Mafia, annullata la confisca dei beni a Carmelo Patti: «Nessun rapporto con Messina Denaro»
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E' stata clamorosamente annullata la confisca dei beni a Carmelo Patti.
Per anni l'imprenditore del turismo, tra gli uomini più ricchi d'Italia, era stato indicato come uno dei prestanome del boss Matteo Messina Denaro (con il quale condivideva i natali a Castelvetrano). Ora la Corte di Appello di Palermo ribalta tutto.
Quando nel 2018 il tribunale di Trapani confiscò il suo patrimonio si disse che quella emessa nei confronti del «re» della Valtur, Carmelo Patti, ex muratore di Castelvetrano che aveva scalato il colosso del turismo, fosse la misura di prevenzione patrimoniale più importante dall’entrata in vigore della legge Rognoni La Torre. Effettivamente valeva quanto una manovra finanziaria: 5 miliardi di euro.
Sulle ombre ed i misteri di Carmelo Patti Tp24 ha scritto un'inchiesta in tre puntate.
Qui la prima, sulla sua ascesa.
Qui la seconda, sui suoi soci.
Qui la terza, sui suoi affari.
Dopo anni di indagini e processi la Corte d’appello di Palermo azzera tutto, smentendo che l’imprenditore, originario dello stesso paese di Matteo Messina Denaro, sia stato uomo dei clan e dell’ex latitante e che abbia realizzato la sua fortuna con metodi illegali.
«Si potrebbe dire che il tempo è galantuomo; restano, però, i segni di una aggressione mediatica ingiustamente subita dal cavaliere Patti che è stato indicato al pubblico di molte trasmissioni televisive e dalla stampa nazionale come un imprenditore ‘vicino’ al contesto mafioso di Castelvetrano», commenta l’avvocato Francesco Bertorotta, legale di Patti che nel frattempo è deceduto.
Cade, seppure post-mortem, anche il giudizio di pericolosità sociale emesso dal tribunale.
La lista dei beni sottratti nel 2018 alla famiglia era lunghissima, ben 446 pagine di provvedimento: tre resort turistici, beni della vecchia Valtur, le quote di 25 società, un'imbarcazione, terreni e immobili in giro per l'Italia, in Marocco e in Tunisia. Un tesoro nel tempo in parte azzerato da fallimenti.
Per gli inquirenti Patti sarebbe diventato un capitano d'industria con una «spregiudicata gestione degli affari» e che «inspiegabilmente è stato ammesso», da fallito, nel «salotto buono dell'economia italiana». La sua scalata finanziaria sarebbe stata il frutto di evasioni e di un sistema di relazioni con la mafia di Messina Denaro che arrivava fino ad ambienti della massoneria.
Non la pensa così la Corte d’appello di Palermo per cui «mancano concreti elementi indiziari relativi a una cointeressenza di esponenti mafiosi nelle attività imprenditoriali di Patti». Per i giudici l’accusa si sarebbe limitata infatti ad attribuire a Patti «la qualifica di imprenditore mafioso con riferimento a tutte le sue iniziative».
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