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09/10/2022 06:00:00

   Covid: storia di un percentile fragile

 Gentile Direttore,

ho sempre saputo, a livello teorico, che affrontare la fragilità significa affrontare la sua solitudine. L'ho studiato bene, credo, e insegnato da Kierkegaard a Rosenzweig, passando per De Andrè ed Hetty Hillesum. La fragilità resta il metro, il livello, il senso. Di tutto. Della vita sicuramente. Pure a voler fare finta che non ci sia.

Mi accorgo davvero del senso di queste righe mentre ricordo lo sguardo vuoto sul saturimetro (anzi due saturimetri) e la vocina che farfuglia "no, non va bene", mentre sono solo in una stanza da 4 metri per 4 metri, alle prese 24 ore su 24 con la lista delle medicine, che scandisce il mio tempo, per 21 giorni, e con il pensiero a chi si potrebbe occuparsi davvero di Kira, di Leopoldo, Spigola, Mou, Orso, Miele... che adesso cominciano ad essere cani e gatti anzianotti anche loro e non hanno una famiglia se non me, il percentile fragile. Che sfiga!
Penso a mio figlio, che ha due mesi e boh, che farebbe senza un papà?

Il pensiero è fisso, ogni minuto, ed è un pensiero su come è fatto il limite oltre cui rompere il pudore e richiamare ancora una volta il 118, stavolta facendo presente che no non si è mai detto di "rifiutare il trasporto in ospedale", anzi... Decidere che sei lucido per farlo, che non è paura, sola, o ansia, sola... E come fai? Perché è affare tuo. Sempre e solo tuo. Una specie di ritegno nel male, non voler disturbare troppo, sperare che altri lo facciano per te, ma è una cagata pazzesca... Quando mai? Io faccio parte di quelli a cui chiederanno di alzarsi e sparecchiare pure da morto. Perché io sono sempre sembrato quello forte. Che culo! Sembrare forti in un corpo fragile.

Allora aspetti che magari il numeretto sul saturimetro salga un po', cambi le batterie, chissà... Se funziona. Dove l'ho preso? Su Amazon o in farmacia? Ma la testa gira come un elicottero. Meglio a letto. A cuccia, buono. Passerà. Ma da solo? Boh, sembra aggravare, in realtà.

Stare davvero male in un mondo in cui anche la malattia è un rito burocratico fatto di piani sanitari, di telefonate, di medici giovani mandati a casa tua, che hai la peste, con un saturimetro cinese e un discreto fonendoscopio; di competenze, quella del medico di base che finisce con la decisione che stai più male di quanto un medico di base può curare, quindi l'Usca territoriale, ad Alcamo, che deve decidere se darti gli antivirali sulla base di un saturimetro cinese, e un telefono, poi Usca locale che boh, forse viene, al terzo giorno, chissà, e poi Usca a Partanna che non sa bene e ti chiama per il tampone di uscita, ma quale uscita se saturo ancora sotto 90... e sono ancora sotto antivirali?

In questo scenario, ti rendi conto che tutto quello che avremmo dovuto imparare dalla pandemia non lo abbiamo imparato e che l'eccezione di chi sta male, quel percentile che col covid magari ci muore davvero, o ci resta leso, è burocratizzato come il 99% a cui magari serve solo il timbro per non andare a lavorare o per tornare al lavoro... Capisco che la norma regoli la maggioranza, per sua essenza, ma pretenderei una norma anche per i percentili fragili, come una scuola che si occupasse dell'emarginato prima che del genio, o in contemporanea, se proprio non ce la fa a posare il mito dell'eccellenza, o di un esercito disposto a intervenire in caso di alluvione e non per pura e semplice parata, e quindi di una sanità che si occupi di me, di me che sto male, delegando anche al farmacista o al geometra, facciano loro, il timbro e il certificato. Oppure pensare proprio ad una sburocratizzazione del male. Sarebbe fantastico, no? Occuparsi dei malati. Anche ora che siamo passati dalla caccia a chi pisciava il cane in spiaggia, alla chiusura di ogni presidio reale per chi col covid sta davvero male.

Basterebbe che restasse in vigore, in atto, in funzione, un orecchio mirato ma dotato e interessato, che ascolta e capisce che esiste il percentile che sta male e non vuole nè timbri nè certificati, ma visite, rassicurazioni, farmaci, interventi. Magari un prelievo ematico a casa, un saturimetro buono, una lastra, una ecografia.. boh, il minimo se proprio in ospedale no... Visto che i padiglioni covid sono già archeologia industriale e incompiute alle intemperie. Utopia, vero? E perché mai? Non pago le tasse abbondantemente anche io percentile fragile? Eppure devo attendere la negativizzazione. Prima, no. Prima è solo sfida a se ce la fai.

Questa meditazione politica e organizzativa ne derivo oggi dal mio covid durato più di 20 giorni, innanzitutto. Perché immediatamente, dopo una emergenza, siamo sempre incapaci di imparare qualcosa a sufficienza. Basterebbe delegare davvero ai medici di base il coordinamento e a una struttura mobile come il 118, monitoraggio e visite. I medici conoscono i pazienti e un altro 118 vero può curarli a casa, non solo per telefono, insomma. Un altro 118, non un call center... Una cosa con medici col camice, insomma... Maledetti politici che hanno devastato la sanità! Maledetti davvero! Se capissero le ragioni della fragilità...

Le attese burocratiche per chi deve capire se andare in ambulanza o no, non aiutano le nuove terapie. Il loro tempismo. Posto che siamo al fast food della diagnosi e che se ricoverarsi o no, ormai, lo si decide da soli, pazienti, utenti e che altro ancora? Ecco perché negli anni ho sviluppato una sana ipocondria medica. Che almeno mi consente di ascoltare il mio corpo e percepire il pericolo. Ma stavolta sono stato seppellito a casa senza potere andare privatamente da chi reputavo. E la mente a 82 di saturazione non è proprio libera.. E la peste mi bloccava. Potevo telefonare e rompere le palle a tutti via whatsapp. Quello sì. Tantovale allora tuttologi su internet, a sto punto...

Poi resta, intorno, lo sguardo smarrito sugli altri, quelli giovani e forti, che il covid non gli fa una mazza, e che naturalmente ti guardano come credo gli "ariani" guardassero agli ebrei deportati. Perché loro che ci possono fare se tu sei debole? Già. Saranno fatti tuoi proteggerti adeguatamente, sparire dal mondo, mettere tre mascherine e vivere in uno scafandro. Mica sono problemi loro. Loro hanno sintomi ridicoli. E neanche il saturimetro cinese. E pure se infetti hanno paura del tuo covid più grave, chissà infetta di più.. Per quanto gliene importi non gliene importa davvero, perché se no questa pandemia sarebbe già sconfitta anche per i percentili fragili. Nei numeri esiste sempre una terrificante differenza. Uno non vale uno. Mai. Se lo zero virgola sono io, beh, cambia tutto. Ovviamente. Il problema è che anche il fragile comincia a guardare male l'ariano. La sua spocchia.

E quindi succede che gli altri diventano il tuo personale inferno, come scriveva Sartre: le loro regole che tengono conto della loro asticella, del loro clan, della loro reazione non possono essere le tue regole, perché non tengono conto della tua asticella, della tua reazione e della tua vita. E questo ormai lo sai. Lo sai benissimo. Purtroppo. E la vita ti cambia di colpo.

Ed allora, passando dal medicale al personale, capisci in quei quattro metri per quattro, il De Andrè che cantava "amico fragile", e ti cambia tutta la prospettiva. Ogni orizzonte. Perché tu non hai voglia di andartene quando decidono gli altri. Magari questo... Magari lo decidessero Dio, o la sorte... Ma perché gli altri?

Sei sempre stato una specie di macchina di altruismo, un motore speso per chiunque. Davvero per chiunque. Come una vera malattia: un bisogno di dare affetto, temi, competenze, a chiunque, cani e gatti veri, e cani e gatti finti. Tutti. Basta bussare. Ma ora hai paura e consapevolezza che da adesso sarai più minuscolo, più tirchio, più taciturno, anzi non lo temi, lo sai, perché già è in atto da anni il terrore, e no non sarai più così facilmente succube, anzi, resterai guardingo per comprendere prima se parli col clan che della tua debolezza non può che fregarsene. Così, magari per cambiare strada.

Certo, eppure io lo capisco: la debolezza del percentile abbassa la media, livella tutto verso il no, butta giù gli entusiasmi; vero, lo comprendo. Se vuoi fare la grande adunanza ci vuole la mascherina. Oppure non ci vai alla grande adunanza, ma chi si aduna poi torna a casa. Frequenta chi ti frequenta e boom... Il tuo scudo si sgretola. Non basta più proteggersi, purtroppo. Quando non sei più da solo non basta più. Allora forse devi stare da solo. Tutto quindi diventa una roulette che non sei in grado di accogliere. Nei quattro metri per quattro pensi che non va bene così. Che la tosse non ti lascia espettorare e che il saturimetro ogni quarto d'ora è un modo per stare attaccato alla vita. E non sai se la scelta è intraprendere una via del distacco, e non restare attaccati con gli occhi bianchi e aperti alle tue cose, oppure restare sette passi buoni dietro, e affievolirla un po' questa vita, perché duri meglio, di più, e soprattutto non deleghi agli altri la sua sussistenza.

Gli altri decidono ormai anche per te, e laddove non basta mascherarsi e sfuggire per proteggersi, bisogna escogitare qualcosa che obblighi al rispetto della tua paura, della tua differenza, del tuo fiato più corto, della tua percentile fragilità. Che comunque non ha nessuna voglia di salire su un treno per Dacau. Di sparire. Di togliere il disturbo percentile. Minoritario. Fragile.

Filosoficamente e sanitariamente, mi viene da dire, abbiamo eretto sistemi burocratici che sono appannaggio dei forti, che vogliono solo il timbro, o che pensano a quando possono uscire di casa. Esistono i deboli che del timbro non se ne fanno nulla, ma che hanno bisogno di capire come andrà... I percentili fragili. E soli. Perché hanno il covid più covid degli altri.

Capisco che coi percentili delle minoranze non ce lo costruisci un ufficio dedicato ai fragili: però che bello, sarebbe fantastico! Da un lato corridoio per chi cerca timbri, da un altro corridoio per chi ha bisogno di aiuto, per chi ha paura, per chi sta davvero male. Fuori dalla burocrazia della malattia, che in Italia è davvero tutta una faccenda legale, burocratica, di carte e non di sangue e carne. Specie quando non ti puoi muovere da casa, e allora non puoi neanche andartelo a cercare da solo il medico, perché hai la peste nera. E devi stare chiuso, in quattro metri per quattro, aspettando il turno che non arriva.

Questo ho imparato dal mio covid, che ero riuscito a scansare per anni e anni, grazie a precauzione, cura, mascherine adeguate, prudenza e tante rinunce sociali. Ma poi ho smesso di poter decidere da solo, e tutto è diventato troppo complesso da determinare per un percentile fragile, che per sopravvivere, da domani, sarà costretto per forza ad essere un uomo peggiore. Più isolato ancora. Più diffidente. Perché siamo passati dal lockdown a neanche più lavarci le mani. Siamo incredibili.

E non ho voglia di scusarmi, questo è il peggio! Perché in questo peggioramento resta il seme di un diritto. Che anche il percentile fragile ha. E che questo stupido Stato deve garantire per sopperire a ciò che la società non attua: la solidarietà. Poiché l'asticella si tara verso l'alto io pretendo uno Stato che normi verso il basso, verso la zona dei percentili fragili. E se non lo farà, sarà evasione, fuga, disconoscimento e muro di Berlino. Anarchia pura. Smodata. Cinica. Perché la vita è mia e non ho delegato a nessuno la sua fine. A nessuno.

Scusi se sono stato così lungo, Direttore, ma avevo voglia di tempo, lungo... Grazie per l'ospitalità. Da soli, si sa, si sclera. Anche adesso che finalmente ne sono fuori. Fuori, cioè, almeno sull'uscio... dove si possono almeno far controlli. Dopo la peste.

Giacomo Bonagiuso