La rimozione, una psicopatologia tutta siciliana
Oggi e domani le pagine del nostro giornale ospiteranno una riflessione, o meglio una ricostruzione storica dello scrittore Domenico Cacopardo sulla psicopatologia siciliana della rimozione. L'autore, siciliano, è stato Consigliere di Stato fino al 2008. Ha pubblicato diversi e fortunati romanzi per Marsilio Editori, l'ultimo dal titolo Amori e altri soprusi. La redazione di Tp24.it lo ringrazia per averci concessο la pubblicazione di queste sue pagine.
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C’è una psicopatologia diffusa nella nostra bella e disgraziata isola. Essa si chiama rimozione e spinge a ritenere che le nostre difficoltà discendano dal Nord, dagli altri italiani. Insomma, dal continente. Anche quando si parla di criminalità, è via via andato emergendo un leit-motiv sempre più diffuso: il male viene da Roma e noi siciliani ne siamo succubi. Al massimo complici.
Certo, il male viene da lontano. Dal divorzio celebratosi nel ‘700 tra l’Europa e la Sicilia, stretta, dopo la Rivoluzione francese e l’arrivo delle sue fiamme in Italia, tra il tirannico Borbone e la flotta di Nelson schierata a sua difesa. Talché il sommovimento che scosse tutto il continente qui si arrestò sullo Stretto impedendo alle idee di posarsi e germogliare. Il 18 settembre 1810 il tentativo di sbarco di volontari napoletani nella costa a Sud-Ovest di Messina venne rapidamente sventato dalle milizie locali - contadini guidati dai preti -. 795 patrioti vennero catturati e fatti sfilare per le vie di Messina tra gli insulti della popolazione.
Viene altresì dal disinteresse di una nobiltà particolarmente parassitaria incapace di occuparsi dei propri averi, dei propri latifondi, lasciati in mano a un’organizzazione gerarchica - campieri, capicampieri e via dicendo - che ben presto si rese autonoma, dettando, nella debolezza dello Stato, legge nelle campagne e nei centri agricoli. Il seme del sistema mafioso va ritrovato là, nel potere assoluto di cui disponevano gli uomini posti a capo dei latifondi. E nella pelosa complicità dell’aristocrazia di cui erano formalmente i rappresentanti.
Né l’arrivo dell’Unità d’Italia cambiò le carte in tavola. Anzi, il governo piemontese si giovò della gerarchia mafiosa per il controllo del territorio. Il garibaldino e patriota Giovanni Corrao nel 1863 venne assassinato alle porte di Palermo, con la connivenza delle autorità di polizia nominate dal governo nazionale, per il peccato di non-connivenza.
Ma questa è storia remota.
La storia recente mostra come in più occasioni si sia spesso diffusa in tutta la Sicilia l’idea che il fenomeno criminale che l’affligge sia figlio di trame definite al Nord.
Insomma, un’auto-assoluzione che assolutamente non meritiamo. La mafia nasce e si sviluppa in Sicilia. Trova vari riconoscimenti, il più importante dei quali s’è avuto con lo sbarco degli Alleati. Gli americani, con l’aiuto dei criminali custoditi nelle prigioni Usa, avevano ingaggiato don Calogero Vizzini e i suoi uomini. Gli inglesi le cosche palermitane. Nei documenti fotografici c’è la testimonianza del prezzo di quest’intesa: don Calogero Vizzini a fianco del capitano Poletti, governatore dell’isola, nella funzione di capo delle attività di soccorso e di immediata ricostruzione.
Se l’autonomia siciliana nasce con un peccato originale, questo è rappresentato dal ruolo della mafia nella Liberazione.
Tutti gli eventi successivi, comprese le stragi, nella mente di tanti di noi trovano una loro assolutoria ragione nella regia delle autorità che siedono a Roma (o a Milano).
Questo è il processo psicopatologico che ci dovrebbe mondare e liberare dall’atavica condanna inflittaci negli ultimi secoli.
Domenico Cacopardo (https://www.cacopardo.it/)
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