Mafia, ecco perché la Cassazione dice che bisogna rifare il processo a Cascio
Tutto da rifare, a distanza di parecchi anni, il processo per mafia all’anziano imprenditore partannese Rosario Casio. La Corte di Cassazione, infatti, accogliendo la richiesta della difesa, ha ammesso la “revisione” della sentenza con cui l’imprenditore, che adesso ha 86 anni, nel 2005 fu condannato dalla Corte d’appello di Palermo a sei anni di carcere, già scontati, per associazione mafiosa.
Per Cascio, condannato nell’ambito del processo “Mafia e Appalti”, verrà celebrato, dunque, un nuovo processo. La notizia è stata diffusa dall’avvocato difensore, Baldassare Lauria che, in una nota, ripercorre la storia giudiziaria del suo cliente dal 1997 ad oggi. “Rosario Cascio – scrive Lauria - dopo un controverso processo caratterizzato da due sentenze di annullamento della Cassazione era stato, in ultimo, condannato per associazione mafiosa nel 2005 dalla Corte di Appello di Palermo alla pena di sei anni di reclusione. La sentenza aveva accertato la partecipazione del Cascio all’associazione mafiosa con la quale, unitamente a Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Siino Angelo ed altri, aveva posto in essere una attività di controllo degli appalti pubblici e privati in Sicilia. I fatti contestati al Cascio segnavano, secondo la condanna, il cambio di passo della mafia siciliana che era passata da un’attività parassitaria (con l’imposizione delle tangenti) ad un’attività imprenditoriale capace di penetrare e controllare il tessuto produttivo siciliano”. E in conseguenza della condanna, a Cascio fu confiscato quasi tutto il suo patrimonio, “stimato dagli inquirenti – sottolinea il difensore - in un valore pari a 500 milioni di euro”. Fra i beni confiscati, le aziende agricole, la Calcestruzzi Belice, Vini Cascio ed altro. Cascio scontò la pena detentiva nel carcere di Saluzzo (Cn). “Adesso – conclude l’avvocato Lauria - tutto torna in discussione. Cascio, infatti, nell’ambito di altro processo penale era stato, prima, condannato dal Tribunale di Trapani nel 1997 e, poi, assolto perché il fatto non sussiste dalla Corte di Appello di Palermo nel 1999. La sentenza di assoluzione aveva giudicato i medesimi fatti di quelli della sentenza di condanna, e benché successiva non rilevò l’esistenza del giudicato assolutorio”.
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