Belìce, 57 anni dopo il terremoto: spopolamento e sviluppo al centro del dibattito
A 57 anni dal devastante sisma che colpì la Valle del Belìce, il territorio si interroga sulle sue prospettive di sviluppo. L’evento commemorativo, dal titolo “Prospettive di sviluppo per la Valle del Belìce”, si è tenuto venerdì nell’aula consiliare di Santa Ninfa, riunendo una platea di amministratori locali, esperti e deputati regionali. Non si è parlato solo di ricostruzione – un capitolo che rimane aperto – ma anche di come affrontare sfide come lo spopolamento, il declino agricolo e l’assenza di infrastrutture.
Una ricostruzione incompleta e un futuro incerto
Il sindaco di Santa Ninfa, Carlo Ferreri, ha aperto l’incontro ricordando che, sebbene la ricostruzione fisica sia stata in gran parte completata, mancano ancora le infrastrutture necessarie per un reale rilancio del territorio. “Il nostro territorio si è rialzato grazie alla costanza e alla perseveranza della sua gente,” ha dichiarato Ferreri, il primo sindaco nato dopo il terremoto. Tuttavia, ha evidenziato come la questione Belìce sembri essere finita ai margini dell’agenda politica nazionale.
L’ex senatore e sette volte sindaco di Santa Ninfa, Vito Bellafiore, 95 anni, ha sottolineato come le stesse rivendicazioni vengano riprese da anni senza risultati concreti. “Siamo stati spesso vittime di attacchi mediatici che ci dipingono come coloro che hanno sperperato denaro,” ha affermato, aggiungendo che il territorio continua a lottare contro un “razzismo istituzionale” nei confronti del Belìce.
Le sfide: spopolamento e crisi agricola
Il sindaco di Montevago, Margherita La Rocca Ruvolo, ha posto una domanda cruciale: “Come possiamo far vivere queste comunità? La vera sfida è combattere lo spopolamento.” Con una media di appena 2,05 persone per nucleo familiare e molte case vuote, i paesi del Belìce rischiano di perdere la loro identità e il loro futuro.
Il deputato regionale Dario Safina ha avvertito che, senza interventi concreti, i terreni agricoli potrebbero essere ceduti agli imprenditori delle energie alternative, decretando la fine delle colture tradizionali. “La politica deve ridare valore all’agricoltura per evitare di perdere la nostra identità produttiva,” ha spiegato.
Un territorio che guarda al futuro
Nonostante le difficoltà, alcuni segnali di speranza arrivano da progetti come quello che vedrà Gibellina capitale dell’arte contemporanea nel 2026, un’occasione per attrarre turismo e investimenti. “Dobbiamo utilizzare i fondi europei per rendere il territorio più appetibile alle imprese,” ha dichiarato l’europarlamentare Marco Falcone.
La deputata regionale Cristina Ciminnisi ha invitato a prendere ispirazione dalla tecnica giapponese del kintsugi, che ripara oggetti rotti riunendoli con polvere d’oro. “Il Belìce deve trasformare le sue ferite in forza e bellezza. È compito della politica ascoltare i territori e lavorare come un’unica comunità istituzionale,” ha affermato.
L’assessore regionale Mimmo Turano ha sottolineato l’importanza di agire concretamente: “Non possiamo continuare a commemorare senza fare nulla. Serve un elenco di progetti fattibili e una definizione chiara di chi fa cosa.”
L’incontro di Santa Ninfa ha messo in evidenza che la Valle del Belìce non può più aspettare. A 57 anni dal terremoto, è necessario un cambio di paradigma: non solo completare la ricostruzione, ma anche creare opportunità per giovani, investitori e turisti. Solo così il territorio potrà rinascere, trasformando le sue crepe in punti di forza.
L’evento si è concluso con l’impegno unanime dei partecipanti a lavorare insieme per costruire un futuro che onori la memoria di chi ha sofferto e perso tutto nel sisma del 1968.
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