10/10/2020 07:26:00

Mafia, Castelvetrano: il ruolo di Nicolò Clemente

  Ha tentato in tutti i modi di convincere i giudici che lui non è mafioso. Se c’è riuscito si saprà quando verrà emessa la sentenza.

Lui è il 52enne imprenditore edile castelvetranese Nicolò Clemente, processato in Tribunale, a Marsala, per associazione mafiosa.

Ascoltato in videoconferenza dal carcere dove è recluso, ha cercato di spiegare che lui è una vittima. A difenderlo sono gli avvocati Francesco Moceri e Fabio Roberto Tricoli.

Fu nel luglio 2018 che Nicolò Clemente venne arrestato dagli uomini direzione investigativa antimafia di Trapani con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Furono, allora, sottoposte a sequestro preventivo anche due società edili a lui “riconducibili” (La Calcestruzzi Castelvetrano srl e la Clemente Costruzioni srl) ed eseguite diverse perquisizioni a presunti mafiosi di Castelvetrano. L'operazione si inserì nell'ambito delle attività volte a colpire i consociati mafiosi “vicini” al superlatitante Matteo Messina Denaro. Un’opera, si sottolineava nel comunicato della Dia, condotta anche “attraverso l’individuazione e l’eliminazione dal mercato delle imprese mafiose che costituiscono le principali fonti di approvvigionamento finanziario dell’organizzazione mafiosa castelvetranese”. Le indagini sfociate nell’arresto del Clemente e nel sequestro delle due imprese scaturirono dalle dichiarazioni rese dal defunto collaboratore di giustizia Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito di Matteo Messina Denaro, e in misura minore anche dall’imprenditore Giuseppe Grigoli, entrambi condannati in via definitiva in quanto ritenuti appartenenti alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, che “hanno indicato il Clemente – spiega la Dia - come una delle più attive espressioni imprenditoriali di quel sodalizio, capace di infiltrare e condizionare il tessuto economico locale nei settori dell’edilizia pubblica e privata e nel commercio del conglomerato bituminoso, al fine di assicurare alla citata famiglia significative risorse finanziarie”. E questo è quanto continua a scrivere la Dia nel comunicato diffuso dopo l’arresto: “Tratto caratteristico dell’operatività del mandamento mafioso di Castelvetrano è, infatti, la presenza nel tessuto organizzativo della consorteria di mafiosi-imprenditori, che, all’evidenza sfruttando la forza di intimidazione promanante da un sodalizio resosi responsabile notoriamente di gravissimi fatti di sangue, hanno finito per soffocare ogni possibilità di libera esplicazione dell’iniziativa economica nel settore delle costruzioni edili e del calcestruzzo. Il nucleo famigliare di CLEMENTE Nicolò è stato da sempre parte dello zoccolo duro dell’associazione mafiosa attiva nella città di Castelvetrano. Il fratello Giuseppe, associato di primissimo rango e facente parte della cerchia più ristretta e fidata degli amici di MESSINA DENARO Matteo, fu condannato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. e per alcuni omicidi, commessi in concorso proprio con il citato latitante. Pericoloso killer di cosa nostra trapanese, CLEMENTE Giuseppe esercitò l’attività imprenditoriale insieme al fratello Nicolò. Dopo la condanna all’ergastolo, Giuseppe, afflitto da crisi depressive, si è suicidato in carcere nel 2008, proprio nel giorno del compleanno dell’amico MESSINA DENARO Matteo, scongiurando definitivamente il pericolo di poter cedere alla tentazione di collaborare con la giustizia, circostanza vissuta con grande timore dall’associazione mafiosa e dalla sua stessa famiglia. I fratelli CLEMENTE, Giuseppe e Nicolò, sono figli di CLEMENTE Domenico, cugino dello storico capo mafia CLEMENTE Giuseppe, cl. 27, condannato per essere stato “capo decina” della famiglia mafiosa di Castelvetrano, all’epoca in cui tale sodalizio, nonché l’intero mandamento di Castelvetrano, erano diretti da MESSINA DENARO Francesco, padre del latitante Matteo. Il legame tra la famiglia CLEMENTE e la famiglia MESSINA DENARO, risalente nel tempo, risulta anche di tipo imprenditoriale nella società “ENOLOGICA CASTELSEGGIO s.r.l.”, attività costituita negli anni ottanta, oggi definitivamente confiscata in quanto diretta espressione delle famiglie mafiose di Castelvetrano e strumento per riciclare il denaro di provenienza delittuosa. L’elenco dei soci era del tutto sovrapponibile a quello dei più importanti rappresentanti delle famiglie mafiose di Castelvetrano. Le indagini hanno dimostrato che CLEMENTE Nicolò, forte del suo rapporto diretto e privilegiato con MESSINA DENARO Matteo, ha nel tempo sistematicamente partecipato, attraverso le due aziende oggi in sequestro, alla spartizione delle commesse nel settore delle costruzioni edili e del calcestruzzo, che avveniva all’interno di un circuito mafioso/imprenditoriale del quale facevano parte, oltre al CLEMENTE, gli imprenditori FILARDO Giovanni, RISALVATO Giovanni, lo stesso CIMAROSA Lorenzo e FIRENZE Rosario (i primi tre condannati definitivamente per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. e FIRENZE, assolto in appello. CLEMENTE Nicolò è risultato pienamente inserito nel contesto mafioso-imprenditoriale castelvetranese attraverso una logica spartitoria ispirata dai vertici della famiglia mafiosa (tra tutti il latitante ed i suoi parenti in libertà) ed attuata mediante il sistematico ricorso alla violenza e alla minaccia nei confronti dei committenti riottosi a piegarsi di fronte alla sua caratura mafiosa. Il controllo del territorio veniva delineato “…come quannu lu attu va pisciannu dunni va camminannu…” (come fa il gatto che urina per delimitare il proprio territorio), manifesto programmatico confessato dallo stesso CLEMENTE nel corso di un dialogo di rara chiarezza e forza probante. Tra i principali elementi probatori, richiamati nel corpo del provvedimento cautelare, spicca il rapporto di “collaborazione” di natura fiduciaria tra CLEMENTE Nicolò e CAPPADONNA Vito, condannato per aver aiutato MESSINA DENARO Matteo durante la sua latitanza, mettendogli a disposizione vari alloggi e fungendo da vivandiere e co-detenuto del fratello Giuseppe CLEMENTE”.



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