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01/01/2020 06:00:00

Due parole per due decenni. Domenico Cacopardo, Rottamazione / Ricostruzione

 Quest’anno, alla mezzanotte del 31 dicembre, non succede soltanto di strappare dalla parete l’ultima pagina del calendario del 2019. L’impercettibile, eppure decisivo, passaggio da un anno all'altro stavolta ci introduce in un nuovo - e per definizione, imprevedibile - decennio: una prospettiva interminabile, si potrebbe pensare, per una società che comincia ad adattarsi al ritmo delle effimere, i piccoli insetti acquatici che sopravvivono appena un giorno. O meno poeticamente alla durata di una storia su Instagram, che inesorabile scompare dopo ventiquattro ore.


Allora, per attraversare insieme questa invisibile linea di confine, in direzione del 2020, abbiamo chiesto ad alcuni scrittori siciliani, che periodicamente avete letto sulle nostre pagine, di raccontarci quali parole portano con loro in questo viaggio: quale parola sintetizza il sentimento dei dieci anni che ci lasciamo alle spalle, quale raccoglie le speranze che animano i prossimi dieci, venti, cento?

 

Con questo sillabario vorremmo cominciare a muoverci dentro la complessa stagione che si sta aprendo davanti a tutti noi. Sicuri che non esiste un tempo indecifrabile, oscuro o tenebroso: per poterlo leggere, però, è sempre necessario avere delle parole che ci facciano da lumi.

di Domenico Cacopardo

ROTTAMAZIONE
Il decennio 2010/2020 è segnato dalla parola «Rottamazione»: una rottamazione ampia che riguarda il personale politico e non solo, visto che il Paese risulta completamente mutato sia sotto il profilo economico, che imprenditoriale e culturale. A essa, come in un’endiadi, si lega un’altra parola chiave: «rancore».

Tutto inizia nel 2011, con l’arrivo al governo di Mario Monti, stimato accademico con esperienze europee. Succede a Silvio Berlusconi che, con il suo ministro dell’economia Giulio Tremonti, aveva portato l’Italia nelle vicinanze del disastro: lo «spread» tra titoli italiani e tedeschi oscillava intorno ai 500 punti, una specie di fallimento istituzionale prima che finanziario.

Monti rottama la politica immobilista dei predecessori degli ultimi vent’anni, sovverte il sistema pensionistico e fa alcune cose tipiche dei professori, privi di senso pratico e politico: per esempio riesce a introdurre nella Costituzione l’obbligatorietà del pareggio di bilancio, con l’idea illusoria di costringere, per il futuro, il Parlamento negli angusti limiti di un’ideale parità tra entrate e uscite.

Il suo «new deal» si realizzò poco dopo l’accendersi della grande crisi del 2008, e aggiunse ai sacrifici provocati dalla crisi, quelli propri delle sue severe manovre. La combinazione dei due fattori dette la stura al malcontento (rapidamente diventato rancore), che assunse l’aspetto di un rifiuto generalizzato della classe dirigente nazionale, compromessasi per il quasi unanime sostegno dato al governo Monti.

Subito dopo, Matteo Renzi, il rottamatore per antonomasia, colui che ha posto i vecchi politicanti sulla graticola, conquista il Pd e la presidenza del consiglio. Il suo obbiettivo principale è Massimo D’Alema, il migliore dei politici della generazione precedente, l’unico che avesse tentato di realizzare una politica riformista.

Soggetto al principio di chi la fa l’aspetti, Renzi a sua volta, dopo 3 anni di governo, viene rottamato dal referendum del 4 dicembre 2016, col quale viene bocciato il suo progetto costituzionale, e dalle elezioni del 4 marzo 2018, con le quali il Pd passa dal 40% delle europee a poco più del 20%. Nel frattempo, i 5Stelle -che hanno intercettato il malumore generale- vincono le elezioni e governano prima con la Lega, poi con il Pd, con la sparuta formazione di Leu e le scarse forze del partitino di un Renzi (redivivo?). Il decennio si chiude con il crollo dei grillini che prelude probabilmente alla loro uscita di scena.

Lasciano, peraltro, una pesante eredità per tutti gli italiani: l’aggravamento del debito pubblico, derivante dall’accresciuto deficit di bilancio, a causa dell’introduzione del reddito di cittadinanza e di quota 100 (voluta dalla Lega).

Peraltro, allo scadere del decennio, la situazione di deficit e debito è un’altra storia che riguarderà il prossimo decennio.

Suggello finale del periodo, quasi emblema del percorso, è la fine della storia imprenditoriale Fiat in Italia: auto se ne costruiranno ancora, ma il pensiero, il progetto, la ricerca hanno lasciato il Paese. Definitivamente.

RICOSTRUZIONE
«Ricostruzione» dovrebbe essere il termine che distinguerà il prossimo decennio. Se non fosse così, dovremmo aspettarci il peggio, ben più serio di quanto abbiamo visto negli ultimi giorni: la Grecia conta su uno «spread minore di quello italiano.

Voglio essere ottimista e, perciò, accantono le incertezze sul futuro che le ultime mosse di governo Conte II aggravano.

L’Italia ha attraversato i primi vent’anni di questo millennio recando sulle spalle due ben noti macigni: un debito pubblico spropositato rispetto alle capacità economiche degli italiani e, insieme, la totale assenza (tranne il breve periodo di Monti) di una seria politica di risanamento. Un risanamento che, dopo l’ingresso nell’euro, significava soprattutto investimenti per accrescere la produttività del sistema pubblico e di quello privato.

L’assenza dello Stato è derivata dal desiderio di non intraprendere politiche sgradite dall’opinione pubblica: una posizione nient’affatto scontata, visto che, quando è stato il momento - e quando la situazione è stata adeguatamente spiegata - l’Italia ha reagito con coraggio e determinazione.

Comunque, a poche ore dal 1° gennaio 2020, si deve constatare che le picconate inferte al sistema Italia dalle forze politiche protagoniste nel decennio sono tali da avere compromesso l’attrattività del Paese nei confronti dei suoi giovani abitanti e degli stranieri, sia quelli affascinati dal patrimonio culturale, sia quelli interessati al business.

Non resta quindi che ricostruire. Partendo dal clima politico, avvelenato dalla violenza verbale e dalla criminalizzazione degli avversari.

Se guardo alle strutture politiche attuali, alle gerarchie, agli uomini e alle donne che stanno più o meno nelle stanze del potere, non posso che disperare. Ma se guardo a ciò che si muove nella società, mi rendo conto che sta crescendo un sentimento, una ragion comune che hanno al centro un binomio inscindibile: Costituzione e antifascismo. Scelte che rappresentano la premessa di ogni ricostruzione democratica.

Riuscirà l’Italia a cambiare il personale politico e ad abbracciare i due ideali, qualcosa di prepolitico che è la base necessaria per vivere nel prossimo decennio un rinnovato sviluppo?

Lo sapranno gli italiani del 2030.

Oggi, nella crisi morale e politica in cui versiamo, è bello crederci. Non un’illusione, ma la volontà di farcela tutti insieme, ognuno secondo le sue possibilità.

 



Native | 25/04/2026
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