E come ogni anno l’anno che si chiude merita un bilancio, i voti vanno dati ai partiti.
Iniziamo da chi governa.
In testa c’è Fratelli d’Italia, voto 8. Il giudizio è prettamente politico, legato a dati di fatto, non solo come percentuale.
Giorgia Meloni ha saputo prendere in mano un partito al 2%, si è fatta largo da sola, si è seduta al tavolo degli alleati, ha studiato e la sua determinazione le ha consentito di raggiungere la posizione che ha adesso.
Fratelli d’Italia ha un grande problema però: non ha classe dirigente giovane, i nodi sono venuti tutti al pettine nel momento in cui si è dovuto formare il governo. Anche in altre realtà ad eccezioni di pochi, che poi giovani lo sono sono all’anagrafe, la classe dirigente è over 55.
Forza Italia arranca, non è più il partito di una volta, voto 6. Silvio Berlusconi cerca di riemergere e di sterzare, la fatica non è solo legata all’età quanto al fatto che chi si è tenuto vicino in questi anni ha riflesso di luce non propria. Berlusconi è insostituibile e i fuoriusciti azzurri finiranno nei partiti di centrodestra o altrove ma comunque non formeranno nuovi partiti, quelli esistenti sono già il copia incolla di altro.
Lega, voto 6. E’ una sufficienza di incoraggiamento, Matteo Salvini è l’unico leader dentro un partito che non c’è, che fa fatica ad emergere in alcune realtà, Sicilia compresa.
Movimento Cinque Stelle, voto 7. Smarcandosi dal Pd li davano per spacciati, Giuseppe Conte è popolare e acclamato. Il loro cavallo di battaglia è il reddito di cittadinanza, con il cambio di leadership i pentastellati ne hanno guadagnato. Ad oggi è l’unica vera e concreta opposizione al governo della Meloni.
Partito Democratico, 4. Il partito è alla ricerca di identità e nuova classe dirigente, in bilico sempre tra il nuovo e ciò che non deve essere cambiato mai. Eterna lotta di correnti. Enrico Letta sembra il dio greco dell’oltretomba.
Italia Viva, 5. Matteo Renzi, piaccia o men,o è il leader politico più carismatico e capace del momento, lo frega la spocchia e l’arroganza. Capacità dialettica e di oratoria da vendere. Manca di attrattiva, la percentuale è debole ma potrebbe crescere senza Calenda. Si accettano scommesse se litigheranno prima del 2024.
Azione, voto 4. Carlo Calenda è preparato e competente, è snob anche se cerca di non apparirlo. Alla ricerca di ingressi nuovi mescolando aree, pare non ci sia alcun criterio se non quello di mettere dentro chiunque pur di strappare un titolo di giornale. Manca la strategia e l’umiltà.
In salsa sicula poi ci sono la Dc di Totò Cuffaro e l’MNA di Raffaele Lombardo, vecchie glorie che mal sopportano l’ombra e tentano di riorganizzarsi. Ci tentano in Sicilia, altrove non esistono.
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