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29/07/2026 06:00:00

Mafia e droga, la gioventù bruciata di Marsala e Petrosino. Già a 14 anni... 

Ha quattordici anni. È nato nel 2009. A quell’età si dovrebbe andare a scuola, tornare a casa con lo zaino, discutere con i genitori per un’uscita serale. Invece, quel ragazzo porta la droga.

Fa da tramite. Riceve la cocaina e il crack. Li consegna. Si muove tra le case popolari e le abitazioni utilizzate per lo spaccio, dentro una rete nella quale gli adulti danno gli ordini e i più giovani vengono mandati avanti.

Poco più grandi di lui, altri due minorenni percorrono la strada tra Marsala e Petrosino su uno Scarabeo nero. Sotto la sella o addosso hanno cinquanta grammi di cocaina. Davanti viaggia Antonino Maltese, in automobile. Controlla la strada, verifica la presenza delle forze dell’ordine e fa da battistrada. Uno dei ragazzi tiene il cellulare in mano. In caso di pericolo arriva uno squillo. Non deve rispondere: quello è il segnale per liberarsi del carico.

È questa l’immagine più forte dell'inchiesta antimafia che, qualche giorno fa, ha smantellato una rete criminale tra Marsala e Petrosino: un adulto al riparo dentro un’automobile e due minorenni esposti sulla strada, con la droga e il rischio dell’arresto.

Non una scelta occasionale. Non una commissione affidata una sola volta. L’impiego dei ragazzi costituisce un elemento stabile dell’organizzazione dello spaccio: corrieri, intermediari, accompagnatori, custodi e, in alcuni episodi, uomini armati non ancora diventati uomini.

 

Marsala è il magazzino, Petrosino è la piazza

 

La geografia del traffico è semplice.

Marsala rappresenta il luogo dell’approvvigionamento. Qui si trovano i fornitori, si discutono quantità, prezzi e debiti. Petrosino rappresenta il mercato: il luogo nel quale la cocaina arriva, viene pesata, suddivisa, trasformata in crack e distribuita alle case di spaccio.

Tra le due città corre una strada breve, ma per l’organizzazione è una delle fasi più rischiose. Una pattuglia, un posto di blocco o un controllo casuale possono interrompere il rifornimento e far perdere migliaia di euro.

Per questo gli adulti non trasportano sempre personalmente la sostanza. Costruiscono una barriera tra loro e la droga. Quella barriera è composta da ragazzi.

Nella ricostruzione investigativa, Maltese gestisce la logistica: prende contatti con i fornitori, raccoglie il denaro, pianifica i viaggi, decide chi parte e chi segue. Kevin Favara viene indicato come promotore e organizzatore del gruppo, anche durante la detenzione. Il fratello, ancora minorenne all’inizio dei fatti, assume progressivamente un ruolo centrale nella gestione della droga, dei ricavi e delle armi.

Sotto di loro si muove una manovalanza giovanissima. Non tutti hanno lo stesso ruolo. C’è chi accompagna, chi trasporta, chi custodisce, chi effettua le consegne finali. È una catena corta e flessibile, nella quale ciascuno può sostituire l’altro.

 

 

Il quattordicenne delle consegne

 

Il più giovane nasce nel 2009. Nel 2023 ha quattordici anni.

E' coinvolto in diverse operazioni di consegna. In un episodio viene utilizzato come tramite per restituire e trasportare una parte di un carico di cocaina. In altri casi porta piccole quantità di cocaina o crack verso uno dei punti di vendita.

Cinque grammi. Diciassette. Venti.

Quantità ridotte rispetto ai carichi acquistati a monte, ma sufficienti a mostrare il suo ruolo. La droga passa dagli organizzatori alle case nelle quali viene lavorata; da lì viene suddivisa e affidata ai ragazzi per la distribuzione.

Il quattordicenne rappresenta l’ultimo tratto della filiera. Quello più vicino alla strada, ai clienti e ai controlli. Anche quello più facilmente sostituibile.

Il suo impiego racconta la normalizzazione del reato. Non gli viene chiesto di partecipare a una grande operazione criminale. Gli viene affidato un compito apparentemente semplice: prendere una cosa e portarla da qualche parte. È così che il confine si sposta. Prima la consegna. Poi la custodia. Poi la conoscenza dei luoghi, dei clienti e del linguaggio. Infine l’appartenenza a un mondo dal quale diventa sempre più difficile uscire.

Per tutela, non riportiamo i nomi dei minorenni coinvolti nei fatti.

 

«I picciotti devono lavorare»

 

Il 20 agosto 2023 l’organizzazione deve acquistare cinquanta grammi di cocaina da Enrico Giurintano, indicato dagli investigatori come uno dei fornitori marsalesi.

Le telecamere di videosorveglianza seguono i movimenti di due minorenni a bordo di uno Scarabeo nero. Alle 15.32 passano davanti al bar Sandokan. Poco dopo vengono ripresi nei pressi della sala giochi di via Licari. Alle 15.55 sono vicino a un chiosco di via Trapani. Due minuti dopo raggiungono l’abitazione di Maltese.

Sono lì per lavorare.

È Maltese a dirlo durante l’incontro con il fornitore: «I picciotti devono lavorare».

La frase non lascia spazio a equivoci. I ragazzi sono forza lavoro. Una risorsa logistica impiegata per separare gli organizzatori dal possesso materiale della cocaina.

Maltese prende accordi con i due minorenni. Discute la strada da percorrere. Uno dei ragazzi propone un itinerario attraverso le campagne. L’adulto viaggia davanti con il Fiat Doblò, mentre lo Scarabeo resta a distanza.

«Io davanti sono di voi», spiega.

Il significato è chiaro: l’auto controlla il percorso; lo scooter trasporta il rischio.

 

L’anatomia della staffetta

 

Il sistema segue tre passaggi.

Il primo è il ritiro. La cocaina si trova a Marsala, in una palazzina della zona popolare di Amabilina. Maltese sale nell’appartamento e riceve il pacchetto. I ragazzi restano nelle vicinanze.

Il secondo è la staffetta. Maltese parte in automobile. I minorenni lo seguono sullo scooter, senza avvicinarsi troppo. Devono apparire estranei l’uno agli altri.

Il terzo è l’allarme. Uno dei ragazzi tiene il telefono in mano. Nel caso Maltese incontri una pattuglia, effettua uno squillo. Il minorenne non risponde. Lo squillo significa: polizia sulla strada, fermati o fai sparire la droga.

L’adulto impartisce anche le istruzioni sul comportamento da tenere: distanza tra i veicoli, velocità, percorso e punto di consegna. Uno sale nella palazzina, l’altro rimane sul motorino.

Alle 17.11 le telecamere riprendono Maltese mentre rientra a Petrosino. Alle 17.20 registrano i ragazzi che lasciano le case popolari di via Gioberti. Secondo gli investigatori, a quel punto i cinquanta grammi sono già stati consegnati.

La scena si ripete in altre date. Cambiano gli orari e i percorsi, non il metodo.

 

Cento euro per portare la cocaina

 

Il sistema prevede anche un compenso.

Dalle conversazioni emerge che uno dei giovani corrieri, soprannominato “Topolino”, riceve cento euro per la trasferta a Marsala. La somma viene sottratta ai ricavi prima della divisione degli utili tra gli organizzatori.

Cento euro per prendere lo scooter, raggiungere una zona sorvegliata dalle forze dell’ordine, ritirare cinquanta grammi di cocaina e riportarli a Petrosino.

Il rischio resta tutto dalla parte del ragazzo. In caso di controllo, la droga viene trovata addosso a lui. L’adulto che guida davanti può continuare la marcia.

La sproporzione diventa evidente in una conversazione captata dopo uno dei trasporti. Maltese teme che il corriere sia stato fermato. La sua prima preoccupazione non riguarda il ragazzo. Riguarda il denaro: «Se attummuliano è lui e mi deve dare tutti i quindicimila euro».

“Attummuliare”, nel linguaggio utilizzato nelle intercettazioni, significa finire arrestati, cadere nella rete delle forze dell’ordine.

Il possibile arresto di un minorenne viene tradotto immediatamente in perdita economica.

 

 

«Occhio vivo, picciotti»

 

Il 30 agosto parte un nuovo carico. Il 5 settembre altri cinquanta grammi percorrono la stessa strada. Anche questa volta il trasporto viene affidato ai ragazzi.

Prima della partenza, gli adulti raccomandano prudenza: «Occhio vivo, picciotti, state attenti».

Le parole possono sembrare quelle di un padre. Ma un padre protegge un figlio dal pericolo. Qui è l’adulto a creare il pericolo e poi a raccomandare cautela.

Il 14 settembre l’ordinanza registra un’altra operazione. I due giovani arrivano insieme alle case popolari. Uno prende la sostanza, l’altro collabora al trasporto. L’organizzazione discute perfino chi deve comparire davanti alle telecamere e chi deve restare fuori dal quartiere.

Il 23 settembre viene pianificato un nuovo rifornimento. Il carico viene suddiviso in piccoli involucri. Gli adulti indicano l’orario, il citofono da suonare e il percorso per il ritorno.

Durante il tragitto i ragazzi incrociano più volte pattuglie e mezzi delle forze dell’ordine. Quando arrivano a destinazione, uno di loro racconta il viaggio con il sollievo di chi ha appena evitato l’arresto.

La cocaina arriva comunque. Viene consegnata, pesata e lavorata.

 

Le case dello spaccio

 

La droga non resta a lungo nella forma in cui viene acquistata.

Uno dei centri operativi individuati dall’indagine si trova nelle case popolari di via Gioberti. Qui arrivano i carichi provenienti da Marsala. La cocaina viene pesata e suddivisa. Una parte viene “cotta” per trasformarla in crack.

Nelle conversazioni il lessico è elementare e preciso.

Il “liscio” è la cocaina in polvere.

Il “basato” è il crack, ottenuto attraverso la lavorazione della sostanza.

Il “motore” è lo scooter, indispensabile per muoversi velocemente e senza attirare l’attenzione.

La “scupetta” è il fucile.

Dalle case popolari la droga raggiunge altri punti di distribuzione. L’ordinanza attribuisce un ruolo stabile anche all’abitazione di una coppia di Petrosino, utilizzata come casa di spaccio e rifornita attraverso i corrieri.

Il quattordicenne entra proprio in questo tratto del circuito: quello che collega il luogo della lavorazione alla vendita al dettaglio.

 

 

Il minorenne che gestisce cassa e droga

 

Tra i ragazzi coinvolti emerge anche il fratello minore di Kevin Favara. Nel 2023 non ha ancora compiuto diciotto anni, ma il suo ruolo non è quello di un semplice corriere.

Secondo l’ordinanza, partecipa all’organizzazione degli acquisti, custodisce il denaro ricavato dalla vendita, collabora alla lavorazione della cocaina e coordina alcune consegne.

Quando Kevin Favara viene arrestato, il fratello continua l’attività con Maltese. I due contano gli incassi, sottraggono le quote destinate ai componenti del gruppo e calcolano quanto versare ai fornitori.

Il passaggio generazionale avviene senza cerimonie. L’arresto di uno non blocca l’organizzazione. Il fratello più giovane ne assorbe parte delle funzioni.

È questa una delle caratteristiche più insidiose del sistema: i ragazzi non vengono utilizzati soltanto come esecutori. Alcuni imparano rapidamente a comandare altri ragazzi.

Il corriere può diventare coordinatore. Il ragazzo incaricato di portare un pacchetto può iniziare a gestire denaro, turni e armi.

 

La droga e i fucili nella stessa macchina

 

L’impiego dei minorenni non si ferma alla cocaina.

Il primo maggio 2023 il gruppo di Maltese e Favara entra in fibrillazione per un contrasto con la compagine riconducibile a Nicola Russo, detto “u biondo”. Il conflitto riguarda il controllo delle piazze di spaccio.

Kevin Favara chiama il fratello minorenne e gli ordina di raggiungere Maltese. Poi gli chiede di portare le armi.

Nelle conversazioni si parla della pistola “piccola” e di due “scupette”, cioè due fucili. Il ragazzo prende posto in un’automobile insieme a un altro componente del gruppo. Favara, parlando con Maltese, conferma che nella vettura ci sono le armi.

La frase più grave riguarda il comportamento da tenere davanti al gruppo rivale: «Appena sbaglia quello, Daniele ci tira dall’interno della macchina stessa».

Il minorenne non trasporta soltanto il fucile. Nelle parole intercettate è già considerato il tiratore, quello che apre il fuoco dall’abitacolo.

Quella sera lo scontro non esplode. I gruppi raggiungono una tregua. Ma le armi viaggiano nelle auto e almeno una di quelle auto viene affidata a ragazzi.

 

La “scupetta” con la matricola abrasa

 

Il tema ritorna nel gennaio 2024, dopo la sottrazione di cinquanta grammi di cocaina e di un bilancino.

Il gruppo cerca il responsabile. Le conversazioni registrano propositi di vendetta, spedizioni punitive e minacce di morte. In questo contesto riappare un fucile monocanna calibro 24 con matricola abrasa.

L’arma è custodita nell’abitazione di una persona considerata insospettabile. Uno dei giovani coinvolti reclama la consegna del fucile. Dice che va a prenderlo a Petrosino, che lo usa e poi lo abbandona in una cava.

Il 9 gennaio 2024 il fucile viene sequestrato.

Anche qui il ragazzo non svolge un ruolo secondario. Conosce il luogo nel quale l’arma è nascosta, pretende di riceverla e indica già come disfarsene dopo l’uso.

La distanza tra il trasporto della droga e l’impiego delle armi è ormai scomparsa.

 

Non scudi umani, ma schermi penali

 

Definire questi ragazzi “scudi umani” produce un’immagine efficace, ma non del tutto esatta. Gli adulti non li utilizzano per proteggersi fisicamente. Li impiegano come schermi operativi e penali.

La sostanza è nelle loro mani. Il motorino è guidato da loro. Il fucile si trova nella loro automobile. Quando arrivano i carabinieri, sono loro i primi a essere fermati.

Gli adulti restano un passo indietro. Danno disposizioni, controllano la strada, incassano il denaro e sostituiscono chi viene arrestato.

Il sistema non ha bisogno di un esercito numeroso. Ha bisogno di ragazzi disponibili, di motorini e di una promessa di guadagno. Cento euro per una trasferta. Una parte degli incassi. La sensazione di contare qualcosa. La vicinanza a uomini considerati potenti.

In cambio pretende obbedienza, silenzio e disponibilità al rischio.

 

La catena che si rigenera

 

L’aspetto più inquietante dell’indagine non riguarda soltanto la giovane età dei corrieri. Riguarda il meccanismo di sostituzione.

Un ragazzo viene fermato e un altro prende il suo posto. Un componente finisce in carcere e il fratello ne assume le funzioni. Chi ieri portava la droga oggi controlla la cassa. Chi custodisce un pacchetto domani può custodire un fucile.

È un ciclo breve: reclutamento, sfruttamento, arresto e sostituzione.

Non serve una formale affiliazione mafiosa. Basta la disponibilità a fare una commissione. Poi una seconda. Poi una consegna più rischiosa. A ogni passaggio cresce il coinvolgimento e diminuisce la possibilità di tirarsi indietro.

La criminalità organizzata distrugge così il futuro per garantirsi il presente. Prende i ragazzi del territorio, li espone al posto degli adulti e li trasforma nella propria riserva.

 

 

Nella prima puntata di questa inchiesta su Tp24 abbiamo raccontato come funzionava la famiglia: il comando, le estorsioni, il controllo del territorio e gli ordini trasmessi dal carcere.

Questa seconda puntata mostra chi veniva mandato sulla strada.

Gli adulti organizzavano. I ragazzi partivano.

Gli adulti contavano il denaro. I ragazzi portavano la cocaina.

Gli adulti discutevano la guerra. I ragazzi tenevano i fucili.

 

Le circostanze riportate derivano dall’ordinanza cautelare e rappresentano la ricostruzione degli investigatori e del giudice per le indagini preliminari. Le responsabilità penali degli indagati devono essere accertate con sentenza definitiva.