Femminicidi. Giada, Anna, Ignazia e il modello patriarcale
Il 29 maggio Giada Zanola, 34enne, è stata buttata dal ponte, precipitando da una quindicina di metri. Andrea Favero, 39 anni, l’ha scaraventata dopo una litigata, Giada e Andrea dovevano sposarsi, ma lei aveva annullato tutto.
La coppia era da tempo in crisi, gli amici dicevano che Andrea era gelosissimo e possessivo. Giada ha lasciato un bambino di 3 anni.
Il 10 giugno Anna Sviridenko viene uccisa da Andrea Paltrinieri, un ingegnere di 48 anni. Anna era un medico nucleare di 40 anni, lavorava a Innsbruck, in Austria, per circa due settimane al mese ritornava in Italia, a San Felice sul Panaro (Modena), per avvicinare i due figli minorenni al padre, con il quale era in corso un contenzioso legale per la separazione e l’affidamento.
Il decesso sarebbe avvenuto per strangolamento: l'ex compagno le avrebbe stretto una corda intorno al collo.
Il 20 giugno Ignazia Tumatis, 59 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito Luciano Hellies, a Cagliari. Dieci i fendenti d'arma da taglio. La lite sarebbe scaturita dal fatto che la cinquantanovenne era rientrata tardi a casa.
Questioni che attengono alla libertà della donna, tutto ciò che la rende indipendente è visto come nemico della relazione con il marito o il compagno.
La libertà come permesso concesso dall’uomo e allora è chiaro che bisogna partire da una domanda: la libertà di una donna è la stessa di quella di un uomo? Per Luciano Hellies e per tanti altri uomini no. Sono le donne che devono prendersi la loro libertà ma per farlo è necessaria avere la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuole arrivare a essere. Questo concetto non può vacillare, perché la libertà è fatta di equilibrio e di rispetto, è un modello culturale, è piena espressione della propria realizzazione.
Ancora oggi la società è basata su un modello patriarcale, dove la donna si occupa della casa e l’uomo del suo tempo libero. Ed è un concetto trasversale che tocca tutte le classi sociali, dalle donne già affermate alle casalinghe, del resto la libertà non attiene al lavoro svolto ma è una condizione interna ed esterna, è pienezza di sè.
Si può essere donne molto apprezzate e ricche di progetti, immerse nella vita sociale e delle brave professioniste ma se non si ha fiducia in se stesse, nella possibilità di sostenere il cambiamento, di lasciare una realtà cupa e limitante, violenta e inquieta, allora non si è libere. Si è donne che sopportano e questa è schiavitù che produce sofferenza e dolore.
Una relazione che produce aggressività, dove regna la prevaricazione, dove comanda la violenza, non è una relazione sana e non è libera.
Le donne devono essere capaci di piena consapevolezza al di fuori di modelli sociali, culturali, familiari imposti.
Significa dare voce alla propria essenza, scegliendo fuori dagli stereotipi e dai giudizi.
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