Quantcast
×
 
 
03/02/2023 06:00:00

Messina Denaro e l'eolico. Sgarbi, Salemi e come sono andate le cose ... 

 Dopo il recente arresto di Matteo Messina Denaro stanno affiorando dal melmoso acquitrino su cui galleggia il mondo politico affaristico mafioso trapanese, oltre alle amanti, alle pillole blu, alle iconografie degne di un teen-ager, anche ricostruzioni le piu’ fantasiose.

Una fra tutte, quella secondo la quale il figlio del campiere dei d’Ali si sarebbe consegnato contribuendo a farsi arrestare, in modo plateale e quasi in diretta .

Chi ha sostenuto questa tesi dimostra di non conoscere in tema di sesso la mentalità non solo di un boss, che ha costruito attorno a sé la leggenda di essere, oltre che invisibile, anche un “tombeur de femme”, ma anche del siciliano medio, di cui tanto scrisse il grande Vitaliano Brancati di Pachino.

In breve. Se avesse avuto l’intenzione di “arrendersi”, mai avrebbe fatto trovare nell’appartamento di stampo piccolo borghese in cui abitava (non nel covo come sbrigativamente viene detto) la confezione di un farmaco indicato nel trattamento per uomini adulti che soffrono di una disfunzione erettile, sbrigativamente chiamata impotenza.

In questa marea di ricostruzioni suggestive, teorie complottistiche, non poteva non mancare il seducente sillogismo, sia pure alogico, dell’ex sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi.

Che, in sintesi, sarebbe: le pale eoliche affari di Messina Denaro, Vittorio Sgarbi contro le pale eoliche, le dimissioni di Sgarbi da sindaco volute dalla mafia.

A questo punto occorre ritornare indietro a quel febbraio del 2012, periodo in cui Vittorio Sgarbi annunciò le sue dimissioni da sindaco di Salemi.

A quella decisione tormentata, piu’ volte annunciata e rimandata, pervenne dopo le conclusioni a cui erano giunti gli ispettori della prefettura di Trapani.

Gli ispettori non avevano dubbi. Chiedevano al Viminale lo scioglimento dell'amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose.

Ricordo che la decisione del critico d'arte maturò nel tardo pomeriggio, e che le avrebbe annunciate durante il Consiglio Comunale che era programmato per la sera, mentre durante la mattinata le aveva escluse categoricamente.

Anzi. Aveva fatto sapere ai cronisti che aveva intenzione di nominare come vice sindaco della città l’ex parlamentare andreottiano Pino Giammarinaro.

La sua voleva essere una provocazione in risposta agli esiti dell'ispezione prefettizia, secondo cui era stato proprio Giammarinaro ad esercitare “indebite pressioni e influenze sulla gestione del Comune”. 

Secondo i relatori, Giammarinaro avrebbe continuato a svolgere un ruolo politico di primo piano, dopo avere voluto e appoggiato la candidatura di Sgarbi a sindaco di Salemi.

Nell’ordinanza di sequestro dei beni di Giammarinaro per 35 milioni di euro del maggio del 2011 veniva scritto che “secondo le indagini di polizia e guardia di finanza, avrebbe tentato di condizionare la vita amministrativa del Comune arrivando a partecipare, senza alcun titolo, alle riunioni della giunta guidata dal critico d'arte”.

In verità, sui rischi di infiltrazioni mafiose i magistrati, alcuni mesi prima li avevano raccolti ascoltando una testimonianza di Oliviero Toscano, dopo che le sue dimissioni da assessore di Sgarbi.

Le dimissioni di Toscano arrivarono come un fulmine a ciel sereno. Le sue denunce circe le interferenze nella vita e nelle scelte dell'amministrazione comunale furono molto accese e colorite.

Le liti pubbliche ai limiti dell’insulto, tra Sgarbi e Toscano sono rimaste negli annali delle cronache.
Ma la cosa che non viene ricordata da molti e’ il fatto che, quando il Viminale aveva nominata la commissione per l'accesso agli atti della giunta e del consiglio comunale coordinata dal vice prefetto di Trapani, Giuseppe Ranieri, Sgarbi a far sapere di essere stato proprio lui a chiederne la nomina "nell'assoluta certezza che nessun atto sia stato compiuto per richiesta o compiacimento esterni, al di fuori delle mie decisioni e di quelle del vice sindaco Antonella Favuzza".

La commissione invece a conclusione dell'ispezione fu di pare opposto e nella relazione confermò che la giunta, il consiglio comunale e i vertici della burocrazia avrebbero subito condizionamenti mafiosi.

Accuse inequivocabili a cui però non seguirono provvedimenti di alcun tipo.

Da qui il dubbio amletico di Sgarbi se dimettersi o rimanere.
"Mi dimetto, anzi no. Nomino mio vice Giammarinaro e porto quegli ispettori in tribunale per diffamazione e se lui accetta, continuerò a fare il sindaco ", fu la prima reazione di Sgarbi esternata ad un cronista dell'agenzia Agi. 

E poco contava se alcuni mesi prima aveva indetto un concorso per la nomina del suo vice, riservato a sole donne under 45 (sic).

Concorso annullato e avvio delle pratiche, non precisando quali, per potere nominare suo vice proprio Giammarinaro che, secondo gli ispettori, avrebbe esercitato “indebite pressioni e influenze sulla gestione del Comune”. 

Una decisione durata l’arco di un mattino. Cosa successe per fargli cambiare idea, non si seppe mai.

Nel primo pomeriggio, Sgarbi fa sapere cose diverse: "Mi sono dimesso da sindaco di Salemi, grazie agli ispettori del ministero che hanno mostrato cose di cui non mi ero accorto".

"Mi sentivo in pericolo – aggiungerà enigmatico - me ne torno al Nord. Incontrerò il ministro Cancellieri alle 9 di mercoledì prossimo per riferire il mio compiacimento per questa scelta".

Con l’arresto di Matteo Messina Denaro, il dubbio amletico di Sgarbi di dodici anni fa e’ riemerso. Dalla vicenda di Salemi, a quanto pare, il critico d’arte ne e’ uscito segnato.

Partendo da l’assioma che Matteo Messina Denaro  sarebbe stato latitante per 30 anni, semplicemente perché “certa antimafia” avrebbe cercato la mafia là dove non c’era: “A quell’antimafia, oggi sotto processo a Caltanissetta, che decideva le carriere di prefetti, questori e investigatori della DIA, che aveva rapporti opachi con giornalisti, che dispensava favori e prebende, che si adoperava per sciogliere comuni dove amministravano sindaci scomodi. Che predicava legalità ma praticava l’affarismo.”

Insomma, un’antimafia di facciata, mentre la vera mafia operava indisturbata mettendo le mani su milioni e milioni di euro di contributi pubblici per gli impianti eolici.

Da qui il sillogismo di cui dicevamo in premessa, ma, sorprendentemente, anche la ritrattazione di quel ringraziamento rivolto agli ispettori del ministero che gli mostrarono “cose di cui non mi ero accorto" e che lo indussero alle dimissioni. Evidentemente, non si era accorto bene, come avrebbe dovuto.

Ma, come si sa, i sillogismi aristotelici, quelli cosiddetti dialettici anche se validi, non sempre sono veri. Buoni solo a rendere affascinanti le discussioni.

Ma quando si parla di Mafia e dei suoi comportamenti non si arriva mai alla parola fine.

Trovandoci in terra di Trinacria, sono in tanti ancora a ritenere piu’ consolatorio andare a scuola del siceliota Gorgia da Lentini.

“Di fronte al dramma della vita l'unica consolazione è la Parola”, sosteneva Gorgia, ma ad una condizione: non deve esprimere la verità, ma l'Apparenza.

Ogni trenta anni che ne arrestano uno, che squarcia il velo dell’Apparenza, e puntualmente la solita litania di una Sicilia vilipesa e offesa, colma di cultura e di Parchi Archeologici tra i piu’ grandi del mondo di cui nessuno parlerebbe.

Ma solo per poco. Poi quasi tutti applicheranno la ricetta gorgiana: la Parola non deve esprimere la verità. Si ritornerà così a ricreare “un mondo perfetto dove è bello vivere”, come sosteneva, appunto, il filosofo di Lentini.

Franco Ciro Lo Re