Ecco come si è arrivati alla confisca di tutti i beni per Michele Licata
Si avvicina il momento in cui l’imprenditore Michele Licata potrebbe dire “addio” al suo “impero economico”. La sezione Misure di Prevenzione della Corte d’Appello di Palermo ha, infatti, confermato la confisca dei suoi beni, il cui valore è stato stimato dagli inquirenti in circa 127 milioni di euro.
Quando nel 2015 furono apposti i sigilli, il sequestro (oltre alle strutture, anche società, conti correnti, fabbricati, terreni, auto, etc.) fu la più imponente misura di prevenzione patrimoniale per “pericolosità fiscale” a livello nazionale.
L’evasione fiscale contestata al “gruppo Licata” (Iva e tasse non pagate tra il 2006 e il 2013) è stata stimata da Procura e Guardia di finanza in circa 6/7 milioni di euro, mentre i finanziamenti pubblici per la realizzazione di alberghi e ristoranti, secondo l’accusa “indebitamente” percepiti (ma poi, in appello, per il reato di truffa allo Stato è scattata la prescrizione) ammonterebbero a circa quattro milioni di euro.
Michele Angelo Licata, ai tempi leader in Sicilia occidentale nel settore ristorazione-alberghiero, otto anni fa è stato letteralmente travolto dall’inchiesta di Guardia di finanza e Procura che ha messo in luce una mega-evasione fiscale.
In prima battuta, la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani aveva disposto un parziale dissequestro, ma su immediato ricorso della Procura, nel 2019, la quinta sezione della Corte d’appello ne aveva sospeso la provvisoria esecutività, ritenendo che ci fosse il pericolo che, restituendo circa la metà dei beni sequestrati nel 2015 all’imprenditore, questi potessero essere “dispersi”, come temuto dal pubblico ministero.
Adesso, dopo quattro anni di istruttoria dibattimentale, la Corte d’appello ha depositato una sentenza che in qualche modo conferma la prima ordinanza di sospensione.
Inoltre, i giudici di secondo grado hanno dato ragione all’accusa sull’asserita “pericolosità sociale” di Michele Licata, confermandogli l’applicazione della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale.
Ora, per non dare definitivamente l’addio al suo “impero economico”, all’imprenditore e ai suoi legali non rimane che il ricorso in Cassazione, ma non sarà semplice. Nel merito, infatti, la Corte d’appello si è pronunciata.
Nel frattempo, rimangono in amministrazione giudiziaria ristoranti e alberghi: Delfino, Delfino Beach hotel, il mega-complesso Baglio Basile (albergo e ristoranti) e l’agriturismo La Volpara.
In primo grado, il 2 dicembre 2016, l’imprenditore è stato condannato dal gup del Tribunale di Marsala di Marsala Riccardo Alcamo a 4 anni, 5 mesi e 20 giorni di reclusione non solo per evasione fiscale, ma anche per truffa allo Stato e malversazione.
Poi, nel luglio 2020, in secondo grado, per la truffa allo Stato (circa 4 milioni di euro di finanziamenti pubblici per la realizzazione di alberghi e ristoranti per l’accusa “indebitamente” percepiti) è stata dichiarata la prescrizione, mentre per la malversazione (circa un milione e 800 mila euro che, secondo l’accusa, Licata aveva sottratto alle casse di una delle sue società, “Il Delfino”) c’è stata l’assoluzione. “Michele Licata non si è appropriato di quel denaro – disse l’avvocato Carlo Ferracane, che si è occupato della difesa proprio in relazione a questo reato – circa un milione e 600 mila euro, sul totale di un milione e 800 mila, erano, infatti, su un libretto postale che è stato sequestrato e messo a disposizione degli amministratori giudiziari”. I fatti per i quali la Corte d’appello di Palermo dichiarò il “non doversi procedere” per estinzione dei reati per prescrizione erano quelli relativi fino all’anno d’imposta 2010. Ciò, insieme all’assoluzione dall’accusa di malversazione, è stato alla base della riduzione della pena inflitta in primo grado. Pena che la terza sezione della Corte d’appello di Palermo rideterminò in due anni, sei mesi e 20 giorni di carcere. In primo grado, con Michele Licata erano imputate anche le figlie Clara Maria e Valentina, titolari di alcune società del gruppo e imputate in concorso con il padre. Entrambe patteggiarono la pena. La prima fu condannata a 1 anno, 4 mesi e 10 giorni di reclusione, la seconda a 1 anno, 1 mese e 10 giorni. Per Michele Licata, la sentenza di condanna per evasione fiscale è divenuta definitiva in Cassazione il 5 aprile 2022. I magistrati della Suprema Corte (terza sezione, presidente Giovanni Liberati), rigettando il ricorso della difesa, hanno soltanto annullato il “trattamento sanzionatorio”, riducendo la pena a due anni e mezzo di carcere. Insomma, gli hanno risparmiato gli ultimi 20 giorni.
Al “gruppo Licata” lo Stato ha prima sequestrato e poi confiscato beni, società e liquidità per quasi 130 milioni di euro. E in particolare, il ristorante “Delfino”, l’albergo “Delfino Beach”, l’agriturismo “La Volpara” e il mega-complesso ristorante-albergo-centro benessere “Baglio Basile”. Ristoranti e alberghi proseguono regolarmente la loro attività sotto amministrazione giudiziaria. Lo scorso gennaio, poi, in un altro processo scaturito dallo stesso filone investigativo, la Corte d’appello ha confermato a Licata la condanna a 5 anni di carcere che il 18 marzo 2021 il Tribunale di Marsala gli aveva inflitto per auto-riciclaggio. Con lui, per ricettazione, è stato condannato, a pene inferiori, quasi tutto il suo nucleo familiare. A coordinare le indagini sul “gruppo Licata, eseguite dalla Guardia di finanza (Comando provinciale di Trapani e sezione di pg della Procura di Marsala diretta dal luogotenente Antonio Lubrano), sono stati l’allora procuratore Alberto Di Pisa e il sostituto Antonella Trainito.
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