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05/08/2026 06:00:00

“Qua solo di crack si sballano”. La fabbrica della droga e le piazze di spaccio tra Marsala e Petrosino 

Non un gruppo disordinato di piccoli pusher, ma una struttura con fornitori, corrieri, vedette, turni di vendita, contabilità, case destinate allo spaccio e accordi tra organizzazioni rivali. Capace di guadagnare, secondo le loro stesse stime, 8000 euro in 10 giorni. L'operazione antimafia che stiamo raccontando in questi giorni su Tp24  ricostruisce il mercato della cocaina e del crack tra Marsala e Petrosino: un sistema capace di trasformare i contrasti sul territorio in affari comuni.

 

«Qua tossici non ce ne sono, solo di crack si sballano». La frase compare in una conversazione del  il 23 settembre 2023. A pronunciarla è Vincenzo Daniele Favara. Si parla di cocaina, di quanto convenga venderla ancora in polvere e di quanto, invece, renda trasformarla in crack. Non è un dialogo tratto da una serie televisiva. Non è Gomorra, non è Mare Fuori. È Petrosino.

 

Dentro quelle poche parole c’è un’intera economia criminale: la domanda del mercato, il tipo di consumatore, la scelta del prodotto, i costi di lavorazione, la resa della sostanza, il prezzo finale. E soprattutto c’è la fotografia di una tragedia sociale. Il crack non appare come una droga marginale, destinata a pochi consumatori, ma come il prodotto attorno al quale è organizzata una parte rilevante dello spaccio locale: un traffico che collega  Marsala e Petrosino attraverso fornitori, trasportatori, abitazioni utilizzate come depositi e punti vendita, minorenni impiegati come corrieri e vedette, pusher incaricati di coprire turni prestabiliti. Un’attività che non procede in modo improvvisato. Ha ruoli, gerarchie, costi, debiti, crediti e persino una diplomazia necessaria a evitare guerre tra gruppi criminali.

 

 

Non una banda di strada, ma un’organizzazione

 

Kevin Favara ha il ruolo di promotore e organizzatore. A lui vengono  periodicamente consegnati gli introiti del traffico anche durante il periodo di detenzione nel carcere di Trapani.

Antonino Maltese e Vincenzo Daniele Favara organizzano  gli acquisti e si occupano anche della trasformazione della cocaina in crack.

 

Attorno a loro si muove una rete più ampia.

Marcello Chirco e Nicoletta Puccio sono i come pusher stabilmente operativi a Petrosino. Ricevono la droga da Maltese, vendendola quotidianamente dalla loro abitazione e consegnando poi i guadagni. Chirco allarga il giro, opera anche a Castelvetrano, all’interno di un’altra abitazione messa a disposizione per lo spaccio.

Vincenza Favara custodisce il denaro ricavato dalle vendite e, in almeno un’occasione, partecipa al trasporto della droga. Vincenzo Piero Li Vigni e Samuele Mario Porto  coprono i turni nelle diverse case di spaccio. Porto mette a disposizione un’automobile per i trasporti.

Adriana Bello, compagna di Maltese, svolge invece una funzione di collegamento: contatta Chirco e Puccio quando la sostanza è pronta, li avvisa della consegna, riceve il denaro prodotto dallo spaccio e, in alcuni casi, collabora nella gestione degli acquisti e dei trasporti.

 

Il primo canale stabile di approvvigionamento èrappresentato da Enrico Giurintano,  fornitore della cocaina acquistata dal gruppo. Un fornitore disposto anche a consegnare droga a credito, consentendo all’organizzazione di pagare soltanto dopo avere venduto la merce. La droga non veniva sempre pagata al momento della consegna. La sostanza arrivava, veniva lavorata e venduta; con gli incassi si saldavano i debiti precedenti e si finanziava il carico successivo. Una vera economia a rotazione, fragile ma continua, fondata sulla fiducia criminale e sulla capacità del gruppo di mantenere attive le proprie piazze.

 

 

La strada da Marsala a Petrosino

 

La cocaina parte da Marsala e arriva a Petrosino.

 

I quantitativi cambiano: cinquanta, cinquantacinque, sessantacinque, cento, centoventi grammi. In un caso l’ordinanza contesta persino una fornitura da mezzo chilo. Non sono le dosi acquistate da un singolo consumatore, ma carichi destinati a essere suddivisi, trasformati e rivenduti.

 

Ogni trasporto viene preparato con attenzione:  scooter scelti per imboccare strade secondarie, tragitti tra le campagne, automobili usate come staffette, telefonate da evitare e squilli concordati per segnalare la presenza delle forze dell’ordine.

 

È il 20 agosto 2023: Maltese raggiunge Marsala per acquistare cinquanta grammi di cocaina. A portarli fino a Petrosino sono Stefano Farina e Antonio Chiributa, entrambi minorenni all’epoca dei fatti. Lo schema è semplice e prudente: lo scooter con i due ragazzi, l’automobile di Maltese a distanza, l’indicazione di passare «in mezzo alle terre» e l’ordine di non viaggiare troppo vicini.

Alle 17.11 le telecamere riprendono Maltese mentre torna verso le case popolari di via Gioberti. Pochi minuti dopo inquadrano anche i due giovani. Per gli investigatori hanno appena consegnato il carico.

Lo schema si ripete: il fornitore a Marsala, un adulto che ritira la sostanza, i ragazzi impiegati nel tratto più rischioso, la consegna finale nelle case popolari di Petrosino.

 

L’impiego dei minorenni, già raccontato nella precedente puntata della nostra inchiesta, non è dunque episodico. Fa parte della logistica. I ragazzi diventano corrieri, vedette, staffette. Sono loro a esporsi lungo la strada e a rischiare l’arresto, mentre gli organizzatori restano a distanza.

 

 

 

 

 

Via Gioberti, la casa di spaccio e i turni di otto ore

 

Le case popolari di via Gioberti sono uno dei punti centrali dell’organizzazione.

Un’abitazione viene sottratta alla disponibilità della legittima assegnataria, occupata e infine trasformata in una casa di spaccio. Non è soltanto il luogo nel quale ricevere i clienti: serve anche a custodire, pesare e lavorare la droga.

È lì che si organizzano persino i turni.

Quando il gruppo attende cento grammi di cocaina dal nuovo canale di approvvigionamento collegato a Nicola Russo e Pietro Giuseppe Centonze, Maltese e Favara discutono di chi deve stare «lì sopra». Giuseppe Maltese propone di coprire un turno insieme a Farina. Francesco Kevin Graffeo prende quello successivo.

Ogni turno dura otto ore. Un orario di lavoro come in una qualsiasi attività commerciale. Solo che la merce è cocaina e il negozio è un appartamento occupato nelle case popolari.

Si discute anche del compenso dei pusher: paga giornaliera oppure percentuale sulle vendite. In una conversazione Chirco riceve la cocaina a sessanta euro al grammo e la rivende a ottanta. La differenza è il suo margine.

La casa deve essere sempre pronta. Ogni movimento va controllato. Durante la pesatura e la lavorazione della sostanza, una persona sale sul terrazzo e fa da vedetta. Altri giovani percorrono più volte le strade circostanti per verificare la presenza di pattuglie.

Non c’è nulla di occasionale. C’è un punto vendita, ci sono turni, sorveglianza, compiti precisi e una distribuzione dei guadagni.

 

 

La “fabbrica” del crack

 

La fabbrica del crack è domestica: cucine, appartamenti, pentole, bilancini. 

I componenti della banda  parlano della cosiddetta “basatura”, cioè della trasformazione della cocaina in crack. Discutono della resa, del colore, della consistenza e della perdita di peso durante la lavorazione.

Un esempio. Il 14 settembre 2023 arrivano cinquanta grammi di cocaina. Dopo la lavorazione, Vincenzo Daniele Favara si lamentava perché il prodotto avrebbe perso quindici grammi. La sostanza, dice, è diversa da quella delle precedenti forniture. Maltese contattava allora Giurintano, chiamando la cocaina con il nome convenzionale di “caffè”, e chiede spiegazioni.

Il fornitore sostiene  che la qualità è buona e suggerisce di recuperare parte del prodotto rimasto durante la lavorazione. Parlano di bicarbonato, della necessità di riscaldare nuovamente i residui e della differenza tra una sostanza bianca e una gialla.

Non entriamo nei dettagli tecnici della trasformazione. È sufficiente comprendere il dato criminale ed economico: ogni grammo perso rappresenta denaro perso. La resa della cocaina diventa quindi il parametro utilizzato per giudicare la qualità del fornitore.

Qualche giorno dopo, il 23 settembre Maltese e Favara ragionano persino sulla possibilità di far trasformare la cocaina direttamente dal venditore. Il calcolo era semplice: se da cento grammi, durante la lavorazione, si perdono venticinque o trentacinque grammi, bisogna trovare un sistema che garantisca una quantità finale concordata.

Ma vendere soltanto la cocaina non lavorata  significa perdere una parte della clientela. Ed è in quel momento che viene pronunciata la frase che racconta meglio di ogni altra il mercato locale:

«Qua tossici non ce ne sono, solo di crack si sballano».

Il crack, dunque, non è un sottoprodotto. E' ciò che i clienti chiedevano.

 

Prima si prova, poi si compra

 

Quando viene individuato un nuovo fornitore, la sostanza doveva essere testata.

Il primo ottobre 2023 il gruppo si preparava a ricevere cento grammi di cocaina dal canale Russo-Centonzе. Prima di impegnarsi definitivamente, avrebbero dovuto lavorarne venti grammi per valutarne la qualità.

«Devi essere pronto a cucinarne venti», dice Maltese a Favara.

La prova serviva a stabilire se la sostanza rispettasse gli standard attesi. In caso contrario, sarebbe stata restituita. Un meccanismo di controllo qualità applicato a un mercato illegale.

Giunta la cocaina, si passava alla pesatura. Gli indagati discutevano se la confezione contenesse davvero cento grammi e decidevano di lavorarne soltanto una parte: una quota destinata al crack, un’altra da conservare come cocaina.

Anche la produzione veniva dunque differenziata in base alla domanda: una parte “basata”, una parte lasciata “liscia”.

 

 

Il conflitto per le piazze

 

Il traffico non si svolgeva in un territorio libero, nel quale chiunque potesse aprire un punto vendita.

La vicenda più significativa riguarda il rapporto con il gruppo vicino a Nicola Russo. Ci sono contrasti precedenti legati alla gestione delle piazze di spaccio. Una casa aperta nel territorio ritenuto appartenente a un altro gruppo poteva essere considerata una violazione degli accordi.

Nel settembre 2023 Maltese veniva informato della possibile apertura a Petrosino di una casa di spaccio riconducibile a Roberto Angileri, con l’appoggio di Antonino Stassi, ritenuto vicino a Russo. La reazione era immediata: bisognava parlare con Nicola.

«I patti furono questi», dice Maltese. «La parola data a me e la stretta di mano è stata questa».

La casa non era soltanto una casa. Era una bandiera piantata sul territorio. Aprirla significava rivendicare una porzione di mercato.

Maltese cercava quindi un contatto con l’ambiente di Russo. Evitava inizialmente di telefonargli direttamente e si rivolgeva a Pietro Bonafede, detto “Piero Banana”. L’incontro veniva poi organizzato il 30 settembre in un bar di contrada Santo Padre, a Marsala.

Al posto di Bonafede si presentava Pietro Giuseppe Centonze, figura vicina al gruppo di Russo e già intervenuta in precedenza come mediatore.

 

La pace criminale

 

Il confronto non si concludeva con una sparatoria. Si concludeva con un affare.

Centonze proponeva di accantonare le vecchie incomprensioni e trasformare i due gruppi da concorrenti in clienti e fornitori: «Noi dobbiamo restare fratelli».

E ancora: «Dobbiamo stare pacificamente. Ogni volta che ci vediamo dobbiamo rimanere meglio di fratelli».

Dietro il linguaggio della fratellanza c’era un patto economico. Il gruppo petrosileno avrebbe continuato a gestire le proprie piazze. Il gruppo Russo-Centonzе avrebbe fornito la cocaina a un prezzo vantaggioso. Entrambe le organizzazioni avrebbero mantenuto i propri pusher e i propri uomini.

Il prezzo concordato era di quaranta euro al grammo, con la possibilità di scendere a trentasette o trentasei euro per quantità maggiori. Un costo inferiore ai quarantacinque euro praticati dal precedente fornitore.

La convenienza metteva fine alla contesa.

La pace criminale non nasce dall’assenza di organizzazioni mafiose. Può essere, al contrario, il risultato della loro capacità di accordarsi. Meno conflitti significano meno attenzioni da parte delle forze dell’ordine. E più margini di guadagno per tutti.

Centonze lo spiega con parole semplici: bisogna stabilire un prezzo che consenta a entrambi di guadagnare. E bisogna mantenere i “picciotti”, cioè coloro che lavorano nelle piazze.

La spartizione territoriale e l’accordo sulle forniture diventano così due facce dello stesso sistema: ciascuno rispetta il territorio dell’altro, ma gli affari possono essere condivisi.

 

I primi cento grammi della nuova alleanza

 

L’accordo viene subito messo alla prova.

Il primo ottobre 2023 Russo e Centonze organizzano, la consegna di cento grammi di cocaina. Il trasporto viene affidato ad Antonino Stassi, detto “Nzulu”, al quale devono essere consegnati cinquanta euro.

Maltese incarica Stefano Farina e Giuseppe Maltese, entrambi minorenni all’epoca, di ricevere la sostanza nei pressi del chiosco della Fiured­­dra e portarla direttamente a Vincenzo Daniele Favara.

Un figlio minorenne, Vito Maltese, viene utilizzato come vedetta. Deve percorrere lentamente le strade, controllare chi passa, verificare che i ragazzi possano entrare e uscire senza problemi.

Quando la droga arriva, l’appartamento di via Gioberti è già pronto. Si parla della bilancia, del terrazzo, della persona che deve controllare la strada e della prima quota da trasformare in crack.

Il carico vale quattromila euro: cento grammi a quaranta euro al grammo. Il pagamento non avviene subito. Il gruppo avrebbe iniziato a vendere, per poi consegnare duemila euro quattro giorni dopo e saldare successivamente il resto.

La nuova alleanza si basa dunque non soltanto su un prezzo più basso, ma anche sul credito. La droga veniva anticipata, le piazze lavoravano e il debito veniva ripagato con gli incassi.

 

Questa è la macchina organizzativa:

la cocaina viene acquistata a Marsala;
i corrieri la portano a Petrosino;
una parte viene trasformata in crack;
le case di spaccio la vendono;
i pusher consegnano gli incassi;
con quel denaro vengono pagati fornitori, trasportatori e organizzatori;
ciò che resta finanzia il nuovo acquisto.

Un circuito chiuso, alimentato dalla dipendenza.

 

Che cos’è il crack e perché è così pericoloso

 

Il crack è cocaina trasformata in una forma solida che può essere fumata. In questo modo raggiunge il cervello molto rapidamente e provoca un’euforia intensa, ma di breve durata: l’effetto svanisce presto e spinge facilmente a ripetere il consumo, alimentando un desiderio compulsivo e una forte dipendenza psicologica. Oggi la sua diffusione cresce anche per l’elevata disponibilità di cocaina e per la facilità con cui la polvere può essere convertita localmente in crack. I rischi sono gravissimi: tachicardia, ipertensione, crisi d’ansia, paranoia, psicosi, arresto cardiaco e morte improvvisa. In Europa aumentano sia le persone che chiedono cure sia i danni sanitari e sociali collegati al suo consumo, soprattutto nei contesti più fragili e marginalizzati.

 

 

Il vero mercato è la fragilità

 

Parliamo di prezzi, margini, qualità, resa, turni, fornitori, concorrenza, territori. Ma dietro le cifre ci sono persone.

Il crack viene prodotto perché si vende. Si vende perché crea una dipendenza rapidissima e devastante. E quella dipendenza garantisce clienti che tornano, giorno dopo giorno, dose dopo dose.

La frase «qua solo di crack si sballano» non descrive soltanto una scelta commerciale. È un bollettino sociale. Significa che nel territorio esiste una domanda capace di sostenere case di spaccio, turni di otto ore, forniture continue e accordi tra gruppi rivali.

È questa la parte più inquietante di questa storia. Le organizzazioni criminali non hanno inventato la fragilità, ma l’hanno osservata, misurata e trasformata in profitto. Hanno capito che il crack era il prodotto più richiesto. E attorno a quella richiesta hanno costruito una piccola fabbrica diffusa, domestica, nascosta negli appartamenti e alimentata da ragazzi usati come manodopera.

Marsala fornisce la sostanza. Petrosino offre le piazze. Le case popolari diventano magazzini e punti vendita. I minorenni attraversano le campagne con gli scooter. I gruppi si incontrano nei bar per evitare le guerre e stabilire i prezzi.

La violenza non è scomparsa. E' sostituita dalla convenienza.

E mentre i gruppi decidono di «rimanere fratelli», il territorio paga il conto più alto: giovani reclutati, famiglie devastate, case trasformate in centrali di spaccio e un’intera comunità costretta a convivere con un mercato fondato sulla dipendenza.

 

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Le circostanze riportate sono tratte dall’ordinanza applicativa delle misure cautelari emessa dal Gip di Palermo e rappresentano la ricostruzione accusatoria e la valutazione compiuta nella fase cautelare. Per tutti gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.