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14/08/2020 06:00:00

La guerra di mafia a Marsala negli anni '90 e l'agguato ai super killer Patti e Titone

 Sono diverse le guerre di mafia vissute dalla famiglia mafiosa di Marsala anche quando il territorio era mandamento mafioso, prima che, l’arrivo dei Corleonesi e Totò Riina cambiassero le cose in favore della famiglia di Mazara che divenne mandamento scalzando Marsala.

Alcune di queste guerre è possibile classificarle come interne, per le posizioni di potere, come ai tempi del boss Mariano Licari e dei suoi predecessori, “I catineddra”, Mario e Giuseppe Gandolfo (ne abbiamo parlato qui), ma potevano essere anche esterne, e cioè causate dalle divergenze con i vertici di Cosa nostra.

Oggi vediamo come la descrive il giornalista siciliano Carmelo Sardo, nel suo ultimo libro “Cani Senza Padrone”, la Stidda. Storia vera di una guerra di Mafia. In particolare sull'attentato nel '92 subito dai, due super killer marsalesi Antonino Titone, rimasto ucciso e Antonio Patti, che riuscì, invece, a salvarsi e in seguito divenne collaboratore di giustizia.

Il conflitto si estese sul versante occidentale della Sicilia, a Marsala in particolare. Anche qui la vecchia mafia di Riina aveva spodestato i vecchi “padrini”, C’era chi si metteva di lato, posato, senza protestare; chi invece non accettava di subire lo smacco dei Corleonesi. Successe che due boss all’antica, Vincenzo D’Amico e Francesco Caprarotta, decisero di reagire e programmarono di uccidere Mariano Agate, , di Mazara del Vallo, l’uomo che Riina aveva messo a capo del mandamento a cui apparteneva Marsala. Ma Cosa nostra venne a saperlo e, prima che agissero, fece sparire i due. Determinante per le indagini risulta un’intercettazione, saltata fuori anni dopo in un processo. Parlano due anziani mafiosi di Cosa nostra, Vincenzo Funari di Gibellina e Giuseppe Barraco di Marsala. Barraco dice all’altro: “Vincè, so una cosa da troppo tempo, ce l’ho nello stomaco, non l’ho detta mai a nessuno, l’unico a cui l’avrei potuta dire è a te, ma me la sono tenuta sempre nello stomaco… ora te la spiego: quando ero in “famiglia” ho saputo che D’Amico e Caprarotta se ne andavano a Mazara del Vallo per vedere dove era Mariano Agate per sarargli!

Tutto arrivò insomma all’orecchio di Riina che decise di risolverla a modo suo. Nel dicembre del ’91 convocò un summit in una villetta sul lungomare di Mazara del Vallo. C’erano lo stesso Mariano Agate, Matteo Messina Denaro, capo di Castelvetrano, Antonio Patti di Marsala e altri. Si racconta che Riina regalò un milione di lire a ciascuno dei capi presenti poi ordinò ad Antonio Patti, l’unico di Marsala in quel vertice: “queste spine dobbiamo levarle dal paese”.

La guerra a Marsala cominciò così. Ma Cosa nostra dovette fare i conti con una “spina” che si stava dando da fare e aveva allacciato rapporti di complicità con gli stiddari agrigentini e nisseni. Si chiamava Carlo Zichittella (figlio di Vanni Zichittella, potete leggere qui), uno della vecchia mafia che non gradiva l’egemonia dittatoriale di Riina. Zichittella, che dopo l’arresto diventerà collaboratore di giustizia, conosceva dall’interno la “famiglia” di Marsala. Sapeva chi comandava e chi erano i killer più pericolosi. Chiese così aiuto ai suoi nuovi amici Giuseppe Grassonelli, Orazio Paolello e Giuseppe Croce Benvenuto e insieme organizzarono l’attacco al cuore della Cosa nostra marsalese. Quello fu l’ultimo agguato a cui partecipò Giuseppe Croce Benvenuto e segnò una svolta importante che spianò la strada verso lo smantellamento della stidda.

Così racconta Benvenuto al giornalista Carmelo Sardo, la sua ultima missione del crimine che doveva compiere a Marsala: “All’aeroporto Fontanarossa trovai ad aspettarmi un picciotto di Porto Empedocle, in piedi davanti a una Mercedes nera. Mi portò in una villetta sul mare di Punta Grande, tra Porto Empedocle e Realmonte, dove mi accolsero Giuseppe Grassonelli e Orazio Paolello. Davanti a un paio di fette di pesce spada alla griglia e a una bottiglia di vino bianco ghiacciato parlammo della trasferta di Marsala dei due chiatti che dovevamo ammazzare. Grassonelli mostrò le loro foto.
“Questo è Titone, Antonino Titone – disse -, e questo Antonio Patti. Sono i due migliori sicari di Cosa nostra”.
“E presto non lo saranno più”, fece Paolello sollevando il bicchiere di vino e invitandoci a brindare. Ma io rimasi immobile. Non so dire cosa mi fosse preso. Avevo la testa altrove, non mi sentivo sicuro.
“Peppe, non brindi con noi?”, mi chiese Grassonelli. Brindai, ma continuavo a sentirmi preoccupato”.

Carlo Zichiettella, capo degli stiddari marsalesi, li aspettava in un covo alla periferia della città, dove dovevamo restare una decina di giorni. Avevano bisogno di tempo per studiare i due obiettivi, ambientarsi, conoscere bene le strade per gli spostamenti, per la fuga. Dopo nove giorni lenti e interminabili, decisero che poteva bastare: erano pronti. Ma successe un imprevisto, Grassonelli aveva saputo che l’indomani scarceravano suo padre e la sua famiglia voleva che andasse lui ad aspettarlo fuori. Carlo Zichiettella però pretese che ci fossero due dei suoi per sostituire  Grassonelli.

Era il 14 marzo 1992, due giorni prima la mafia “vincente” dei Corleonesi di Riina e di Provenzano aveva aperto la stagione dei delitti eclatanti ammazzando a Mondello, il lido di Palermo, l’europarlamentare della Dc Salvo Lima.

Così racconta l’agguato a Titone e Patti, Giuseppe Croce Benvenuto: “Io avevo un mitra sotto al giubbotto… tirai fuori da una tasca il santino di san Giuseppe avuto da mia zia monaca, lo baciai e ssussurrai piano “san Giuseppe, aiutami tu, fa che vada tutto bene”. Negli ultimi tempi avevo preso questa abitudine: baciavo l’immagine di San Giuseppe e pregavo, prima di sparare, di ammazzare qualcuno. “Fa che non sbagli, che non ammazzi gente che non c’entra, mi ripetevo nelle mie preghiere. Il marsalese che faceva da palo ci indicò il bar dove erano entrati Patti e Titone. Pochi minuti e i due uscirono dal bar. Io tirai fuori il mitra, Orazio e il marsalese le pistole. Ci demmo un cenno d’intesa e allungammo il passo verso i nostri obiettivi. Quando li avemmo a una ventina di metri cominciammo a sparare. Immaginavamo che Patti e Titone fossero armati, anzi e ne eravamo certi, e avevamo previsto di sorprenderli con un tiro incrociato che non permettesse loro di reagire. Dovevamo ammazzarli subito, non potevamo sbagliare. Ma quelli erano più attenti di quanto pensassimo. Si guardavano attorno continuamente e sembrava che annusassero nell’aria puzza di piombo e attendevano che qualcuno sparasse".

"Sparammo. Patti e Titone rotolarono per terra come pistoleri del vecchio west, tirando fuori le pistole e rispondendo al fuoco. Io agivo come un automa, sparavo e avanzavo. Titone cadde morto davanti ai miei piedi. L’altro, Patti, continuava a spararmi e dovette probabilmente sospettare che fossi immortale dato che continuavo a restare in piedi.  A un certo punto Patti avrà finito i colpi, visto che si mise a correre come un disperato. Lo inseguii con il mitra spianato lungo il corso che attraversava il centro storico di Marsala. I passanti scappavano urlando terrorizzati. I negozianti si affacciavano giusto il tempo di capire cosa stesse succedendo e poi tornavano a barricarsi dentro. Io correvo e sparavo, come un robot. All’improvviso sentii un forte dolore al braccio".

"Mi si annebbiava la vista e avevo il fiato sempre più grosso. Dietro di me correva Orazio Paolello, mentre il mostro complice marsalese, capito l’andazzo, si era imbucato nel vicolo dove c’era il quarto picciotto ad aspettare con la macchina, saltò a bordo e scapparono. Io e Orazio continuavamo a inseguire Patti, ma girato l’angolo dove finiva il corso, non lo abbiamo visto più e ci siamo ritrovati davanti al commissariato di polizia. Dovevamo dileguarci a quel punto, per non rischiare di essere presi. Ma io non ce la facevo più a camminare, mi sentivo svenire. Mi sono toccato il braccio da sotto il giubbotto: era pieno di sangue. Sferragliò all’improvviso il cancello elettronico del commissariato, sbucò una Fiat Ritmo guidata da un uomo di mezza età. Non ci ho pensato due volte: gli puntai il mitra in faccia e gli urlai di scendere e di lasciarmi la macchina. Mi misi al posto di guida, Orazio si sedette accanto e, nonostante fossi ferito, innescai la prima e partimmo".