Una "Brusca faccenda": la docu-inchiesta sui familiari dell'ex boss e le misure di prevenzione
Una nuova inchiesta video, dal titolo eloquente “Una Brusca faccenda”, accende i riflettori su una delle pagine più delicate del rapporto tra criminalità organizzata, giustizia e misure di prevenzione patrimoniali. La docu-inchiesta, firmata dai giovani Roberto Disma e Sara Cozzi e pubblicata online dal collettivo Làmia, con il supporto del Teatro alla Lettera, racconta una storia che, partendo dalla scarcerazione di Giovanni Brusca nel maggio 2021, solleva interrogativi pesanti su ciò che è accaduto dopo.
Brusca, ex capomafia di San Giuseppe Jato e autore materiale dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, è uscito di prigione dopo 25 anni, forte di uno status di collaboratore di giustizia da sempre controverso. Mentre l’Italia si divideva sul senso di giustizia della sua liberazione, qualcosa accadeva sul piano imprenditoriale nella sua stessa famiglia.
Proprio in quel maggio 2021, il nipote di Brusca prende in gestione l’Hotel Garibaldi di Palermo, una struttura confiscata definitivamente alla mafia e quindi sotto il controllo dello Stato. L’affidamento avviene con il via libera della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo: una circostanza legale ma che solleva più di un dubbio, soprattutto alla luce dell’ascesa fulminea che seguirà.
Nel giro di pochi anni, infatti, l’imprenditore in questione — il cui nome viene volutamente omesso nell’inchiesta per tutelare fonti e fronteggiare eventuali conseguenze legali — gestisce un piccolo impero alberghiero con un capitale sociale complessivo superiore al milione di euro. Una crescita finanziaria rapida e accompagnata da continue interazioni con strutture dello Stato, che però, secondo quanto emerso nel documentario, non sempre si traducono in una garanzia di trasparenza.
“Il contenuto di questo documentario non vuole essere un atto d’accusa, ma un esercizio di democrazia,” dichiarano gli autori, i praticanti giornalisti, Roberto Disma e Sara Cozzi. “Viviamo in uno Stato di diritto ed è quindi legittimo domandare, soprattutto quando i fatti appaiono opachi, quando le risposte non arrivano, o arrivano a metà. Alcune delle persone a cui abbiamo chiesto spiegazioni ci hanno consigliato di non fare i loro nomi. Ma abbiamo documentato, ricostruito, incrociato dati, e confrontato i risultati delle nostre ricerche con i diretti interessati”.
Attraverso testimonianze, analisi di atti pubblici e interviste a professionisti del settore legale e antimafia, “Una Brusca faccenda” mette in discussione il sistema stesso delle misure di prevenzione, mostrando come in alcuni casi possano diventare terreno fertile per nuovi e ambigui sviluppi imprenditoriali, anche quando alle spalle ci sono storie di mafia e sangue.
Il documentario, visibile su YouTube sul canale Làmia Inchieste (qui sotto), è un viaggio tra le pieghe di una normalità che forse normale non è, tra le righe di una “riabilitazione” che pone più dubbi che certezze. Un lavoro che pone al centro il dovere civico del domandare, del pretendere trasparenza — anche quando farlo può risultare scomodo.
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