di Marco Marino - Nel corso del lungo Novecento e dei primi decenni del nuovo secolo, Emilio Isgrò si è sempre mostrato come l’ulisside più rivoluzionario della poesia e dell’arte italiana. Formicolante memoria resta ancora a Marsala della sua mostra Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie, ospitata sette anni fa dall’Ente Mostra di Pittura Contemporanea con la curatela di Sergio Troisi.
Curioso e instancabile come l’eroe del folle volo, il poeta Isgrò racconta in un’intervista per la nostra rubrica la sua isola - la Sicilia o Itaca oppure entrambe, l’una racchiusa nell’altra - attraverso le venature dei versi.
1. «La Sicilia è finita e io la penso ancora/ come se fosse ancora lì e la geografia// fosse la storia stessa che si umilia» scrive nel 2003 in Brindisi all’amico infame (Nino Aragno Editore): cosa pensa oggi quando riflette sulla Sicilia? Seppur finita e umiliata, questa terra continua a restare l’approdo ultimo della sua odissea artistica?
La mia isola me la porto dentro, un po’ come l’Ulisse di Kavafis si porta dentro la sua Itaca. So bene, tuttavia, che la cultura siciliana è per sua natura aperta al mondo, e questo lo appresi da mio padre, che mi fece amare allo stesso modo il melodramma del catanese Vincenzo Bellini non meno che il jazz di Louis Armstrong o di Duke Ellington. In altri termini, non c’è bisogno di suonare il marranzano per sentirsi siciliani.
2. A diciannove anni arriva a Milano, è il 1956. Nello stesso anno, presso l’editore Schwarz, viene pubblicata la sua prima raccolta di poesie Fiere del Sud: qual era il clima che respirava un poeta esordiente in quegli anni? Su quale sentire si costruivano i suoi primi versi?
Un sentire “meridionale” (non necessariamente “meridionalista”) che a quel tempo era nell’aria, anche se io leggevo anche Ungaretti e Montale, il siciliano Quasimodo e il mio concittadino Cattafi, senza peraltro dimenticare i classici di lingua spagnola come Machado, Lorca e Neruda o quelli di lingua inglese come Eliot e Pound. Insomma leggevo un po’ di tutto. Così che l’impegno meridionalista (pressoché obbligatorio in quegli anni di dopoguerra) nel mio caso si stemperava in una visione più immaginosa e visionaria, perdendo l’alone retorico che tanto dispiaceva al friulano Pasolini e ai propugnatori di una “linea lombarda” che trovava in Luciano Anceschi e in Vittorio Sereni i suoi più tenaci sostenitori. Devo dire che proprio Pasolini e Sereni furono tra i primi ad apprezzare Fiere del Sud, e questo fece una certa impressione nel mondo letterario dell’epoca.
3. Per superare l’esperienza delle avanguardie storiche, già dagli anni Sessanta inizia a meditare i fondamenti per una poesia visiva, una forma ibrida che unisce il sembiante della parola all’essenza dell’immagine e viceversa. Nel 2017 è possibile - o necessario - pensare di superare anche la poesia visiva?
La logica del superamento è la logica delle vecchie avanguardie, e io stesso me la sono lasciata alle spalle tanti anni fa, quando ero più giovane. In altri termini, la commistione di immagine e parola ora tocca il computer, la Rete, la comunicazione informatica, non solo l’attività estetica in senso stretto. E ci saranno sempre artisti e poeti disposti a esplorare quell’universo in cui non si sa bene dove finisce la parola e dove comincia l’immagine. All’ultima Biennale era tutto un fiorire di quadri dove dal colore affiorava sempre un aforisma, una frase più o meno leggibile. Non credo che questo sarebbe accaduto senza il terremoto provocato dai poeti visivi nel mondo artistico degli anni Sessanta.
4. Sulle rovine di Gibellina allestisce la sua Orestea, ispirata al tragediografo greco Eschilo: qual è il suo rapporto con il mondo antico?
Sereno e tranquillo, visto che da bambino dormivo davanti a una finestra spalancata sulle Isole Eolie. Non posso escludere che Ulisse sia stato scaraventato dal vento di Eolo proprio davanti all’uscio di casa mia.
5. «Io sono Isgrò e sono qui per disturbare»: nella sua opera l’arte della disobbedienza è un modo per immaginare una realtà altra da quella che viviamo o per sperarne una migliore?
Bisogna disobbedire anche e soprattutto a se stessi quando l’obbedienza significa sottomissione e servilismo. Questo vale per tutti, non soltanto per gli artisti e i poeti.
6. All'università conosce Basilio Reale e da lì nasce un’inestinguibile amicizia. Il poeta Reale è scomparso sei anni fa: vorrebbe lasciarci un suo ricordo?
Era un poeta meraviglioso e un uomo bizzoso, ma generoso e buono come il pane. Senza la sua amicizia la mia vita sarebbe stata diversa, e assieme alla mia quella di tanti altri. Ricordo che in un gelido inverno degli anni Cinquanta si levò il cappotto e lo regalò a un compagno d’università che aveva freddo. E così era il nostro comune amico Raffaele Crovi, anche lui poeta e scrittore, pronto a comprare con i suoi risparmi di studente le medicine all’amico ammalato che non se le poteva permettere. Ma Crovi era cattolico praticante, e si può capire; mentre Basilio di Dio non parlava mai, pur essendo tutt’altro che agnostico e miscredente. Io vengo da quel mondo, e mi fa paura tutta la ferocia che vedo in giro.