Selinunte. Ecco le foto che raccontano come è scomparsa una parte del parco archeologico
5 milioni di euro per tirar su 3 colonne. Ma da almeno 15 anni, tutto il resto delle cosiddette “rovine” del parco archeologico più grande d’Europa sembra abbandonato all’incuria.
A documentare questo paradosso sono 8 coppie di foto (riportate in fondo all'articolo) che non possono che far riflettere sul modo in cui si impiegano i soldi pubblici, in questo dedalo di competenze e di progetti a compartimenti stagni, che rischia di perdere di vista la valutazione delle cose nel loro complesso.
Le foto mettono a confronto diversi luoghi del parco, com’erano più di 20 anni fa e come sono adesso. Sono state scattate da Enzo Napoli ed assemblate da Peter Lüssenheide, che da decenni si occupano di documentare con immagini e note storiche il territorio di Selinunte e di Castelvetrano.
Quelle più vecchie, risalenti al periodo tra il 1995 e il 2000, vengono affiancate a quelle di adesso, scattate dalla stessa angolazione.
Non si può fare a meno di notare come in realtà sia letteralmente scomparsa una sostanziale porzione di antichità, divorata da una vegetazione che, oltre a nasconderla agli occhi del visitatore, rischia di danneggiare irreparabilmente (quando non l’ha già fatto) le pietre attraverso le radici.
Intanto, al governo Schifani toccherebbe dare l’avvio a questa opera di parziale ricostruzione, pensata dall’uscente governo Musumeci su proposta dell’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà.
Ma non si può fare a meno di ricordare la proposta di Vittorio Sgarbi, fatta qualche anno fa: 15 milioni per l’anastilosi dell’intero tempio (“L’ottava meraviglia del mondo”). Sgarbi aveva detto che sarebbero serviti 180 mila euro per ogni colonna. Le 3 colonne sarebbero dunque costate 540 mila euro. Ecco, non 5 milioni. Con i restanti 4 milioni e mezzo, per quanto tempo si sarebbe potuto mantenere pulito il parco, come lo era una volta?
Senza contare che il mondo archeologico è abbastanza sfavorevole sull’opportunità di questa scelta, come dell’anastilosi in generale. Uno per tutti, Ranuccio Bianchi Bandinelli che, quando fu ricostruito il tempio E, parlò di “risultato deplorevole”, di “alterazione di un paesaggio classico che aveva un suo valore culturale così come esso era”.
Il punto di vista di Samonà su questo progetto di anastilosi delle tre colonne è ovviamente diverso: “Attirerà l’attenzione del mondo su Selinunte, con inevitabili ricadute sul numero di visitatori che in futuro vorranno scoprire il parco archeologico”.
Insomma, tutti col naso all’insù, ammireremo le tre colonne. Che giù le cose da vedere saranno sempre meno.
Egidio Morici







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