22/05/2020 06:00:00

“Sorella Sanità”. L’arresto di Damiani, manager “mano armata” della corruzione

Il nome in codice che si era dato era “sorella”. Si definiva la “mano armata” all’interno della sanità siciliana per truccare gli appalti. Le intercettazioni lo colgono a parlare di soldi, buste, valigie, appalti, incarichi pretesi.

E’ il profilo del manager dell’Asp di Trapani, Fabio Damiani, che emerge dalle carte dell’inchiesta Sorella Sanità, coordinata dalla Procura di Palermo e condotta dalla Guardia di Finanza. Damiani è finito in carcere con l’accusa di aver pilotato diversi appalti milionari in favore di società nel periodo in cui era funzionario dell’Asp 6 di Palermo ma soprattutto quando era a capo del Cuc, la centrale unica di committenza. Una sorta di Consip siciliana della sanità in cui Damiani gestiva appalti per miliardi di euro.

L'inchiesta della Finanza riguarda un sistema di mazzette attorno a quattro appalti della sanità siciliana. Gare, per un valore di 600 milioni di euro, che sono state aggiudicate dal 2016 in poi dalla "Centrale unica di committenza della Regione" e dall'Asp 6, per la fornitura e la manutenzione di apparecchiature elettromedicali e per servizi di pulizia. Sono 10 le persone arrestate nell’operazione. Damiani e quello che viene ritenuto il suo faccendiere, Salvatore Manganaro, 44 anni, sono finiti in carcere. Altro nome noto nell’inchiesta è quello di Antonio Candela, l'ex direttore generale dell'Asp di Palermo che fece arrestare il suo predecessore Salvatore Cirignotta per una presunta turbativa d'asta nell'appalto sui pannoloni. Candela è stato chiamato nei mesi scorsi a coordinare l’emergenza Coronavirus in Sicilia.


Ma buona parte delle oltre 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione anticorruzione sono dedicate a Fabio Damiani. L’Asp di Trapani adesso si trova senza un vertice, proprio quando si è agli sgoccioli dell’emergenza Coronavirus che ha visto il territorio riuscire a contenere l’epidemia. Non ha fatto in tempo a prendersi i complimenti, però, Damiani, per il contenimento del Covid 19 che è arrivata l’operazione di ieri. Un’operazione che ha svelato tutto un altro volto del manager apparso sempre pacato e serio. Un volto molto più spregiudicato.


LA "MANO ARMATA"
Secondo quanto emerge dall’inchiesta Damiani sarebbe stato al vertice del sistema per pilotare delle gare d’appalto di svariati milioni di euro. Il tramite tra lui e le società avvantaggiate era Salvatore Manganaro, il faccendiere, come si definiva lui stesso.
L’immagine più efficace della sinergia indissolubile esistente tra i due indagati la fornisce, però, lo stesso Damiani, quando in una conversazione con un altro indagato, con riferimento alla gara ASP di Palermo per il servizio di manutenzione delle apparecchiature elettromedicali, si definiva “mano armata” del Manganaro. Quest’ultimo chiudeva gli accordi con le società, Damiani rendeva il patto concreto.
Gli inquirenti hanno appurato che il prezzo della tangente corrispondeva al 5% per ogni appalto.
Per la Finanza Damiani gestiva il centro di potere che conosce, determina i fabbisogni della Pubblica amministrazione, e ne orienta fraudolentemente i relativi flussi incidendo significativamente su importanti procedure di gara, mentre Manganaro era il mediatore di cui si avvaleva per agganciare il soggetto economico di volta in volta interessato alla procedura di gara attraverso il quale dialogava per definire al meglio le strategie criminali da porre in essere.

 

 

CHIAMATEMI SORELLA
"Chiamatemi sorella". Era il nome in codice di Fabio Damiani. In ragione dell’importanza delle funzioni nel tempo attribuitegli, Damiani ha avuto un enorme potere anche nel settore degli appalti pubblici della Sanità siciliana. Nell’ambito di importanti gare, ha assunto contestualmente il ruolo di presidente della commissione e di responsabile unico del procedimento. Quella che la Finanza definisce una "struttura criminale" era composta da Damiani, da Salvatore Manganaro e Vincenzo Li Calzi.


Sono numerosi gli elementi contro Damiani, chiamato dai suoi sodali con il nome in codice di “sorella”, come, peraltro, lo stesso si autodefinisce (“DAMIANI: …quindi tu devi dire: «sorella già è tornata indietro»... alla CUC hanno chiesto di aderire, ma la CUC gli ha detto nì…).
E quando Damiani, dopo tante pressioni politiche, viene nominato all'Asp di Trapani, il gruppo di prepara. A Gennaio del 2019 Manganaro intercettato dice: "Dobbiamo approfittare da un lato e prepararci per le nuove sfide anche su Trapani".


TURANO IL PUPO MICCICHE’ IL PUPARO
Damiani, intercettato, parla con il suo "faccendiere" Manganaro di come è avvenuta la sua nomina a Direttore Generale dell'Asp trapanese. Si riferiscono espressamente a Gianfranco Miccichè (che ieri in una nota molto dura ha detto di non conoscere per nulla Damiani). Gli investigatori parlano di una richiesta di raccomandazione fatta a Miccichè per Damiani. E' il novembre del 2018 e Manganaro, in una conversazione con Damiani, dice: “chi c'è dietro questa operazione lo sappiamo solo noi e Gianfranco…il pupo è TURANO...eee.... u puparo è MICCICHE'”. Turano è l’assessore alle attività produttive in Sicilia.
In quella conversazione Manganaro aggiunge: a me a prescindere del resto se l’operazione mi deve riuscire è quella lì ok? [Inc] ma siccome [inc] siamo in tre a saperlo tu si u quarto che a Trapani dietro TURANO e LUMIA ce l’ha messo MICCICHÉ con un teatrino palermitano…”.
E' una furia, Gianfranco Miccichè: il presidente dell'Ars non vuole che si scriva che lui era sponsor politico di Fabio Damiani.
Il fatto è che nell'ordinanza della Guardia di Finanza, si parla di una mediazione per promuovere Damiani a direttore generale.
Adesso Miccichè dichiara: "Se un solo organo di informazione si permetterà di scrivere che io sono lo sponsor del signor Damiani, tramite mio fratello Guglielmo, che nella sua vita non mi ha mai fatto una telefonata per sponsorizzare né Damiani, né altri, subirà una denuncia penale e civile per risarcimento danni”.
Dalle carte emerge una lotta per le nomine nella sanità regionale tra lo stesso Damiani e Candela. Quest’ultimo puntava a diventare assessore alla Sanità, al posto di Razza. Erano in cerca di sponsor politici. Dalle carte accanto al nome di Damiani non figura solo quello di Miccichè e Turano, ma c’è anche quello di Carmelo Pullara, deputato regionale componente della commissione antimafia. Secondo i pm palermitani il deputato sarebbe intervenuto sulla nomina di Damiani all’Asp di Trapani. Pullara risulta indagato perchè si sarebbe rivolto a Damiani per avere un favore per la ditta Manuencoop Spa in cambio lo avrebbe sostenuto per la nomina all’Asp di Trapani.


I SOLDI NELLA VALIGETTA

Come ai tempi di Tangentopoli. Viaggiavano in valigetta i soldi delle tangenti per la corruzione nella sanità pubblica. Le microspie hanno filmato Manganaro, il faccendiere di Damiani, con una valigetta che conteneva una tangente da 100mila euro.
I pagamenti delle tangenti in alcuni casi avvenivano con la classica consegna di denaro contante nel corso di incontri riservati, ma molto più spesso venivano invece mimetizzati attraverso complesse operazioni contabili instaurate tra le società aggiudicatarie dell’appalto e una galassia di altre imprese, intestate a prestanomi, ma di fatto riconducibili ai faccendieri di riferimento per i pubblici ufficiali corrotti.
Per rendere ancora più complessa l’individuazione del sistema criminale approntato, gli indagati si erano spinti fino alla creazione di trust fraudolenti, con l’obiettivo di schermare la reale riconducibilità delle società utilizzate per le finalità illecite.
Era un sistema molto complesso, quello che è stato svelato nell’inchiesta dal quale emerge ancora una volta come la Sanità sia centro di affari milionari, gestiti da persone che dovrebbero invece impegnarsi nella tutela della salute delle persone.



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