Hydra e la mafia trapanese in Lombardia. Dal 10% allo zio Paolo agli affari col supebonus
Crediti fiscali inesistenti, fatture false, denaro trasferito all’estero, estorsioni e armi. Le motivazioni della sentenza ricostruiscono gli affari degli uomini di origine trapanese coinvolti nel sistema Hydra. La supermafia lombarda che coinvolgeva uomini affiliati e vicini a camorra, ndrangheta e cosa nostra.
Confische milionarie per i Pace e Giovanni Abilone.Il 10% degli introiti delle società destinato a “zio Paolo”. Un credito Iva inesistente da 218 milioni di euro, trasferito tra diverse aziende e chiesto interamente a rimborso. Poi le fatture false, i bonifici inviati all’estero e il denaro che sarebbe tornato in contanti nelle mani del gruppo.
Le 1.840 pagine depositate il 7 luglio 2026 spiegano come, secondo il Tribunale di Milano, le relazioni e l’autorevolezza mafiosa legate anche alla provincia di Trapani venissero trasformate in occasioni di guadagno.
Al centro ci sono i castelvetranesi Bernardo, Michele e Domenico Pace e Giovanni Abilone, condannati in primo grado con rito abbreviato. Le posizioni di Paolo Aurelio Errante Parrino e Rosario Abilone, ampiamente richiamati nelle motivazioni, devono invece essere valutate nel processo ordinario ancora in corso.
Il 10% destinato a “zio Paolo”
Uno dei passaggi più significativi riguarda la percentuale che i Pace e i Crea avrebbero riservato a Paolo Aurelio Errante Parrino, il castelvetranese conosciuto come “zio Paolo”.
L’8 gennaio 2021, negli uffici di Cinisello Balsamo utilizzati da Michele Pace, viene registrata una conversazione nella quale Bernardo Pace spiega:
«Perché zio Paolo è Cosa nostra... gli abbiamo promesso quel 10% quando abbiamo fatto la riunione... il 10% glielo diamo perché è di famiglia nostra».
Nei giorni successivi Bernardo Pace torna più volte sull’argomento, ricordando al figlio Michele: «Il 10% dello zio non te lo scordare».
Secondo l’imputazione riportata nella sentenza, si trattava del 10% mensile degli introiti delle società riconducibili ai Pace e ai Crea. A Errante Parrino viene attribuito anche un compenso di circa duemila euro al mese per l’attività svolta nella controversia tra i Pace e Gioacchino Amico.
Per l’accusa, dunque, quella percentuale non sarebbe stata soltanto un omaggio a una figura anziana e autorevole. Avrebbe rappresentato il corrispettivo per le mediazioni, le relazioni messe a disposizione e il collegamento con la componente mafiosa siciliana.
Errante Parrino non è stato giudicato con questa sentenza. Le conversazioni vengono utilizzate dal giudice per valutare le responsabilità degli imputati che hanno scelto il rito abbreviato, in particolare quelle della famiglia Pace.
Le società gestite dagli uffici di Cinisello
Molti dei dialoghi richiamati nelle motivazioni sono stati registrati negli uffici della Yxel di Cinisello Balsamo, utilizzati da Michele Pace.
Secondo il Tribunale, i Pace e i Crea parlavano delle società come se fossero direttamente loro, anche quando quote e cariche formali risultavano intestate ad altre persone. Decidevano gli assetti, programmavano le operazioni e stabilivano come distribuire il denaro.
Le aziende potevano essere trasferite, svuotate o messe a disposizione delle diverse componenti del gruppo. Le motivazioni richiamano, tra le altre, Rigest Italia, Full Nolo e Logiservice.
Full Nolo, società di noleggio di veicoli precedentemente riconducibile a Domenico Pace, era stata formalmente affidata a un altro amministratore. Per il Tribunale, tuttavia, sarebbe rimasta all’interno dello stesso circuito di interessi.
Questa circolazione delle società è uno degli elementi utilizzati dal giudice per sostenere l’esistenza di un sistema comune: cambiavano proprietari e amministratori formali, ma gli strumenti economici continuavano a essere condivisi.
Michele Pace, la “testa pensante”
Nelle motivazioni Michele Pace viene indicato come la figura maggiormente impegnata nella gestione economica della famiglia.
Il collaboratore di giustizia Saverio Pintaudi lo definisce la “testa pensante” dei Pace. Una descrizione che il giudice considera coerente con le intercettazioni.
Michele Pace discuteva di società, fatture, crediti fiscali e divisione dei proventi. Manteneva i rapporti con gli altri protagonisti del sistema e partecipava alla ricerca di nuove operazioni.
In una conversazione si ragiona apertamente sulla percentuale da trattenere:
«Io ho pensato il dieci», dice Michele Pace.
Gioacchino Amico precisa: «Il dieci per cento l’operazione».
Francesco Bellusci aggiunge: «Di ogni operazione che si fa».
Secondo il Tribunale, non si trattava della normale gestione di attività imprenditoriali. Gli affari sarebbero stati realizzati attraverso prestanome, crediti inesistenti e documenti fiscali falsi, contando anche sulla forza del gruppo mafioso.
Fatture false e milioni restituiti in contanti
Uno dei meccanismi ricostruiti nella sentenza riguarda l’utilizzo di crediti fiscali inesistenti per compensare imposte e contributi dovuti dalle società.
Parte del denaro veniva trasferita sui conti di altre aziende, alcune riconducibili a imprenditori di origine cinese, sulla base di fatture per operazioni inesistenti. Le somme sarebbero poi state movimentate verso l’estero e restituite in contanti, dopo la trattenuta di una commissione.
Per uno degli episodi contestati, l’importo trasferito raggiunge 2.480.522,14 euro. La commissione applicata per fare tornare il denaro in contanti sarebbe stata di circa il 6%.
Un altro filone riguarda un profitto quantificato in 3.646.313,73 euro, collegato all’utilizzo di crediti inesistenti.
La sentenza ha disposto la confisca di queste somme. Qualora non fosse possibile recuperarle direttamente, è prevista la confisca per equivalente sui beni di Filippo Crea, Bernardo Pace, Michele Pace, Domenico Pace, Saverio Pintaudi e Andrea Michele Russo.
Il credito Iva inesistente da 218 milioni
L’operazione economicamente più rilevante riguarda la Phoenix Llc, società statunitense con una stabile organizzazione in Italia.
Nella dichiarazione Iva presentata nel 2021, relativa all’anno d’imposta 2020, fu indicato un credito di 218.001.012 euro, chiesto interamente a rimborso all’Agenzia delle Entrate.
Secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, quel credito era inesistente. Sarebbe stato generato nella Leonardo Da Vinci Spa attraverso fatture relative a operazioni inesistenti, per poi essere trasferito alla Even Better Srl e infine fatto confluire nella Phoenix attraverso una fusione.
Tre giorni dopo la fusione venne presentata la dichiarazione Iva con la richiesta di rimborso.
Le intercettazioni mostrano i fratelli Abilone discutere delle società, delle operazioni fiscali e delle possibilità di utilizzare i crediti. In un dialogo Rosario Abilone mostra una chiavetta Usb e afferma:
«C’hai duecento società qua dentro».
Rosario Abilone viene giudicato con rito ordinario. Giovanni Abilone, invece, è stato riconosciuto responsabile nel rito abbreviato anche per il reato fiscale relativo alla Phoenix.
Il Tribunale ha ordinato la confisca del credito da 218 milioni di euro e, qualora non fosse possibile eseguirla direttamente, la confisca per equivalente sui beni di Giovanni Abilone.
La cifra non corrisponde a denaro materialmente incassato: rappresenta il credito inesistente indicato nella dichiarazione e chiesto a rimborso.
Le minacce per recuperare il denaro
Quando qualcuno non rispettava gli accordi o tardava a pagare, agli strumenti finanziari si sarebbe affiancata la capacità intimidatoria del gruppo.
Le motivazioni ricostruiscono la vicenda che ha come persona offesa Roberto Ezio Marin, coinvolto nella controversia legata alla Logistica 2000.
Secondo il Tribunale, Giovanni e Rosario Abilone, con il contributo di Bernardo e Michele Pace, avrebbero esercitato pressioni per ottenere il pagamento delle somme richieste.
In una conversazione si parla della minaccia di «spezzare le gambe» a Marin. I fratelli Abilone si sarebbero inoltre presentati insieme agli incontri organizzati per recuperare il denaro.
Per questa vicenda Giovanni Abilone, Bernardo Pace e Michele Pace sono stati giudicati nel rito abbreviato. La posizione di Rosario Abilone resta nel processo ordinario.
Le armi dei Pace e degli Abilone
Accanto alle società, ai crediti fiscali e alle fatture false c’erano le armi.
Bernardo e Domenico Pace sono stati riconosciuti responsabili, insieme a Filippo Crea, della detenzione e del porto di un fucile con le canne tagliate e del relativo munizionamento. Il Tribunale considera l’arma funzionale al sistema mafioso.
A Giovanni Abilone vengono invece attribuite quattro pistole, una delle quali dotata di selettore per il tiro automatico, una carabina, due fucili, due silenziatori e 1.330 cartucce.
Per il giudice, la disponibilità delle armi non era estranea agli affari. Costituiva la riserva di forza sulla quale potevano poggiare le minacce, il recupero dei crediti e l’imposizione delle decisioni.
Da Castelvetrano agli affari in Lombardia
Le motivazioni descrivono un’organizzazione capace di muoversi contemporaneamente su due piani.
Da una parte quello apparentemente ordinario delle imprese: società, amministratori, fatture, crediti fiscali, consulenti e bonifici. Dall’altra quello mafioso: appartenenze, mediazioni, minacce e armi.
Secondo la ricostruzione del Tribunale, i due livelli erano parti dello stesso metodo. I Pace mettevano a disposizione società e capacità operative. Gli Abilone portavano competenze e strumenti finanziari. Errante Parrino, secondo l’accusa che dovrà essere valutata nel processo ordinario, offriva relazioni, autorevolezza e capacità di mediazione.
Hydra avrebbe funzionato così: gruppi mafiosi di diversa provenienza mantenevano le proprie identità, ma facevano affari insieme, dividevano i guadagni e intervenivano quando qualcuno non rispettava gli accordi.
Le origini castelvetranesi non restavano sullo sfondo come un semplice blasone criminale. Avevano anche un valore economico: quel 10% destinato a “zio Paolo” e ricordato più volte da Bernardo Pace. Attorno a quel peso si muovevano società, milioni di euro e armi.
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