31/07/2018 20:55:00

San Vito Lo Capo. Mario e l’orgoglio della terra paradiso

Quelli che amano la propria terra. Come il signor Mario. Anche se non ne dimenticano le storture. Sempre come il signor Mario. Li incontri e ti paiono esemplari di una umanità speciale e superiore. Un cartello colorato e un sorriso annunciano il mio accompagnatore per San Vito Lo Capo. Su Punta Raisi è scirocco infuocato. Mario regala parole e gesti che sono offerta di amicizia rispettosa, poi si mette alla guida della sua Passat scura in direzione Trapani. Un incanto di mare continuo. Blu, smeraldo, ancora blu. Siamo vicino a Castellammare, “il paese di Mattarella”, dice lui, e senti l’orgoglio di potere presentare così quel luogo da cui negli anni venti del secolo scorso partirono decine di boss alla conquista dell’America. La Sicilia che si riscatta, l’Italia che sembra affidarsi a un siciliano. “Vuole scendere? Vuole vedere il castello che dà nome al paese? La prego, si faccia una foto con questo mare sullo sfondo”. Uno spettacolo abbagliante. Usa il mio cellulare; nessuna foto ricordo per sé, desidera solo che io porti con me un’immagine di quel posto (“che cosa c’è di più bello?”). Offre un caffè, mostra Scopello.

Poi è tutto un inno d’amore per il suo lembo di Sicilia. Quella meravigliosa spianata dove i raggi del sole trasformano in fuoco bagnato le saline. Il sale è la sua leggenda. L’oro bianco dei poveri, la coperta miracolosa che conservava tutto l’anno i pesci, le carni e i prodotti dell’orto, dando lunga vita a tutti i cibi. La ricompensa preziosa dei lavoratori più umili, “salario viene da sale, lo sapeva?”. Conosce i segreti di quella leggenda, il mio Virgilio siciliano. E racconta di lavorare per un’azienda familiare diretta dalla moglie, la signora Filippa (in foto insieme), una piccola flotta automobilistica che fa la spola tra San Vito e l’aeroporto. L’auto passa da Custonaci, paese del marmo, incontra una frazione di nome Purgatorio, e lui sfotte sornione: “Bisogna pur passare dal purgatorio per arrivare al paradiso”. Giusto, il paradiso è sempre più vicino: San Vito ma anche Erice, “la città della scienza”, e poi Marsala (“ma lo vogliamo dire che quel vino ha fatto l’unità d’Italia?”) e prima ancora la riserva dello Zingaro.

San Vito scoppia di turisti, basta passare la torre dell’Insulidda. Una volta era un paese povero, racconta, nessuno se lo filava. Né da Palermo né da Trapani. Dopo la crisi del sale e dell’economia del tonno partirono a migliaia. Andarono tutti a Detroit, dove c’era la Ford. Chi è rimasto, come lui che faceva l’elettricista, ha scoperto un po’ alla volta il turismo. All’inizio si offriva la propria stanza da letto, poi un garage o una terrazza. Poi sono venuti su gli alberghi, i lidi balneari, i ristoranti. Una piccola, grande storia. “Potevamo diventare una nuova Rimini; non abbiamo voluto. Vengono persino dall’Europa del Nord i climbers, vengono a fare le scalate sulle nostre rocce, bambini compresi, noi li chiamiamo i ragnetti. Alla fine hanno avuto ragione quelli che sono rimasti nella propria terra. Chi se ne è andato è diventato operaio o impiegato, ma vuol mettere?”. Già, vuoi mettere? Anche perché la signora Filippa Pellegrino, con il signor Mario accanto, fa da manager pure a una manifestazione di libri (simbolo una bouganvillee curata come una figlia) promossa da Giacomo Pilati – giornalista trapanese, due premi “Giuseppe Fava”- e guida come una regista svizzera appuntamenti da centinaia di persone. Ha pure inventato il “cous-cous fest”, epifania settembrina che ha varcato i confini nazionali, trionfo multietnico di siciliani, malesi, marocchini, algerini, senegalesi. Il signor Mario è felice perché la sua terra, troppo spesso vaso di dolori, è diventata avanguardia in tante cose nuove. “Il vino, per esempio. Lo ha visto il successo dei vini siciliani?”.

Quando il ritorno porta verso l’aeroporto di Trapani il mio Virgilio non resiste. Desidera farmi passare da Nubia, vicino Marsala. E mostrarmi la salina prodigiosa, con i mulini, e il sale sospinto come per magia millenaria verso la superficie del mare. La ristrutturò un salinaro, di cognome Culcasi, sostituendosi ai nobili proprietari messi in fuga da una calamità. Fondò così una sua stirpe, dividendo il piccolo e stupendo patrimonio fra i tre figli: a chi la salina, a chi il museo, a chi il ristorante. Alberto, erede del museo, spiega per noi le virtù del sale vero rispetto a quello iodato che “non sala”. Allora il signor Mario ha un ultimo guizzo. Compra un gruzzolo di sale grosso e me lo regala. “Lo assaggi, la prego, è diverso. Vedrà, si ricorderà della nostra terra”. 

Nando Dalla Chiesa - da Il FattoQuotidiano