sfortunati incidenti), Hill, Hakkinen, Berger, ed un rampante Michael Schumacher, vittorioso nelle due gare di apertura.
Sono sempre stato un appassionato sfegatato di Formula 1. I miei ricordi più lontani vanno ad un più o meno consapevole tifo sfrenato (complice mio padre) per quello che chiamavo allora, all'età di quattro o cinque anni, “Miki” Lauda. Quindi era mia consolidata abitudine, da quando anche le prove cronometrate ufficiali furono trasmesse in diretta, di piazzarmi davanti alla televisione, il venerdì pomeriggio, per seguirne la prima sessione. Ma quelli che si concretizzarono venerdì 29 Aprile 1994 erano i prodromi della più catastrofica serie di incidenti che io abbia mai visto in quaranta anni di Formula 1 seguita personalmente.
All'entrata della “variante bassa”, poche centinaia di metri prima del rettilineo di partenza, Rubens Barrichello affronta troppo velocemente la prima delle due curve e perde il controllo della sua Jordan. Andando lungo, salta sul cordolo esterno, che fa da trampolino, e lancia la vettura al di sopra della barriera di pneumatici. L'urto è forte, direttamente sulle reti di contenimento. La Jordan, molto solida per la verità, rimbalza e piroetta, sballottando il giovane pilota all'interno dell'abitacolo, poi si impunta con il muso sul terreno erboso e finisce a ruote all'aria. I soccorsi scattano immediati e, per la prima volta dopo tanti anni, vedo un pilota che viene rianimato sulla pista. A Rubens, andrà bene. Un grosso taglio sulla lingua, setto nasale rotto, uno stato d'incoscienza fortunatamente passeggero ed una gran paura. Barrichello è di San Paolo, giovane promessa e protetto di Ayrton Senna. Sarà prorio lui ad andare personalmente al cenro medico e raccogliere dal Dott. Syd Watkins, responsabile dell'assistenza medica in gara, il referto fausto e comunicarlo alla stampa. Ancora oggi su Youtube si può vedere la sua preoccupazione quando, appena sceso dalla sua Williams, vede in diretta lo schianto dell'amico e concittadino.
La giornata finisce con un sollievo generale. Sembra che in Formula 1 non possa più accadere nulla di terribile. L'ultimo pilota a perdere la vita in un fine settimana di gara è stato Riccardo Paletti, in una triste domenica di giugno del 1982, sul circuito di Montreal in Canada. Quello fu un anno terribile, solo un mese prima Gilles Villeneuve moriva in seguito ad un impressionante incidente avvenuto sul circuito di Zolder in Belgio. Ed il computo purtroppo deve tener conto anche della scomparsa di Elio De Angelis, nel 1986, per un incidente occorsogli durante alcuni test privati Brabham sul circuito Le Castellet in Francia. Da allora in poi ci sono stati sì feriti, alle volte anche seriamente, ma mai più la morte era comparsa da protagonista nella massima formula.
Il sabato pomeriggio le prove si aprono in modo consueto per l'ultima sessione cronometrata. Si stabilirà la pole position, che vede ancora una volta Ayrton Senna come favorito. Barrichello salterà la gara per ragioni precauzionali, dopo il botto del venerdì.
Tutto sembra scorrere normalmente, sino a quando, verso la fine delle prove cronometrate, la TV mostra un vero e proprio relitto stisciare velocemente sull'asfalto, dento e fuori dalla pista, subito dopo la curva “Villeneuve”. Ha una suola ruota al suo posto, per il resto è come se fosse un foglio di carta accartocciato. La cellula di sopravvivenza è integra, ma dentro c'è il corpo esanime di Roland Ratzemberger, pilota austriaco al suo terzo gran permio. Ciò che rimane dell'auto si ferma ed in quel momento il capo del pilota si adagia mollemente al bordo sinistro del cockpit. Brutto segno! Non si capisce cosa sia successo, poi, da un replay, si vede la Simteck di Ratzemberger tirare dritto ad oltre 300 km orari. Lo schianto non è ripreso, ma quando la monoposto torna visibile è distrutta. Il pilota esanime viene soccorso, spero di vedere nuovamente la scena del giorno prima: soccorsi e centro medico in allerta che poi comunica che è tutto in ordine. Invece non appena i soccoritori estraggono il pilota e lo adagiano per terra, comincia il ritmato movimento di una rianimazione cardiopolmonare. A questo punto io e mio padre ci guardiamo: “Allora la cosa è seria!” ci diciamo. Roland morirà ufficialmente qualche ora dopo all'Ospedale Nuovo di Bologna. La prognosi è semplice ma terribile: una brutta ed esiziale frattura della base cranica ed altre lesioni interne provocate dalla immane decelerazione contro un muro di cemento armato colpito dalla monoposto dello sfortunato austriaco a 306 km orari, forse a causa di un cedimento dell'alettone anteriore! La Formula 1 riceve il primo messaggio dalla morte: le vetture sono al di sopra delle capacità di sopportazione del corpo umano, in caso qualcosa vada storto.
Che strana sensazione! Io piansi quando seppi della morte di Gilles Villenuve. Tornavo dal catechismo. Per me il ferrarista canadese numero 27 era un mito. Ricordo quella stretta allo stomaco ancora oggi dopo trantadue anni. Allora ne 1994 non pensavo di poter vedere ancora cose simili. La sicurezza era diventata una delle prime attenzioni in questo mondo. Troppi gli incidenti mortali degli anni '60, '70 ed '80. Da allora si era sconfitto il pericolo di rimanere schiacciati sotto la vettura se capovolta, si era sconfitto il il fuoco, che tante vite aveva richiesto in sacrificio, perfino le fratture alle gambe erano diventate meno probabili per la nascita e poi il successivo miglioramento della cosiddetta cellula di sopravvivenza. A metà degli anni Novanta sembra emergere un altro più subdolo problema. Grazie alla sofisticatissima aerodinamica, alle velocità raggiunte e paradossalmente alla solidità delle vetture, in caso di urti in piena velocità le sollecitazioni impresse al corpo dei piloti sono mortali! Non si ha però ancora questa percezione... si crede che la Formula 1 moderna sia a prova di tutto. Ironico è il particolare che proprio la Simteck era stata scelta come vettura su cui sperimentare e sviluppare le nuove e più stringenti normative di sicurezza da parte della federazione Internazionale dell'Automobile.
Domenica 1 maggio 1994 si corre con il cuore svuotato. Perfino noi telespettatori siamo ancora scossi dall'accaduto. Un giovane al suo terzo gran premio, sogno inseguito con mille sacrifici e raggiunto faticosamente, è appena morto. A Riccardo Paletti accadde la stessa cosa. La sua carriera in Formula 1 durò qualche centinaio di metri, per rimanere schiacciato tra la sua Osella e la Ferrari di Didier Pironi, che il giovane pilota italiano incolpevolmente centrò sul rettilineo di partenza dell'oggi Circuito Gilles Villeneuve di Montreal, in piena accelerazione.
Tutto è pronto per la partenza.
Sta per iniziare un crescendo tragico che non credo potrà essere ripetibile in futuro, dato l'enorme numero di cose che quel giorno, anzi quel fine settimana, andò storto.
I piloti percorrono il giro di formazione regolarmente e si schierano sulla griglia come ogni domenica di gara. Rosso... motori al massimo... Verde! Via!!
Senna parte in testa, affiancato e poi seguito da Schumacher su Benetton, nelle file dietro tutti sfilano più o meno velocemente tranne la Beneton di Letho. Il finlandese rimane fermo sulla griglia. I piloti subito dietro di lui riescono ad evitarlo più o meno agevolmente, ma uno sventurato cambio di traiettoria da parte di Pedro Lamy, fa sì che il portoghese vada a schiantare la sua Lotus, in piena accelerazione, contro il retrotreno della Benetton. Come delicati sopramobili di cristallo, le monoposto si frantumano in una miriade di schegge di fibra di carbonio, frammenti metallici e pneumatici che volano da tutte le parti. Fortunatamente le due auto non sono perfettamente allineate e nell'urto, per così dire, si “piallano” vicendevolmente, l'una il fianco destro, l'altra il sinistro. Le cellule di sopravvivenza sono intatte, i piloti si slacciano le cinture ed escono. Meno male!
Però ho una strana sensazione, ancora non la comprendo. C'è qualcosa che mi inquieta in ciò che ho visto, ma onestamente non so cosa. Lo capisco con i replay e con il commento di Ezio Zermiani che prende la parola ed interrompe Mario Poltronieri: due pneumatici hanno superato le reti di protezione e sono finiti tra gli spalti affollati!
Credo che sia una situazione veramente di difficile ripetizione. Il destino quel giorno ricomincia a giocare con la vita delle persone. Una diabolica combinazione di urti molto energetici e di azione e reazione, catapulta, al di là dell'immaginabile (e delle reti di protezione), alcuni “proiettili” che solo per fortuna non uccidono nessuno, ma di sicuro fanno molto male.
Entra la safety car, si deve liberare la pista dalle auto incidentate e dai numerosissimi frammenti e detriti originati dallo scontro. Comincia una lunga processione di auto che zigzagano per mantenere gli pneumatici in temperatura. Tutto viene effettuato abbastanza velocemente, fino a quando la safety car non lascia nuovamente via libera ai piloti.
Si riparte! Senna è in testa, la regia italiana, quasi come una sorta di inconsapevole ultimo tributo al canpione brasiliano, inquadra quello che sarebbe stato il suo ultimo giro di pista, in testa, da trionfatore. L'ultimo giro d'onore, ma nessuno ancora lo sa. Dalla sua soggettiva, ripresa dalla telecamera della Federazione Internazionale montata sul lato sinistro della sua Williams, si vede il brasiliano “mordere” la pista, come suo solito, ma con estrema eleganza, una pulizia nelle traiettorie che lo ha reso leggendario. E quindi eccoci sul rettilineo di partenza, Schumacher è dietro. Accelerazione bruciante e continua sino a superare i 300 km orari, quindi il velocissimo curvone a sinistra chiamato “Tamburello”, raccordato da un rettilineo alla curva “Villeneuve”, purtoppo triste luogo dell'impatto del giorno precedente. Frenata importante per impostare la “Tosa”, quindi la “Piratella”, quasi una curva a 90 gradi. Breve accelerazione fino alla variante delle Acque Minerali, quindi accelerazione verso la “variante alta”, Senna l'affronta tagliando sui cordoli. Discesa fino alla “Rivazza”, “variante bassa” e quindi nuovamente rettilineo di partenza. La regia esce dalla soggettiva pochi secondi prima del “Tamburello”. Come un deja-vu di cinque anni prima, una vettura anziché piegare gentilmente ma velocissimamente a sinistra, seguendo l'ampio arco della curva del “Tamburello”, tira dritto e si schianta sul muretto di cemento che divide il tracciato dal fiume Santerno. Ancora oggi che scrivo dopo venti anni, ho il cuore in gola e la frequenza cardiaca a mille.
Cinque anni prima Gherard Berger, nello stesso punto sciantò la sua Ferrari che dopo una serie di testacoda si fermò e venne avvolta dalle fiamme. Terribile l'incidente, ma il pilota se la cavò anche grazie al pronto intervento degli addetti antincendio, che in pochi secondi ebbero ragione del fuoco e salvarono il pilota austriaco. Ma questa volta il problema non è il fuoco, e se anche fosse, i cosiddetti “leoni della CEA” sono là, per ogni evenienza. Questa volta il problema è di altra natura.
Ricordo benissimo che quando la soggettiva dall'auto di Senna si concluse, io mi distrassi un attimo, credo di aver parlato con qualcuno, forse mio padre, forse il fidanzato di mia sorella “super-supporter” di Ayrton Senna, con cui solevamo guardare insieme qualche gran premio. Quando riportai i miei occhi sullo schermo vidi un relitto esegure la stessa danza macabra che il giorno prima avevo visto eseguire alla Simteck distrutta di Ratzemberg. Ebbi un pensiero terribile e velocissimo, ancora non avevo realizzato che si trattasse di Senna. Pensai: ”Ma se ieri Ratzemberger è morto sbattendo sul cemento a 300 km orari, questo pilota, oggi, quante possibilità ha, nelle stesse condizioni, di uscirne vivo?”. Tutto ciò è durato una frazione piccolissima di secondo. La vettura, o ciò che ne rimane, continua a roteare e strisciare sull'asfalto e poi sull'erba, i piloti, sulla sinistra, sfilano più o meno cauti, mentre parti meccaniche ed aerodinamiche continuano a svolazzare data la velocità. Dopo un attimo la voce di Gianfranco Palazzoli grida secco: ”Senna!”.
Da quel momento, non ricordo di avere più sentito nulla. Sono sicuro che coloro che erano con me avranno commentato, ma tutta la mia attenzione era sullo schermo, su Senna, nel cogliere segnali di vita, anche in considerazione della fulmineo pensiero che era balenato nella mia mente, quasi intuitivamente. Il casco giallo di Ayrton è in una posizione naturale, non è totalmente e mollemente adagiato sul margine, che allora era molto basso, del cockpit. Però è fermo.
Io credo che decine di milioni di telespettatori in tutto il mondo abbiano atteso un segnale, qualsiasi segnale, per interrompere l'apnea che costringeva tutti noi. E sono altrettanto sicuro che tutti quanti abbiano visto un movimento del casco di Senna, verso sinistra, leggerissimo come se volesse rialzarsi. Ma il sospiro di sollievo che decine di milioni di persone nel mondo hanno tirato all'unisono era assolutamente ed implacabilmente errato! Quello era uno spasmo di una persona che aveva appena sperimentato la devastante decelerazione su di un muretto di cemento e, soprattutto, l'ancor più micidiale effetto di che fa un troncone metallico di sospenzione quando penetra nel casco di un pilota. Ancora una volta una micidiale serie di coincidenze fortuite e sforunatissime. Ma ancora di questa terribile ferita non siamo al corrente.
Arrivano fulminei i soccorsi. Quel quasi impercettibile movimento ormai non rassicura più nessuno. Senna è immobile nell'abitacolo. Un nugolo di soccorritori circondano l'apertura del cockpit prestando i primi soccorsi al brasiliano, coordinati ancora una volta dal professor Watkins. Si vede benissimo che cercano di stabilizzare la colonna vertebrale, ed estraggono il pilota. Nelle operazioni uno dei soccorritori sfila il volante della Williams, ma non tira via solo quello, come si è soliti vedere quando un pilota esce dalla sua monoposto. Il volante è ancora saldamente attaccato al piantone dello sterzo! Stranissimo, la cosa viene subito notata dai commentatori televisivi, non so chi sia stato, sono ancora in una sorta di trance dove tutta la mia attenzione è dedicata alla vista, escludendo gli altri sensi. Alla rottura del piantone dello sterzo della Williams si imputerà questo terribile incidente.
Deposto a terra, Senna è immobile, le gambe ordinatamente allineate sull'asfalto. Lo si vede solo dalla cintola in giù. I soccorritori sono impegnati a rianimarlo e purtroppo si vede nuovamente il ritmico rituale del massaggio cardiaco. Interminabili minuti. Dall'elicottero che inquadra la scena non si immagina il disastro che sia successo al volto ed alla testa del campione. I soccoritori freneticamente si avvicendano attorno a Senna. In un altra inquadratura si vede che hanno scoperto il torace del pilota e stanno continuando ad operare attorno alla testa, continuando altresì il massaggio cardiaco. La scena sembra interminabile. Il pilota viene avvolto in una sorta di bozzolo per mantenere allineata la colonna vertebrale e gli arti che, per ironia della sorte, sono intatti, niente fratture. Arriva l'elicottero bianco ed arancione del 118, caricano Senna su di esso ed alla volta dell'Ospedale Maggiore di Bologna vanno non solo medici, paramedici e Ayrton, ma anche la speranza di quei milioni di telespettatori che increduli non sanno più cosa pensare a parte sperare.
Però un'inquadratura successiva terribilmente smorza ogni minima speranza se pure esisteva. Un pozza di sangue imbratta il cemento della via di fuga dove Senna è stato deposto e soccorso. Sangue? Perchè sangue? Ma cosa caspita è successo?! Dopo qualche minuto uno dei confusi comunicati che per tutta la durata della gara si sono succeduti, attribuirono la presenza di quel sangue alla tracheotomia che Senna avrebbe subito per facilitare la ventilazione polmonare... ancora oggi ho seri dubbi che ciò sia vero. Immaginatevi il fiotto di sangue che possa uscire ad un cristiano qualunque con un buco in testa...
La gara, interrotta per ovvie ragioni, riparte dopo credo più di un'ora ed è continuata stancamente. Il cuore è altrove.
Che disastro! Venerdì incidente in prova e pilota ferito che non parteciperà alla gara. Sabato altro incidente in prova, stavolta il pilota muore, nonostante i soccorsi, per l'oggettiva gravità dell'incidente stesso. Domenica incidente in partenza con feriti tra il pubblico, quindi incidente in gara, pilota molto, molto malconcio trasferito in elisoccorso all'ospedale... ma cosa può accadere ancora?
Mario Poltronieri, verso la fine della gara, cede la linea ad Ezio Zermiani che, concitato, riferisce di un altro incidente ai box, con meccanici falciati dalla Minardi di Alboreto. Allora la velocità ai box era molto più elevata, non ricordo se addirittura libera. In quel frangente un bullone serrato male provocò il distacco di una delle ruote della Minardi che centrò quattro meccanici, mandandoli in ospedale con più di qualche osso rotto. Non finisce mai! È una giornata infernale, non c'è settore della pista o momento della gara in cui qualcosa non sia andato storto!
Di notizie da Bologna non ne arrivano, cosa molto sospetta. Ricordo che i miei, come erano soliti, nella fase finale delle gare cominciavano a prepararsi per uscire ed andare a fare una passeggiata pomeridiana. Anche questa volta il rito si perpetuava. Ogni tanto, tra un nodo di cravatta ed uno spruzzo di profumo, facevano capolino in soggiorno per seguire ulteriori sviluppi. Questi arriveranno proprio alla fine della gara. I maligni dicono che tutto ciò sia stato fatto ad arte. Non appena Schumacher taglia il traguardo, arriva la notizia della morte di Ayrton Senna da Silva, da San Paolo. È in questo preciso istante che mi ritorna in mente la memoria uditiva di quel pomeriggio. Giuliano, l'amico tifoso sfegatato di Ayrton Senna, compagno di molti gran premi, scoppia in lacrime disperato. Una crisi di nervi, per due ore attendemmo notizie che non arrivarono mai, o meglio, arrivarono quelle di segno contrario, Giuliano sbottò in un pianto dirotto. Mio padre, in silenzio, si allentò la cravatta e ripose la giacca nell'armadio, mia madre tolse le scarpe. Quel pomeriggio, senza dire una parola, tutti, scossi come non mai, interruppero le loro attività e rimasero inermi in balia della notizia che non avrebbero mai voluto ascoltare.
La catastrofe era compiuta. Tutto ciò che poteva andare male, è andato peggio. Quasi come una mistica cerimonia sacrificale, il primo e l'ultimo, il campione e l'esordiente, l'alfa e l'omega furono immolati in uno dei più famosi ed apprezzati templi della velocità.
Da allora la Formula 1 non fu più la stessa. Sotto certi aspetti per fortuna, ma sotto altri decisamente niente affatto.
Il 1994 è da ricordare come l'annus horribilis. A parte le morti di Ayrton Senna e Roland Ratzemberger, a Montecarlo, solo quindici giorni dopo, si verificò un altro grave incidente che stroncò la carriera di Karl Wendilnger, altra giovane e promettente promessa austriaca, che per poco non rimase ucciso in prova ed i piloti infortunatisi durante la stagione sono stati almenno un'altro paio se non di più.
In corso d'opera furono apportate delle modifiche a tutti i circuiti del mondiale, che furono spesso violentati e snaturati, ma soprattutto si “incatenarono” e depotenziarono le monoposto ormai divenute troppo potenti, troppo sensibili. A partire dal Gran Premio di Spagna, ad un mese esatto dai drammi di Imola, la Federazione Internazionale dell'Automobile introduce una sensibile riduzione delle dimensioni dell'alettone anteriore ed in generale una riduzione dell'efficienza aerodimamica delle vetture; quindi, al seguente Gran Premio del Canada, fa la sua comparsa una feritoia sulla parte posteriore del corpo della presa d'aria dinamica del motore, riducendo di fatto la compressione dell'aria all'interno della stessa e quindi depotenziando il motore; si vietano le benzine speciali e viene introdotta una struttura tutt'attorno al pilota, capace di assorbire urti laterali e soprattutto in grado di proteggere la testa del pilota in caso di urti contro muretti o ostacoli esterni. Anche riguardo alla condotta delle vetture ai box viene introdotto il limite di velocità di percorrenza della corsia. Negli anni successivi tutte queste misure verranno ottimizzate e già dal 1995 quegli interventi straordinari, che miravano al sacrificio delle prestazioni ed all'icremento delle protezioni passive del pilota, vennero di fatto inglobate nella ideazione tecnica delle vetture
Per molti quel 1 maggio del 1994 la Formua 1 è morta. Molti si chiedono cosa sarebbe successo se Senna fosse rimasto a duellare con Michael Schumacher, se la catastrofe non sarebbe lo stesso accaduta semplicemente in un altro giorno, mettendo a nudo tutti i punti critici che in maniera silente hanno originato quella serie di incredibili disgrazie. Sta di fatto che chi ha conosciuto quella formula 1, quei duelli, quelle vetture, quelle prestazioni, oggi non vede che un pallido ricordo, semielettrico e lontano dall'eccellenza potoristica, ingolfato in pretese ambientali che nulla hanno a che vedere con lo sport motoristico per eccellenza.
L'unico parallelismo riguarda la qualità dei piloti. Quell'epoca, quella d'oro, era l'epoca in cui vari campioni del mondo si contendevano gare e vittorie, essi si chiamavano Ayrton Senna, Alain Prost, Nelson Piquet ed erano insidiati da giovani talenti come Michael Schumacher, Mika Hakkinen e Jean Alesi. Oggi vari campioni del mondo si contendono gare e vittorie, in una Formula 1 che manca di fascino, ma che mette pur sempre in evidenza il talento ovunque esso sia. Questi campioni si chiamano: Fernando Alonso, Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen, Lewis Hamilton insidiati da giovani talenti come Daniel Ricciardo, Nico Rosberg e Nico Hulkemberg.

Marcello La Monica