Io sono, quest’estate, in preda ad astratti furori.
Vittorini perdonerà la mia indecorosa appropriazione, ma non riuscirei a spiegare meglio cosa mi sta spingendo a scrivere queste poche parole sullo status culturale della nostra città.
Da diverse voci si sentono amarissime diagnosi che hanno l’unico vero esito di convalidare la teoria storica della sperectomia di Salman Rushdie, i.e. il prosciugamento della speranza da ogni sentimento cittadino. E noi non possiamo permetterlo.
È innegabile che la nostra comunità soffra - come tante altre, del resto - dello storytelling piritollaro dei politicanti di turno e non sarò certo io a contraddire questo assunto che oggi si configura come origine di ogni male. Eppure non mi è sufficiente, gli astratti furori non si acquietano, perché quel torpore metafisico che noi tutti condanniamo non è solo frutto della negligenza dell’intervento politico ma anche del tradimento di quel principio di collettività che ci vede tutti responsabili. Allora, se uno j’accuse si deve indirizzare, lo si faccia anche nei confronti di quella casta benpensante di uomini della gauche caviar bravissimi a criticare la disfatta del progetto culturale cittadino, ma molto meno bravi a scendere dai loro scranni e partecipare materialmente alla rinascita del metodo maieutico del citato Dolci: abbandoniamo le nostre torri d’avorio e scendiamo non in piazza, ma nelle contrade! Iniziamo da lì la ricostituzione del nostro essere marsalesi, prendiamo coscienza di essere parte di un corpo unico in cui tutti devono avere un ruolo. Dobbiamo decostruire la retorica della cultura che si fa nei salotti, e organizzarci per un’opera di coesione fra centro e periferia, recuperando anche la dimensione del dove una reale azione culturale deve necessariamente attuarsi e passare dalla sua condizione potenziale alla sua espressione effettiva. Portare avanti un progetto simile significa mettere in gioco tutte le intelligenze disposte davvero a lavorare sul territorio perché non chiameremo cultura il cinema sotto le stelle o il festival jazz, ma la capacità che tali eventi hanno avuto per restaurare il nostro senso di collettività. Altrimenti possiamo continuare a stigmatizzare l’azione del governo della città fino alla conclusione del suo mandato, sarà tutto inutile.
«La Sicilia è arida». Sono uno studente universitario di vent’anni, per me la condanna all’aridità è già passata in giudicato? Possiamo permettere che un’altra generazione scorga nella fuga da questa terra senza iniziativa l’unica possibilità di sopravvivenza? No, noi non possiamo permetterlo.
Marco Marino