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05/04/2022 14:00:00

L'uso di telefoni cellulari non aumenta il rischio di tumore al cervello

La cautela rimane raccomandata. Ma le evidenze scientifiche che progressivamente vanno a sommarsi sembrano rassicuranti. Un uso «normale» del telefono cellulare non aumenterebbe il rischio di sviluppare un tumore cerebrale. Di nessun tipo. Nemmeno in seguito all’avvento del 5G, la tecnologia di nuova generazione per la comunicazione mobile che garantisce una trasmissione del segnale più veloce e di migliore qualità. Questo il messaggio che emerge da uno studio condotto dai ricercatori del dipartimento di salute pubblica dell’Università di Oxford e dell’Istituto per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione, pubblicato sul «Journal of the National Cancer Institute». L’ultimo della lista che sembra «assolvere» le radiofrequenze. Sul piano scientifico, comunque, il dibattito rimane aperto.

Gli epidemiologi hanno coinvolto oltre 1,3 milioni di donne inglesi nate tra il 1935 e il 1950. A tutte, nel 2001, è stato chiesto di fornire informazioni relativamente all’utilizzo del cellulare. Quesito posto nuovamente nel 2011. Con queste informazioni e con quelle relative a eventuali diagnosi di tumore cerebrale e di decessi da questi provocati, i ricercatori hanno valutato l’eventuale variazione del rischio correlata alla frequenza d’uso dello smartphone. Nei quattordici anni di follow-up, 3.268 donne (lo 0,42% del totale) hanno sviluppato un glioma, un neurinoma acustico, un meningioma, un tumore della ghiandola pituitaria o oculare. Il riscontro della malattia non è però risultato correlato all’utilizzo o meno del cellulare, considerando tre valori: l’uso giornaliero, per almeno venti minuti a settimana o per un arco di tempo di dieci anni. Un impiego «normale», che risulta però di molto inferiore a quello fatto quotidianamente da molte persone in età lavorativa. A ciò occorre aggiungere che il campione osservato - quello delle donne di mezza età - non rispecchia appunto il profilo di coloro che oggi risultano essere i maggiori utilizzati di smartphone, tablet e smartwatch. Secondo Joachim Schuz, epidemiologo dell’IARC, «le tecnologie mobili stanno migliorando continuamente: questo permette agli ultimi dispositivi di emettere meno radiofrequenze». Rimane tuttavia l’invito alla prudenza, «data l’assenza di prove riguardanti coloro che fanno un uso più massiccio di questi dispositivi».

Le preoccupazioni sono legate alla possibile cancerogenicità delle radiofrequenze, determinata dalla stessa IARC nel 2011 Gli epidemiologi di Lione, allora, le inserirono nel gruppo 2B, quello di cui fanno parte le sostanze (tra cui anche la benzina e il gasolio) per cui vi è una «limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un insufficiente riscontro negli animali di laboratorio» e che non possono essere iscritte all'elenco delle sostanze non classificabili come cancerogene per l'uomo (gruppo 3). A questo documento, negli anni, si sono aggiunti diversi studi sia tossicologici sia epidemiologici. I primi, condotti su modello animale, hanno in alcuni casi confermato il rischio cancerogeno. Da quelli realizzati sull’uomo, invece, sono emerse conclusioni contrastanti. Nel 2019 è stato l’Istituto Superiore di Sanità a fare una sintesi di queste prove, concludendo che «la validità dei risultati degli studi su cellulari e tumori rimane incerta». Questo perché da un lato ci sono alcuni studi che «riportano notevoli incrementi di rischio per i neuromi e per i gliomi», anche a fronte di modeste durate e intensità cumulative d’uso. Dall’altro «i tassi d’incidenza dei tumori cerebrali non sono cresciuti di pari passo con la diffusione dei cellulari».

Come ridurre l’esposizione alle radiofrequenze

Di fronte a questo scenario, la comunità scientifica continua a essere in larga parte votata alla precauzione. Nel 2019 il tema della cancerogenicità delle radiofrequenze è stato affrontato in un articolo pubblicato su «Epidemiologia & Prevenzione» , la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia. Molta cautela, anche in questo caso. Tra i limiti principali di tutte le ricerche finora condotte, ci sono l'impossibilità di prevedere i livelli di radiofrequenze associate al 5G, i continui aggiornamenti tecnologici e le difficoltà nello studiare l'esposizione ai telefoni cellulari. Da qui l’invito a «usare il più possibile i cellulari con gli auricolari o in vivavoce», a «evitare di tenerli sul comodino tutta la notte» e a «cercare di utilizzarli nei luoghi in cui il segnale è più basso». Circostanza, quest’ultima, che porta i device ad aumentare la frequenza delle emissioni. Secondo l’epidemiologa Lucia Miligi, l’autrice di questo articolo, occorre inoltre considerare anche «gli effetti non cancerogeni, che dagli studi stanno diventando sempre più numerosi». Tra questi, quelli a carico della sfera neurologica, il sistema endocrino e l’apparato riproduttore.

L’impatto delle radiofrequenze sui bambini

C’è poi da tenere presente l’impatto delle radiofrequenze sui bambini, che sempre più spesso cominciano a prendere confidenza con la tecnologia. Un altro studio, condotto in 14 Paesi europei (tra cui l’Italia) su giovani di età compresa tra 10 e 24 anni e pubblicato nelle scorse settimane sulla rivista «Environment International», ha indagato la correlazione tra l’uso dei dispositivi tecnologici e il rischio di insorgenza di neoplasie cerebrali. Risposta negativa, anche in questo caso. Detto ciò, rimane vivo l’invito alla prudenza. E soprattutto la raccomandazione dei pediatri, che invitano i genitori a non mettere mai uno smartphone tra le mani di un figlio prima del raggiungimento dei due anni. Per svariate ragioni, tra cui quelle legate all’esposizione alle radiofrequenze.

Da RaiNews