“Giambalvo è solo un cretino che parla al telefono di cose stupide e si vanta di cose che non dovrebbe raccontare e dire”.
Sono le parole di Antonello Nicosia , arrestato per mafia qualche giorno fa. Lo stesso che in un’intercettazione diceva che l’aeroporto Falcone Borsellino avrebbe dovuto cambiare nome e che i due magistrati sarebbero stati in realtà vittime di un incidente sul lavoro.
Però il 30 settembre 2017, Nicosia parla di Giambalvo e di Castelvetrano (trovate il video sul sito di Radio Radicale), intervenendo all’assemblea degli iscritti al Partito Radicale svoltasi a Reggio Calabria.
E perché lo fa? Per comunicare ai radicali “una cosa molto grave”: lo scioglimento per mafia del comune di Castelvetrano che, secondo la sua singolare ricostruzione, sarebbe avvenuto per il caso Giambalvo e per la presenza in consiglio comunale del figlio dell’ex sindaco Antonio Vaccarino.
Prima della “dotta” spiegazione, il Nicosia parla di, “una città famosa perché è dove nasce Matteo Messina Denaro, adesso considerato capomafia, latitante da tantissimi anni”.
Qualcuno in sala gli chiede se il boss sta ancora lì e lui risponde sorridendo: “Non lo so se sta lì, io non lo posso dire… non ho idea di dov’è, a me non interessa saperlo. Probabilmente lo sa chi lo cerca e non lo prende. Però non sono affari nostri”.
Secondo Nicosia, “l’affare nostro” è invece il fatto che il comune di Castelvetrano sia stato sciolto a causa di un consigliere comunale (Lillo Giambalvo) indagato “per avere detto al telefono che era amico di Matteo Messina Denaro, assolto dopo dodici mesi perché in realtà non c’entrava niente con la mafia”.
E per un altro motivo: “La partecipazione al consiglio comunale di Salvatore Vaccarino – ha aggiunto - figlio del professore Antonio Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano arrestato nel ’92 per mafia, torturato a Pianosa, ma poi assolto per questi fatti”.
Una ragione che il radicale presenta addirittura come secondo motivo chiave alla base dello scioglimento.
Ma Nicosia non è l’unico che alle assemblee del Partito Radicale si occupa del commissariamento del comune di Castelvetrano.
Dice la sua anche il castelvetranese Giuseppe Fontana, detto Rocky, nell’assemblea del partito radicale del giugno 2018 in cui, tra i temi trattati c’è anche quello della necessità di riformare il codice antimafia.
Il suo nome si trova nella stessa indagine che qualche giorno fa ha portato agli arresti di Nicosia e Dimino, anche se comunque non risulta indagato (ne abbiamo parlato qui).
In quest’occasione, intervenuto in quanto “vittima di ingiusta detenzione”, dice ai microfoni di Radio Radicale:
“Mi chiamo Giuseppe Fontana, sono di Castelvetrano e naturalmente sono mafioso, almeno secondo i giudici”.
Poi arricchisce la sua presentazione, spiegando di essere stato condannato a quasi 20 anni di reclusione, tra concorso esterno in associazione mafiosa e traffico internazionale di droga.
Infine rivela di essersi dichiarato “prigioniero di Stato”, dal momento che secondo lui le stragi del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino, avrebbero “la stessa matrice di tutte le altre stragi che sono avvenute in Italia ed in Europa”.
Racconta anche che in carcere, avrebbero cercato di “modellarmi e vincermi, perché loro avevano bisogno di me come collaboratore, come pentito. Cosa che non è avvenuta”.
Ed il perché è tutto un programma: “Perché dissi che io difendevo più l’idea del mio corpo, quindi ero irricattabile, ero pronto lì a morire…”.
Nessuno degli astanti gli chiede niente e così passa all’argomento che più lo preme.
“Noi a Castelvetrano subiamo un clima di terrore” dice, perché “ogni giorno vengono chiamati in caserma dei soggetti che vengono ricattati, terrorizzati, corrotti”.
Un concetto che aveva già spiegato, sottolinea, a Trabia nel dicembre 2017. In quell’occasione (un’assemblea dal titolo “Antimafia? Stato di Diritto”) Fontana aveva addirittura detto che “a Castelvetrano, in questo momento, vige il terrore e i cittadini vengono giornalmente chiamati segretamente nelle caserme, vengono minacciati a collaborare, altrimenti gli sequestrano la macchina o le attività”.
Ma in questa assemblea di giugno 2018, Peppe Rocky rincara la dose.
“Abbiamo un commissario che si è insediato perché hanno sciolto il comune per mafia. I soggetti sono stati assolti, ma il commissario rimane, impedendo la sovranità democratica.
Un commissario che oggi a Castelvetrano non partecipa alla marcia della legalità. Un commissario che gioca a fare il prefetto, messo lì dal ministro Minniti e che, insieme ad altri due commissari, prende dei bei stipendi per non fare nulla. Tranne che inventarsi una pletorica burocrazia che è proprio strumentale alla terra bruciata di un paese”.
Ed infine formula di nuovo la sua richiesta.
“Chiedo quindi a Sergio (D’Elia) e a Rita (Bernardini) di venire a Castelvetrano a rompere quest’accerchiamento, questo terrore. E’ da qui che bisogna partire per una marcia”.
Sergio D’Elia, coordinatore della presidenza del Partito Radicale, risponde così:
“Oggi doveva essere qui con noi Franco Messina, che è della camera penale di Marsala. Non è qui perché sta organizzando quello a cui tu accennavi: ‘Sono castelvetranese e non sono mafioso’. E’ il titolo della marcia, del corteo che oggi lui ha organizzato a Castelvetrano.
Vedremo con Franco Messina, con Ciccio Moceri, con Giacomo Frazzitta, se una tappa di queste nostre assemblee può essere proprio quella di Castelvetrano. Magari inventandoci, facendo proprio lì una marcia dei diseredati, dei proposti, dei terzi interessati… tutte le vittime di quest’antimafia di regime.”
Del corteo “Sono castelvetranese e non sono mafioso”, non certo nato da impellente voglia di legalità, ma piuttosto come reazione ad una risposta che l’allora commissario Salvatore Caccamo aveva dato ad una domanda posta da una giornalista Rai, ne abbiamo parlato ampiamente in diversi articoli.
Il clima di terrore poliziesco nei confronti di tutti i cittadini, invece, deve esserci sfuggito.
Egidio Morici