23/02/2021 06:00:00

Dossier beni confiscati. Il “costo della legalità” e uno Stato “distratto”. Il caso Sicilia

Le aziende falliscono. I beni finiscono vandalizzati. Ci sono tante cose che non vanno nel sistema di gestione dei beni confiscati alla mafia.

Storture normative, inghippi burocratici, riforme che non sono arrivate, rigidità amministrative, rallentamenti. Un contesto in cui lo Stato spesso non fa gli interessi dello Stato. In cui le imprese falliscono per lo “shock” del “costo della legalità” e i beni confiscati finiscono in malora per le lentezze burocratiche. Gli amministratori giudiziari incompetenti e talvolta in malafede. Un contesto in cui i casi Saguto e Montante sono solo la punta dell’iceberg. C’è tutto questo nella dettagliata relazione sulla gestione dei beni confiscati alla mafia della Commissione Antimafia Siciliana presieduta da Claudio Fava. Sono 180 pagine in cui vengono riportati nero su bianco 8 mesi di lavoro, declinati in 51 sedute e 71 audizioni, e che mettono in fila una serie di avvenimenti che raccontano come negli anni sia stata svuotata l’intuizione della legge Rognoni La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi per restituirli alla collettività.

 

NESSUNA REGIA
Un altissimo tasso di mortalità delle aziende confiscate; la perdita di centinaia di posti di lavoro; episodici i casi di beni proficuamente affidati agli enti locali o ai soggetti del terzo settore a fronte di centinaia di immobili abbandonati, vandalizzati o, peggio, del tutto dimenticati; decine di terreni, strutture agricole, ville e appartamenti che continuano ad essere impunemente utilizzati ed abitati da coloro ai quali furono confiscati (con un danno economico e d’immagine, per lo Stato, di incalcolabile gravità). Nella sua premessa al lungo e dettagliato dossier la commissione antimafia evidenzia le criticità di un sistema che ha portato l’Agenzia nazionale per i beni confiscati ad essere considerata, per via di una volontà politica blanda, “un ente minore di sottogoverno al quale destinare poca attenzione, poche risorse e poco impegno”.

A mancare, secondo la Commissione, è una “efficace cabina di regia. Responsabilità e competenze funzionali vanno oggi spalmate su molti soggetti istituzionali (Agenzia, prefetture, tribunali, amministratori e coadiutori giudiziari, tavoli provinciali, nuclei di supporto), non sempre utilmente e consapevolmente collegati tra loro”. “Aver rinunziato a impegnarsi per creare questo circuito della legalità – si sottolinea nella relazione – è il frutto di un’incuria istituzionale e di una mancanza di spirito d’iniziativa che non può essere giustificata con lacune legislative o penuria di mezzi: è mancata, in questi anni, la volontà politica (parlamento e governi) di trasformare il destino delle aziende confiscate alle mafie in una vera, concreta e utile sfida civile del sistema paese. Tutta l’attenzione e la tensione morale è stata posta sul momento sanzionatorio; poco o nulla, su quello della ricostruzione. E mentre la criminalità organizzata è ben capace di creare i propri circuiti affaristici e d’impunità tra le proprie aziende, lo Stato ha lasciato che ciascuna di esse, una volta liberata, fosse condannata alla propria solitudine”.

 

L'AGENZIA E LA SCALATA MONTANTE
Ci si aspettava uno concreto restyling negli ultimi anni da parte dell’Agenzia, evidenzia la Commissione. Un ente che da molti è considerato una delle più importanti “holding” d’Italia, per il numero di aziende e beni sotto la sua gestione. Alcuni numeri. Al 31 dicembre 2019, l’intero patrimonio immobiliare in gestione all’ente era pari a 16.473 unità, caratterizzate da una rilevante aggregazione territoriale. Basti pensare che il 34,46% insisteva in Sicilia, nel territorio di 190 comuni.
Va tenuto presente che oltre il 65% del totale di questi beni immobili alla medesima data risulta già confiscato in via definitiva e, pertanto, potenzialmente destinabile (sostanziale conferma anche nel territorio siciliano, dov’è già confiscato il 68% dei 5.677 cespiti in gestione).
Proprio sul versante della destinazione, la soluzione preferita è il trasferimento al patrimonio immobiliare degli enti territoriali (l’82% dei beni assegnati dal 1982 al 2019), mentre la restante parte è stata mantenuta al patrimonio dello Stato, venduta o reintegrata al patrimonio aziendale. Ma è proprio tra la destinazione e l’effettiva utilizzazione del bene che si determina spesso un gap preoccupante. L’attività di monitoraggio effettuata dall’Agenzia (al 31 dicembre 2019) su 2.637 unità mostra che per il 46,76% dei beni assegnati non è ancora stata avviata la necessaria opera di rifunzionalizzazione. Un dato che in Sicilia è ancora più preoccupante, riguardando il 50,59% dei beni destinati.
Al di là dei numeri, l’Agenzia, secondo quanto riporta la relazione, ha perso l’occasione di essere più incisiva nella gestione dei beni confiscati. E ha passato momenti di forte imbarazzo, con la scalata, interrotta dalle inchieste giudiziarie, dell’ex numero uno degli industriali siciliani Antonello Montante. All’Agenzia Montante, per qualche mese, è stato componente del consiglio direttivo. Il tutto mentre era indagato per concorso in associazione mafiosa. Montante è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo a sistema informatico.

Certo è che dopo quel caso ci si aspettava un rinnovamento dell’Agenzia che però non c’è stato.
E così il personale di ruolo continua ad essere di numero insufficiente rispetto a quello della dotazione organica previsto per legge (58 su 181).” Frammentaria risulta essere ancora l’interlocuzione tra l’Agenzia e l’Autorità Giudiziaria nelle varie fasi dell’iter che accompagnano il bene dal sequestro alla definitiva confisca (ed identico discorso vale anche con riferimento agli altri soggetti coinvolti: Forze dell’Ordine, Enti Locali, soggetti del terzo settore, eccetera). Nessun passo avanti è stato fatto rispetto all’annunciato piano di governance unica delle imprese affidate all’Agenzia (holding o società capofila che sia), il cui destino sembra segnato se non fosse per qualche sporadica e spesso, come avremo modo di riferire, mal supportata eccezione. Inattuata risulta essere anche qualsivoglia visione d’insieme sull’effettivo riutilizzo dei beni immobili, troppo spesso condannati all’incuria e al deterioramento, nonché alla ben più dolorosa “riconquista abusiva” da parte degli stessi soggetti che hanno subito il provvedimento di confisca. Aspetto, quest’ultimo, che ha riguardato – e ciò ha davvero del paradossale – perfino quei beni che recentemente sono stati inseriti nell’elenco di quelli messi a bando per l’affidamento diretto a soggetti del terzo settore. E ciò, probabilmente, rappresenta il paradigma migliore per descrivere lo stato in cui versa oggi l’Agenzia”.

 


IL CASO SAGUTO E GLI AMMINISTRATORI GIUDIZIARI
Nel mezzo c’è la gestione vera e propria dei beni e delle aziende confiscate. Gestione affidata talvolta ad amministratori giudiziari senza competenze in materia. E quando si parla di gestione e affidamento di beni salta fuori il sistema Saguto. L’ex presidente delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto è stata condannata in primo a grado a 8 anni e 6 mesi di carcere. L’anno prima era stata rimossa definitivamente dall’ordine giudiziario. Il caso Saguto ha tolto definitivamente il velo sulle derive personalistiche del sistema di assegnazione dei beni confiscati, e della inadeguatezza di chi quei beni li gestiva. Ma è solo la punta dell’iceberg. Il dossier esamina alcuni casi di amministrazioni giudiziarie “allegre” e che sono finite in aule di tribunale. Si chiede se l’impianto normativo sia “in grado concretamente di arginare possibili derive personalistiche o, per meglio dire, proprietarie nella nomina degli amministratori giudiziari”. Trasparenza, rotazione degli incarichi, indici di performance degli amministratori. Le verifiche sul loro lavoro, e sulle loro competenze. Un dato emerge su tutti, evidenzia l’Antimafia: “ l’albo nazionale degli amministratori giudiziari non costituisce uno strumento sufficiente ai fini di una corretta individuazione delle reali competenze del professionista al quale si intende conferire l’incarico. Ciò, di fatto, ha determinato – come riferito a questa Commissione da numerosi magistrati – la prassi del “passaparola” all’interno dell’ambiente giudiziario nonché un rassegnato spirito di “sperimentazione” in assenza di altri indici utilizzabili”.
In sintesi per la commissione la selezione degli amministratori giudiziari ha molti nodi irrisolti, ancora, anche dopo il terremoto del caso Saguto. E si registra “l’assoluta mancanza di sinergia tra l’Autorità Giudiziaria e l’Agenzia”. “L’effetto rischia di essere devastante ai fini del corretto perseguimento delle finalità previste dalla legge”.


I FALLIMENTI DELLE IMPRESE
Anche perchè poi le imprese confiscate falliscono. “Il problema principale di un’azienda sottratta a Cosa nostra è – per paradosso – il cosiddetto ‘costo della legalità, ovvero l’insieme dei fattori finanziari e di mercato che un’azienda confiscata (come qualsiasi altra azienda che si muova sul mercato pubblico e privato senza scorciatoie, forzature o privilegi) deve saper affrontare”. Condizione che non vale per l’economia mafiosa che si muove in una bolla di impunità capace di far risparmiare fino al 30 per cento dei costi sostenuti da qualsiasi altra impresa.
I dati che propone l’Agenzia sulla mortalità delle aziende confiscate in via definitiva sono allarmanti. In Sicilia su 780 aziende in gestione, solo 39 sono attive. Su 459 destinate, solamente 11 non sono state destinate alla liquidazione.
Per lo Stato, “che ha fatto della tutela dei livelli occupazionali nelle aziende confiscate un punto d’onore e un obiettivo prioritario della legge, questi numeri rappresentano una secca sconfitta, appena mitigata da alcune esperienze virtuose”. Al netto di queste poche eccezioni, la prassi prevalente, almeno fino ad oggi, sembra l’accompagnamento delle aziende tolte alla mafia al declino ed infine alla “morte”, con danni significativi per i posti di lavoro perduti e per l’economia del territorio”. L’altro paradosso è quello dell’accesso al credito. Lo Stato sequestra un’azienda alla mafia e il circuito bancario – che riteneva quell’azienda, fino a quando apparteneva a Cosa nostra, affidabile e solvibile – non si fida più. “Un pregiudizio difficile da comprendere e da accettare, soprattutto se pensiamo che il recupero di un bene tolto ai mafiosi dovrebbe essere una sfida per tutta la società, sistema creditizio incluso, e non solo un problema dell’amministratore giudiziario”.


I BENI CONFISCATI
Non meno semplice la vita dei beni immobili confiscati, soprattutto in relazione alla gestione da parte degli enti locali e la successiva assegnazione. Tante le criticità che frenano la concreta azione di recupero e valorizzazione di questi beni. Una su tutte: il loro mancato impiego e la sempre più frequente “occupazione abusiva” degli stessi. Altra lacuna: l’assenza (o l’obsolescenza) dei regolamenti comunali che dovrebbero disciplinare questa materia. E così si assiste alle lentezze della burocrazia, alla disorganizzazione delle amministrazioni locali e delle istituzioni regionali. Bandi poco chiari e con termini che portano nella direzione di un abbandono dei beni da recuperare per la collettività. Con la scoperta, poi, che quei beni, una volta assegnati, risultano essere totalmente distrutti, vandalizzati, o addirittura occupati dagli stessi a cui erano stati confiscati


Per la Commissione “la disciplina sul sequestro e la confisca dei beni alle mafie pretende, subito, un investimento di volontà politica e di determinazione istituzionale che fino ad ora non c’è stato” ed è “miope e incomprensibile non aver lavorato, in questi anni, per costruire un autentico circuito della legalità, che è cosa assai diversi dai “protocolli” dell’era Montante”. Una conclusione a cui si arriva dall’analisi di diversi casi siciliani, tra cui qualcuno in provincia di Trapani, che vedremo domani.

 



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