15/12/2019 07:37:00

La Brexit, l'odio e l'insicurezza

L'insicurezza è forse il più importante tra i fattori che hanno determinato la maggior parte degli eventi sociopolitici negativi di questi ultimi anni, in Italia e nel mondo: il risorgere dei nazionalismi riverniciati col nuovo nome di sovranismi, la Brexit, il dilagare dell'odio in rete, il negazionismo climatico, il ritorno virulento del razzismo e dell'antisemitismo. Tanto per citare i fenomeni più macroscopici.

Qualche sera fa in un programma televisivo, Antonio Scurati ha utilizzato l'efficace metafora della “risacca” per definire l'essenza di queste forme di deriva politica e culturale. È come quando – ha detto – l'onda del mare si ritira dopo una fase di avanzamento. Un tempo si sarebbe parlato di “reazione”, di ritorno al passato. Di moti reazionari che si oppongono al cammino del progresso. Ma la radice di questa tendenza è comunque sempre la stessa: l'insicurezza. Il crollo delle certezze sociali e culturali che genera paura, rancore, odio. E spiana il terreno al trionfo dei populismi.
Prendiamo l'esempio della Brexit e della clamorosa vittoria di Boris Johnson nelle elezioni del 12 dicembre. Nulla di strano. Johnson ha semplicemente sfruttato con molta abilità le paure di un popolo sfiancato dall'insicurezza: la precarietà del lavoro, l'erosione del welfare, i timori, gonfiati ad arte, dell'invasione dei migranti. Ed ecco la magica ricetta: chiudere le frontiere, gettando a mare decenni di progresso, di integrazione con l'Europa. Molti osservatori hanno sottolineato le colpe di Corbin, il leader laburista sconfitto. Ma di quali colpe si tratta in realtà? Corbin proponeva la classica ricetta dello statalismo socialista. Ma non è questo il punto. Il punto vero è che Corbin non ha saputo, e non ha voluto, proporre con vigore un'idea europeista in grado di contrastare efficacemente l'eurofobia di Johnson. Corbin avrebbe dovuto associare all'idea dell'Europa l'idea di una nuova e più grande sicurezza. Doveva trovare il modo per smontare le menzogne di Johnson sull'Europa minacciosa. E non lo ha fatto, forse perché lui stesso contagiato dal virus dell'eurofobia. E come poteva pretendere di vincere contro un avversario che aveva puntato tutte le sue carte sulla convinzione che l'Europa fosse la causa di tutti i mali della Gran Bretagna?
Le destre reazionarie vincono sempre usando le stesse armi ideologiche. Lanciano un'idea, o due o tre al massimo, e su quei chiodi fissi battono e ribattono senza tregua. La loro propaganda, tessuta di menzogne, ruota tutta intorno al tema della sicurezza, e alla guerra contro un nemico che la minaccia. Che si tratti di soldi da mettere al sicuro contro le tasse e contro i rapinatori, o della sovranità nazionale minacciata da potenze aliene, o del timore che la nostra “razza” possa essere sommersa da quelle di popoli stranieri o da chissà quali complotti orditi da occulte centrali di potere.

Davvero illuminante, a questo proposito, è il risultato di una ricerca sociologica condotta recentemente in Italia, a L'Aquila, da due studiose del Gran Sasso Science Institute. Alessandra Faggian e Daria Denti si sono poste un interrogativo: da dove nasce veramente l'odio on line? Ebbene, è ben noto che su questo argomento circolano da tempo molte idee preconcette. Si crede, per esempio, che l'odio digitale sia una conseguenza diretta dei fenomeni criminali, o della povertà, della disoccupazione, dell'attrito con le comunità degli immigrati, e via discorrendo. Ma le due studiose hanno voluto vederci più chiaro.
In primo luogo, com'è ovvio, hanno preso in considerazione la “mappa” italiana dell'odio on line. Poi hanno concentrato la loro analisi sulle zone del nostro Paese dove si concentrano maggiormente i messaggi social di odio (che sono, per esempio, le aree metropolitane di Milano, Torino, Genova, Roma, Bologna, Firenze e Napoli). In tal modo hanno cominciato con l'escludere che la povertà, per esempio, sia in se stessa una causa determinante. In altre parole: non vuol dire che la scala dell'odio debba coincidere con quella del reddito. Che se uno è povero o disoccupato debba essere per forza un odiatore violento.
Ecco allora farsi strada una ben diversa e ben più interessante verità. Dopo avere studiato a fondo le caratteristiche delle aree maggiormente infestate dall'odio on line, le studiose sono giunte a una conclusione: “Utilizzando i dati della percezione del lavoro, abbiamo scoperto che i tweet d'odio si concentrano nei territori in cui è maggiore il timore di perdere il proprio lavoro nei prossimi sei mesi e di non trovarne più uno simile. Dove è più alto il grado di instabilità percepita, maggiore è l'aggressività digitale. L'insicurezza economica è quindi una delle cause principali che muovono l'astio e non ha nulla a che vedere con la paura dello straniero, con la criminalità, la marginalizzazione sociale”.
Così arriviamo a una chiara conferma del nostro assunto iniziale. Una società e un'economia che generano precarietà e insicurezza: ecco la vera causa dell'odio, della paura, e quindi anche della reazione, di quella che Scurati chiama onda di risacca. Sovranismo, nazionalismo, razzismo, ritorno al passato anche nei “valori”: così la destra reazionaria ha sempre vinto da quando esiste, proponendo facili ricette per contrastare l'insicurezza che si diffonde nel popolo come un'epidemia letale. Ma che di tutt'altri rimedi avrebbe bisogno per essere affrontata in modo autentico e razionale.

Selinos