Mafia e appalti, Vaccarino e il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra
Come abbiamo già scritto, dalle intercettazioni relative agli arresti di Antonio Vaccarino e dei due carabinieri, emerge con chiarezza come l’ex sindaco di Castelvetrano ed il colonnello Zappalà della Dia di Caltanissetta stessero lavorando alle stragi.
O meglio, ad una “rilettura critica” delle stragi, come l’ha definita il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci, nella scorsa udienza a Marsala.
E le stragi sono quelle che hanno insanguinato l’Italia nel 1992, dove persero la vita Falcone e Borsellino.
Rispetto alla trattativa Stato-mafia, si tratta di una rilettura critica che ha il suo fondamento nel rapporto di 890 pagine chiamato “mafia e appalti” dell’ex generale Mario Mori.
Dal quale scaturì un’inchiesta giudiziaria che fu archiviata il giorno della vigilia di ferragosto del ’92, a meno di un mese dalla strage di via d’Amelio.
Ma quali erano questi appalti?
Il sistema in Sicilia è stato gestito per anni da Angelo Siino, l’uomo conosciuto come il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra che, una volta diventato collaboratore di giustizia, ha parlato spesso dei suoi contatti con i diversi mafiosi sparsi nei vari comuni dell’isola. Ma anche dei suoi incontri con politici ed imprenditori.
A Castelvetrano, per esempio, negli anni ’90 si vedeva spesso alle riunioni di don Ciccio Messina Denaro, allora latitante, “imprendibile” come oggi il figlio Matteo.
E lì, ha raccontato Siino, ci si vedeva con Carmelo Patti (quello che poi diventerà il patron Valtur, al quale recentemente sono stati confiscati beni per un miliardo e mezzo di euro) per costruire una serie di villaggi turistici in provincia di Trapani.
Fu sempre Angelo Siino a decidere che sarebbe toccato alla Saiseb realizzare l’impianto fognario di Selinunte.
Insomma, un “ministro” molto presente sul territorio.
Ed in una telefonata a Michele Messineo (ex vicequestore della Polizia, ormai in pensione), Vaccarino racconta di aver avuto un incontro con Siino nel 1981.
E’ una telefonata che i Ros, nell’ambito dell’operazione che poi porterà all’arresto dell’ex sindaco il 16 aprile dell’anno scorso, intercettano parzialmente con un’ambientale nella sua macchina (la telefonata era via whatsapp).
Nel 1981 Vaccarino era Sindaco di Castelvetrano e aveva chiesto dei contributi regionali per il comune.
Li aveva chiesti all’assessore regionale all’urbanistica Angelo La Russa, democristiano di Favara.
Ma al posto di conferire con gli uffici della regione, viene invitato a casa di Siino.
Ed in quell’occasione, racconta Vaccarino al telefono con Messineo, Siino gli disse che sarebbe potuto intervenire sull’assessore in modo da quadruplicare l’importo richiesto. E anche “destinare” una fetta della torta per l’allora sindaco della città.
Che però, dice, avrebbe preso tempo per poi rifiutare l’offerta, in quanto non gli sarebbe sembrato possibile “fare una cosa del genere coinvolgendo un sacco di gente…”.
Di che cosa si fosse trattato è difficile dirlo, su questo punto l’informativa dei Ros è piena di omissis.
Ma Vaccarino racconta anche che Siino in carcere gli aveva detto di aver avuto dei contatti (per la stessa ragione per la quale si era rivolto a lui) con altri amministratori castelvetranesi: Enzo Leone e Ciccio Lo Sciuto, quest’ultimo sindaco Dc dal 1983 al 1985 e dal 1986 al 1988).
In quei casi però, precisa Vaccarino, i contatti si erano sviluppati positivamente.
Ma c’è un altro personaggio di Castelvetrano che Svetonio inquadra nella stessa cerchia di Leone e Lo Sciuto: Vito Li Causi.
Anche lui ex sindaco della città che, per riconoscenza – sottolineano i Ros – gli aveva proposto di diventare socio al 50% del Vanico, la struttura sanitaria privata convenzionata con l’Asp.
E perché gli sarebbe stato riconoscente?
Perché tutto quello che stava ottenendo per il Vanico, lo doveva proprio a Vaccarino.
Certo, cose su cui non ci sono ancora riscontri.
Ma è attendibile Vaccarino?
Secondo Teresa Principato, sì.
“Sia Lorenzo Cimarosa che Antonio Vaccarino, sono dei collaboratori credibili ed affidabili” aveva detto al giornalista Ansa Gianfranco Criscenti nel corso di un’intervista nel 2015.
Una valutazione che certo ha il suo peso se fatta dal magistrato che per anni è stata impegnata nelle indagini sulla ricerca di Matteo Messina Denaro come procuratore aggiunto di Palermo e poi in servizio alla direzione nazionale antimafia.
Alla fine però, anche la Principato finì imputata a Caltanissetta, condannata in primo grado e poi assolta (perché il fatto non sussiste) in appello per “violazione di segreto d’ufficio”.
La condanna in primo grado era arrivata poco più di un mese prima dell’arresto di Vaccarino e dei due carabinieri.
Il tema è molto simile. Cambiano le procure.
Egidio Morici
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