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06/03/2023 06:00:00

  Il cimitero di Messina Denaro/1. L’omicidio di “Mommo u nano” e la faida di Partanna

“Con le persone che ho ammazzato potrei riempire un cimitero”. E’ quanto diceva di se stesso, Matteo Messina Denaro, ad un amico, vantandosi della sua ferocia.
Al boss di Castelvetrano, arrestato un mese e mezzo fa dopo 30 anni di latitanza, vengono attribuiti decine di omicidi, tra quelli in cui ha partecipato materialmente, quelli ordinati, e le stragi del 1992 e 1993. Non si contano più gli ergastoli che dovrebbe scontare per questi delitti.
In questi anni si sono raccontati spesso gli omicidi “eccellenti”, i delitti conosciuti, come quello di Nicola Consales, il rivale in amore che fece trucidare da altri killer, le stragi a cui ha partecipato, quelle del 92 e quelle del 93, come la strage di via dei Georgofili a Firenze.

Da oggi, e per i prossimi giorni, raccontiamo su Tp24 gli omicidi meno “noti”, e quelli che materialmente ha eseguito Matteo Messina Denaro. Per alcuni l’ex primula rossa è stato condannato, per altri non sono bastate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Come il primo omicidio che raccontiamo oggi, quello di Vincenzo Denaro, al quale Messina Denaro giovanissimo, appena ventenne, avrebbe partecipato a Marsala.


VINCENZO DENARO
Secondo il pentito marsalese Antonino Patti, quello di Vincenzo Denaro, ucciso a Marsala il 19 agosto 1982 sarebbe stato il primo omicidio di Matteo Messina Denaro.
Patti dichiarò che a deliberare la morte di Vincenzo Denaro furono Vincenzo D’Amico e Giovanni Bastone, mafiosi marsalesi. Denaro venne trucidato in piazza Porticella A Marsala, all’ora di pranzo, mentre usciva dal bar “Diego”. Pluripregiudicato, 35 anni, Denaro era residente a Torino ma si trovava in soggiorno obbligato in Sicilia. Il movente potrebbe essere stato la sete di vendetta per il proprio fratello, Francesco, ucciso un anno prima ad opera di Giovanni Brusca, sempre secondo i racconti di Patti. La mafia marsalese sostenuta dai corleonesi considerava i due fratelli “cani sciolti”, dediti alle rapine in banca e uffici postali. Nonchè, amici di Carlo Zichittella, inviso alla famiglia mafiosa marsalese. Secondo i racconti di Patti, il gruppo di fuoco era composto, oltre che da lui stesso, da Nino Titone, Vincenzo D’Amico, Vito Marceca, Filippo Melodia, Saverio Furnari e un giovanissimo, poco più che ventenne, Matteo Messina Denaro. Crivellato di colpi, lo sparo in testa, mortale, sarebbe stato dato da Furnari. Il gruppo di fuoco, poi, si allontanò con nonchalance. Nonostante la testimonianza di Patti, Matteo Messina Denaro fu assolto per “assenza di riscontri individualizzanti” per questo omicidio.


GIROLAMO MARINO
Girolamo Marino, detto “mommu u nano”, per la sua bassa statura, è stato assassinato il 30 novembre 1986, a Paceco, con due scariche di mitra mentre si trovava in campagna con il cognato, Gaspare Sugamiele, e due dei quattro figli, Salvatore e Vito. Ad impugnare uno dei due mitra era Matteo Messina Denaro, 24enne, rampollo della mafia della provincia di Trapani. Più di 20 spari colpirono Marino, senza lasciargli scampo. Aveva 56 anni.
Alcuni giorni prima dell’omicidio era stato arrestato, dopo 4 anni di latitanza, Calogero Minore, ritenuto il capo della mafia trapanese. Marino, invece era uscito dal carcere di San Giuliano un paio di settimane prima.
Il nome di “Mommo u nano”, Girolamo Marino, non è per niente sconosciuto, quindi. E anche quello dei suoi “eredi”. Vito Marino, figlio di Girolamo, è morto in carcere, a Torino, dove stava scontando l’ergastolo. Marino era accusato della strage di Brescia del 2006, nella quale furono uccisi Angelo Cottarelli, la moglie e il figlio di 17 anni.

Per la stessa strage il cugino Salvatore Marino è stato assolto. Vito Marino, imprenditore vitivinicolo, per anni è riuscito a sfruttare i finanziamenti pubblici alle aziende e ha realizzato grazie a questi anche la cantina "Baciamo le mani".

 

Il cugino Salvatore Marino è stato assolto dopo un lungo processo.

Ma torniamo alla mattina del delitto. Alle 8,30 del mattino nel casolare di contrada Gencheria arriva l’auto dei killer, un’Alfasud blu. Marino l’ha forse notata appena quando è stato raggiunto da un prima scarica di mitra dal finestrino posteriore. Poi si aprì lo sportello anteriore e partì un’altra scarica. Lasciarono a terra 40 bossoli. L’auto, rubata a Castellammare del Golfo, è stata bruciata qualche chilometro più in là. “Mommu un nano” aveva un passato criminale importante. Cominciò da ragazzino con la vendita di latte annacquato, pratica per la quale era stato contravvenzionato tra gli anni 40 e 50. Entra in cosa nostra convolando a nozze con la figlia del capomafia di Paceco. Da allora aveva accumulato un patrimonio di circa due miliardi e mezzo di vecchie lire, che fu sequestrato dalla magistratura. “Camuffato da innocuo contadino” un rapporto del 1984 lo definiva “deciso e violento”. Gli vennero attribuiti diversi omicidi, e ritenuto uomo di fiducia dei Minore. Il pentito Francesco Milazzo raccontò che Marino “era stato condannato a morte dalla commissione provinciale scaturita dal fatto che Marino nel corso della sua lunga militanza in cosa nostra si era sempre mostrato particolarmente interessato ai guadagni ed agli aspetti prettamente patrimoniali della gestione di cosa nostra, senza mai condividere nulla con gli altri uomini d’onore”.
A deliberare l’uccisione di Marino personaggi di spicco della mafia trapanese, in un summit, in cui, era presente anche Matteo Messina Denaro, giovane ma già influente. Milazzo, presente a quel summit, racconta che “spararono Matteo Messina Denaro e Giovanni Leone, mentre Andrea Gancitano guidava la macchina. Le armi usate furono un mitra e forse anche una pistola”.

 


GIUSEPPE PIAZZA E ROSARIO SCIACCA
Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, la vedova e la figlia di Rosario Sciacca, hanno appeso in tutta Partanna dei manifesti con i quali ringraziavano le forze dell’ordine e gioivano per la cattura del boss. Rosario Sciacca, ucciso l’11 giugno 1990 a Partanna, insieme a Giuseppe Piazza, è una delle tante vittime innocenti della mafia, e di Matteo Messina Denaro.


L’agguato, in pieno giorno, in cui rimasero feriti anche tre passanti, a dimostrazione della ferocia con cui agiva Messina Denaro e il gruppo di fuoco.
Il vero obiettivo dei killer era Giuseppe Piazza, 42 anni, piccolo imprenditore e guardaspalle dell’architetto Antonio Ingoglia, assassinato un anno prima. In quell’occasione avrebbe risposto al fuoco.
Nell’agguato a Piazza morì accidentalmente anche Rosario Sciacca, muratore di 38 anni, che si trovava con lui. Il commando agì con ferocia nel centro della cittadina belicina, usando una mitraglietta kalashnikov e lupare. Una missione punitiva nei confronti di colui che aveva osato rispondere al fuoco un anno prima. Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Emanuele Catarinicchia, per sottolineare la condanna a quelli che ha definito “aberranti delitti” annullò la processione del Corpus Domini, prevista per qualche giorno più tardi.
Alla spedizione partecipò anche Antonino Patti che raccontò la faida partannese nel processo Omega, fu preciso nel descrivere la dinamica del delitto. “I membri del gruppo di fuoco uscirono da un garage con l’auto. Messina Denaro stava seduto davanti, erano armati di pistole e un fucile”. Davanti c’era un furgoncino, dal quale, arrivati sul posto scese Vito Mazzara che si inginocchiò e sparò alcuni colpi con il suo fucile, colpendo alla nuca Piazza. Subito dopo Giovanni Leone, armato di mitra, sparò ad un uomo che era in piedi vicino a Piazza. Poi Messina Denaro, esplose a sua volta un colpo in aria per spaventare i passanti. Il tutto in pochi secondi, forse un minuto. Per questo delitto Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo nel 2000.

 



Native | 2024-05-21 15:48:00
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