Mafia, il pentito Di Carlo:"Il depistaggio su via d'Amelio un favore allo Stato"
Nei giorni scorsi il Gup di Caltanissetta ha rinviato a giudizio i tre poliziotti che fecero parte del cosiddetto gruppo investigativo "Falcone Borsellino" come stretti collaboratori di Arnaldo La Barbera (morto nel 2002 e considerato l'ispiratore del depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio, dove nel '92 furono assassinati il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta). L'accusa nei loro confronti è di calunnia aggravata dall'avere favorito cosa nostra. Tuttavia c'è chi, come il pentito Franco Di Carlo, tra i primi a parlare dei cosiddetti mandanti occulti a Cosa nostra nelle stragi e testimone oculare del famoso incontro tra Stefano Bontade e l'allora imprenditore Silvio Berlusconi, è convinto che dietro al depistaggio di via d'Amelio vi fosse altro oltre la mafia. Al processo trattativa Stato-mafia, ma in precedenza ne aveva parlato anche con il pm Luca Tescaroli, Di Carlo aveva raccontato che "all’inizio dell’89 Arnaldo La Barbera venne a trovarmi nel carcere di Full Sutton con due agenti dei servizi segreti: uno si chiamava Giovanni, mi attirò in disparte e mi portò i saluti di Mario, un colonnello collaboratore del generale Santovito, direttore del Sismi, che era mio amico. L’altro era inglese: si chiamava Nigel. Chiesi: a cosa devo la vostra visita? Dissero che cercavano un contatto con i corleonesi a Palermo: volevano fermare Falcone".
Oggi il collaboratore di giustizia è fuori dal servizio di protezione ma continua a raccontare quel che sa alle Procure: "Ho detto tutto ai pm di Caltanissetta che indagano sui mandanti occulti delle stragi, ma si continua a puntare sui livelli bassi. L’ho già detto nel processo Trattativa e l’ho ripetuto nel Borsellino quater. E un anno fa ai pm nisseni ho tracciato in quattro ore un quadro lucido e completo delle due stragi e delle strategie precedenti di Totò Riina, che non si fermano certo alle azioni di tre poliziotti chiamati a eseguire ordini di altri, ma le mie dichiarazioni non mi sembrano, fino a questo momento, valorizzate. Pensavo che si andasse oltre le responsabilità di tre poliziotti chiamati a indottrinare un falso collaboratore".
Sul ruolo di La Barbera, Di Carlo ha spiegato che "anche lui era un anello intermedio. Ventisei anni fa c’è stato un complotto anche alle spalle di Cosa Nostra, c’è stato chi ha promesso a Riina che i processi, il maxi-processo in testa, sarebbero andati bene. Ma questo non è accaduto. Altro che poliziotti indottrinatori, il favoreggiamento doveva nascondere una verità più 'alta'".
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