Tutino non ha mai detto a Crocetta: “Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre"
Matteo Tutino non ha mai detto a Rosario Crocetta: “Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre”. L’intercettazione non esiste, è una bufala. I giornalisti autori dell’articolo, Piero Messina e Maurizio Zoppi, adesso rischiano grosso, e con loro L’Espresso. Lo racconta oggi il quotidiano Libero, che entra nel merito della richiesta di giudizio immediato per i due giornalisti, richiesta poi rigettata:
I fatti messi in fila dalla procura siciliana fanno a pugni con la tanto conclamata accuratezza sbandierata dall’Espresso e ci raccontano che il caso politico, giudiziario e mediatico dell’estate 2015 è stato costruito su una leggenda metropolitana che circolava nei palazzi siciliani da tempo, resa credibile ai timpani degli autori da due parole («fatta fuori») decontestualizzate,origliate di sfuggita da Messina da un apparecchio di un carabiniere senza «sapere chi fosse stato a pronunciarle», come ha ammesso il cronista nel suo interrogatorio.
L’articolo dello scandalo (titolo: «“Va fatta fuori come suo padre”. Lucia Borsellino minacciata dal medico di Rosario Crocetta») compare il 16 luglio,
sul sito del settimanale (e il giorno dopo in edicola) e subito scatena la reazione delle più alte cariche istituzionali. Succede il finimondo, Crocetta nega, poi annuncia di volersi dimettere. “Ho pensato anche al suicidio” dirà. Ma già dalla Procura di Palermo si chiede ai Nas di verificare tutti i nastri dove è intercettato Tutino, e la frase incriminata non c’è in nessuna parte dei brogliacci sulle indagini a carico del medico, indagato per truffa. L’Espresso però fa la voce grossa, e direttore e giornalisti dicono pubblicamente che la loro fonte è riservata e attendibile. Adesso, sappiamo, in base alle carte dell’inchiesta per calunnia pubblicate da Libero, che in realtà tanta sicurezza sulla bontà del loro operato i due giornalisti non l’avevano. Perché i due giornalisti la frase non l’avevano mai sentita, hanno riportato una voce che girava, e neanche ha sentito nulla il direttore de L’Espresso. Ecco cosa scrive il quotidiano Libero:
I due cronisti si mettono alla ricerca di aiuti e coperture. I magistrati sottolineano anche colloqui e incontri di«difficile lettura per l’estrema cautela adoperata da tutti gli interlocutori» con l’avvocato Gioacchino Genchi. Un amico di Messina, Giuseppe Montalto, coordinatore della segreteria particolare dell’assessorato regionale alle Infrastrutture, offre ai pm una versione che stride con la sicumera sfoderata dalla direzione del giornale. Secondo lui Piero è in preda a un’«estrema agitazione fin dalla prima mattina del 16 luglio al punto da rischiare un serio malore derivante dal timore che gli fosse stata “rifilata una polpetta avvelenata”.
Messina dichiara ai pm che la telefonata era vera, perché gli era stata fatta ascoltare dal Capitano dei Carabinieri Mansueto Cosentino, alla guida del Nas di Palermo. E dice che era “sporca” e in “dialetto siciliano”. Il capitano, però, ascoltato dalla Procura, smentisce categoricamente. Anzi, dice che il 16 Luglio Messina lo ha contattato per chiedergli conferma della telefonata (dopo la pubblicazione dell’articolo!). Cosentino fornisce una copia stampata degli sms scambiati con Messina perchè sostiene che in realtà il giornalista voleva “precostituirsi l’eventuale indicazione del suo nome come fonte dell’articolo”.
Il 21 Luglio Messina e Zoppi sono iscritti nel registro degli indagati per il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Per Messina l’accusa è anche di calunnia nei confronti di Cosentino. I due giornalisti sono intercettati. E in una conversazione tirano in ballo anche la direzione de L’Espresso.
Zoppi dice: «È un mega polpettone avvelenato questa cosa (…) Minchia dicono che noi sentiamo l’audio».Messina ribatte: «Gli ho detto di smussarla molto questa cosa». Zoppi: «Il direttore ne parla con il culo nostro…».Messina: «Io ho detto di dire che si tratta semplicemente di uno stralcio e che mai ci saremmo basati su quello per scrivere la notizia.Di uno stralcio molto confuso ». Zoppi: «Lascia traccia Piero, bravo, lascia traccia». Messina: «Io pure su WhatsApp». Zoppi: «Lascia traccia perché questi vogliono uscirsene belli puliti col culo nostro, lascia traccia». «Questi» sono i vertici dell’Espresso.
In quel momento Messina e Zoppi, come scrivono i magistrati, «sono pienamente consapevoli di non aver ascoltato proprio nulla» e sono terrorizzati dalla linea scelta dai colleghi romani che invece stanno scrivendo che «essi avevano sentito l’audio». Quindi, in pratica, i giornalisti hanno scritto un articolo sulla base di un’intercettazione che non esiste e che non hanno mai ascoltato. La direzione de L’Espresso dice invece che l’intercettazione c’è….. «A ulteriore dimostrazione della spregiudicatezza»di Messina e Zoppi la procura descrive «il maldestro quanto infruttuoso tentativo di coinvolgere il dottor Bernardo Petralia, procuratore aggiunto di Palermo» con telefonate assortite. Ma anche in questo caso senza avere riprova dell’intercettazione che non esiste. Per i magistrati i due giornalisti avevano «la piena consapevolezza di pubblicare qualcosa di falso ed esagerato, incuranti delle conseguenze che ne sarebbero derivate».
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