Mafia, i soldi dei boss e costruttori palermitani Graziano investiti in Romania
I costruttori boss Graziano avevano escogitato un sistema quasi perfetto per riciclare soldi: attraverso un imprenditore complice (che risulta dipendente del Comune di Palermo), pagavano finte consulenze ad alcune società rumene impegnate nel settore dell’edilizia. Un meccanismo che i finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria di Palermo hanno scoperto indagando su un insospettabile avvocato, Marcello Marcatajo, arrestato due anni fa. Adesso, arriva un nuovo sequestro di beni per i costruttori del quartiere Arenella, che dagli anni Settanta hanno tirato su un pezzo di Palermo. Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca, dai sostituti Annamaria Picozzi, Amelia Luise e Roberto Tartaglia hanno fatto scattare i sigilli per società e immobili, valore un milione di euro. Ventitrè gli indagati, per riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. Altri 30 milioni sono stati confiscati nei mesi scorsi.
Fino a dieci anni fa, Vincenzo Graziano era uno dei costruttori più ricchi della città. Un po’ in odor di mafia, ma era sempre scampato alla stagione delle grandi inchieste degli anni Ottanta. A metà degli anni Novanta, andava in giro con una Ferrari, negli ultimi tempi di splendore imprenditoriale preferiva invece una fiammante Bmw X6. Già all'epoca, la famiglia Graziano aveva spostato il core business aziendale lontano da Palermo. Prima in Friuli, poi in Romania. Più di recente, il figlio di Vincenzo, Francesco, aveva sondato la possibilità di investire in Bahrein. La ragione di tante esplorazioni non era economica. All’inizio degli anni Novanta, infatti, i pentiti avevano iniziato a parlare dei Graziano. Nel 1996, la condanna per mafia di Vincenzo. Ma lui continuava a far vivere nel lusso la famiglia, il suo cabinato di 13 metri restava ormeggiato al porticciolo dell’Acquasanta. Francesco è stato arrestato invece nel giugno 2014. Il pentito Vito Galatolo, esponente di rango del mandamento mafiosa di Resuttana, ha raccontato: “Mio padre Vincenzo era socio dei Graziano al 50 per cento, l’altro 50 per cento veniva suddiviso fra i Graziano e i Madonia. Per questo non pagavano il pizzo". Evoluzione di una certa borghesia che abita nel salotto buono della città: per scansare il racket delle estorsioni, i costruttori erano diventati soci dei mafiosi.
Galatolo ha svelato che i Graziano conoscono uno degli ultimi segreti di Cosa nostra, il luogo dove sarebbe nascosto il tritolo che le famiglie palermitane avevano comprato nel 2012 in Calabria, perché Messina Denaro aveva chiesto un attentato nei confronti del pubblico ministero Nino Di Matteo. La notte in cui Vincenzo Graziano fu arrestato, sussurrò a un finanziere che gli chiedeva di quell’esplosivo: “Dovete cercarlo nei piani alti”. Una frase rimasta misteriosa.
fonte: Repubblica
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